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Dalla Polonia con amore: la lotta della comunità LGBT+

Published on

Story by

Anna Weksej

Translation by:

Christian Capone

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Diritto e Giustizia (PIS), il partito di destra attualmente al governo in Polonia, ha fatto degli omosessuali il proprio nuovo nemico politico: una mossa che rischia di estraniare ulteriormente i cittadini polacchi appartenenti alla comunità LGBT+ che vivono oltreconfine. Nonostante il crescente supporto da parte della società civile, nel Paese, il rispetto dei diritti fondamentali dei membri della comunità LGBT+ resta ancora un obiettivo da raggiungere.

Quando Kamil, all’età di venticinque anni, ha messo piede in Spagna per la prima volta, non parlava una parola di spagnolo. Allora non poteva certo immaginare che di lì a meno di sei anni si sarebbe stabilito definitivamente a Madrid, che sarebbe riuscito a comunicare con il suo ragazzo in uno spagnolo pressoché perfetto e che avrebbe lavorato come insegnante di inglese freelance per i privati. «Una parte di me ha sempre covato il desiderio di vivere all'estero. Sono venuto in Spagna e, fin dal primo momento, ho avuto l'impressione di aver trovato il posto giusto: mi piace l'atmosfera che si respira, il tempo è bello, il vino costa poco e ci sono un sacco di bei ragazzi», dice, lasciandosi andare a una risata. «Così ho pensato che sarebbe potuta essere un'avventura divertente, un modo di mettermi alla prova. Del resto, qualora mi fossi stufato, o le cose non fossero andate per il verso giusto, sarei sempre potuto ritornare sui miei passi». Ma non è solo per il buon vino e per l'atmosfera madrilena che Kamil ha deciso che la Spagna sarebbe diventato il suo Paese di adozione. «Madrid è una città molto gay-friendly», spiega. Per quanto l'omofobia che si respira in Polonia non abbia mai inciso più di tanto sulla sua volontà di emigrare, Kamil ammette che si trova meglio all'estero.

«C’è un senso di apertura qui, un altro livello di comfort psicologico»

Marta e Kasia si sono da poco trasferite a Berlino e, proprio qui, quest'anno, il loro figlio frequenterà l'asilo. Nel loro caso, i motivi che hanno determinato la scelta di stabilirsi all’estero sono legate di più al contesto politico del Paese di origine: «La ragione per cui abbiamo deciso di emigrare è legata al fatto di avere dei figli», dice Kasia. «Quando ci sono bambini di mezzo, diventa difficile stabilire chi, o che cosa, costituisca effettivamente una famiglia», afferma. «Per quanto ci riguarda, quando si tratta di risolvere qualsiasi problema che coinvolga i nostri figli, siamo allo stesso livello di qualsiasi coppia eterosessuale: siamo i genitori, le persone che gli vorranno sempre bene e saranno sempre presenti nella loro vita. Di conseguenza, ci spettano gli stessi diritti delle famiglie eterosessuali, così che siano tutelati anche i nostri figli». Secondo l'ordinamento polacco, una tra Marta e Kasia è una figura completamente estranea al figlio, con la conseguenza che sarebbe preclusa dal vedersi formalmente riconosciuto lo status di madre. Ciò è fonte di innumerevoli difficoltà quotidiane, a partire dalle questioni relative alla scuola, fino alla prenotazione delle visite mediche. In una coppia formata da persone dello stesso sesso, il partner che adotta il figlio dell’altro adulto, non può acquisire lo status di genitore, in quanto, ai sensi della legge, la coppia non si può sposare. Nel giugno 2019, però, un tribunale della provincia di Cracovia ha riconosciuto a due donne residenti nel Regno Unito lo status di genitori di un minore con cittadinanza polacca. «In Germania questi diritti ci sono stati concessi e siamo stati accolti come famiglia arcobaleno con tre figli», spiega ancora Kasia.

Le vie dell’amore sono infinite

Kamil, Kasia e Marta fanno pare dei due milioni e mezzo di cittadini polacchi che vivono all'estero. È quello che dicono le le statistiche del governo, anche se si tratta di una stima, poiché, risalire al numero esatto delle persone che vivono e lavorano in uno degli altri Paesi membri dell'Ue, è diventato difficile da quando, nel 2004, la Polonia è entrata a farne parte. Ancora più difficile è capire quanti tra i cittadini polacchi che hanno lasciato il proprio Paese appartengano alla comunità LGBT+. Ola Kaczorek di Love Does Not Exclude, un’associazione che si impegna affinché il matrimonio omosessuale sia legalmente riconosciuto in Polonia, evidenzia come i membri della comunità LGBT+ spesso non abbandonino il Paese alla ricerca di un mercato del lavoro più favorevole: «C’è differenza tra emigrare per motivi puramente economici ed emigrare in cerca di sicurezza e dignità. In Polonia le relazioni omosessuali non hanno alcuna possibilità di ottenere un riconoscimento formale, né vi è alcuna via legale che consenta di denunciare i crimini d'odio perpetuati nei confronti dell'orientamento sessuale o dell'identità di genere».

«Nessuno vuole vivere in un Paese in cui si sente ripetere ogni giorno da parte di politici e giornalisti che non si è i benvenuti o che, in qualche modo, si vale di meno degli altri»

Si tratta di un problema che, negli ultimi tempi, si è accentuato ulteriormente. Poche settimane prima delle elezioni europee del 2019, il PIS, il partito di destra attualmente alla guida del Paese, ha esplicitamente definito le persone di orientamento omosessuale come la principale minaccia per la nazione. Si è addirittura arrivati ad arrestare una donna per aver esposto dei poster raffiguranti la Maria Vergine con un'aureola arcobaleno, gesto che avrebbe “offeso la sensibilità religiosa”. Nello stesso periodo, si è tolto la vita l’attivista transessuale Milo Mazurkiewicz. E, durante un evento tenuto in sua memoria - che ha visto l'esposizione di una bandiera arcobaleno su un ponte di Varsavia - alcuni passanti hanno interrotto la commemorazione aggredendo i partecipanti. Secondo uno studio sulla comunità LGBT+, condotto in Polonia tra il 2015 e il 2016, i transessuali sono la categoria di persone ad essere più a rischio di violenza e discriminazione.

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«Siamo contrari al riconoscimento ufficiale delle relazioni tra due persone dello stesso sesso, specialmente quando ci sono di mezzo minori. Giù le mani dai nostri bambini!». È così che il leader PIS, Jarosław Kaczyński, si è rivolto ai suoi elettori durante un comizio elettorale tenutosi lo scorso marzo. Argomentazioni simili vengono utilizzate dall'organizzazione non governativa antiabortista, Fundacja Pro-Prawo do Życia, autrice di una campagna contro la pedofilia che sostiene l'esistenza di una correlazione tra omosessualità e l'abuso di minori. Kaczyński, in maniera simile ad altri politici e attivisti conservatori, ha inoltre condannato la decisione del sindaco di Varsavia, Rafał Trzaskowski, di sottoscrivere la dichiarazione LGBT+, un documento attraverso il quale il primo cittadino si è impegnato a lavorare concretamente per il raggiungimento di una società più equa. «La gente si è scagliata contro la dichiarazione senza nemmeno conoscerne il contenuto. L'obiettivo della dichiarazione è semplicemente quello di tutelare gli appartenenti alla comunità LGBT+ dalle discriminazioni», commenta Marta.

Alle parole di Kaczyński hanno fatto seguito le reazioni di alcuni attivisti. Tra questi, c’erano anche genitori di giovani LGBT+, i quali hanno scritto una lettera aperta al leader del partito: «Le persone LGBT+ sono state dipinte in maniera ideologica, come se fossero un pericolo per la società. La vera minaccia, però, non sono i nostri figli, bensì questa retorica della quale anche Lei si serve, sig. Kaczyński, e che ci colpisce in prima persona provocando dolore».

La lettera aperta rivolta a Kaczyński e la sottoscrizione della dichiarazione da parte del sindaco Trzaskowski testimoniano lo sviluppo dell'attivismo a favore della comunità LGBTQ+ polacca. I pride in programma quest'anno in Polonia sono ben 17. Di questi, 6 si terranno per la prima volta. Il sondaggio condotto da Ipsos per OKO.press segnala un cambio generale di mentalità nell'opinione pubblica polacca. Dati alla mano, il 56 per cento dei cittadini polacchi si dichiara favorevole al riconoscimento delle relazioni civili tra persone dello stesso sesso. «Paradossalmente, la retorica utilizzata dai politici torna a nostro favore, alimentando il supporto di quella parte della collettività che ancora non si era ancora fatta un'opinione sul tema e che semplicemente non approva quello che sta accadendo», spiega Kaczorek. «Tuttavia bisogna ringraziare anche i tanti che hanno lavorato duramente per raggiungere questo traguardo: organizzazioni non governative e comuni cittadini appartenenti alla sfera LGBT+, i quali, pur non definendosi attivisti, hanno il avuto coraggio di alzare la voce».


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Sebbene le cose stiano lentamente cambiando per il meglio, c’è ancora molto da fare e né Kamil, né Marta, né Kasia considerano l'ipotesi di un ritorno in Polonia di qui a breve, anche se emigrare risulti, talvolta, tutt'altro che semplice: «Prima eravamo una minoranza LGBT+. Adesso siamo una minoranza polacca», afferma sarcastica Kasia. «Viviamo in un Paese straniero e dobbiamo impararne le regole e comprenderne la mentalità». Per Kamil, «gli anni in Polonia sono stati una lotta continua». «Ad un certo punto ho detto basta. E ho deciso che, da quel giorno in poi, mi sarei goduto la vita»


*Alcune persone citate in questo articolo hanno chiesto espressamente di non apparire con il loro vero nome.

Foto di copertina: ©Pixabay: Sharon McCutcheon

Translated from Looking for equality abroad: Poland's LGBTQ+ emigrants