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Quell'invasione di clandestini... quando il linguaggio disumanizza l'immigrazione

Published on

Story by

Viral Shah

Translation by:

Alexandra Dumbrava

Torre di Babelesocietà#OpenEurope

Diversi Paesi del nord Europa si stanno orientando politicamente verso destra e anche le parole usate per riferirsi ai migranti sembrano riflettere questo atteggiamento. Come ci si esprime riguardo al tema dell'immigrazione in giro per l'Europa? 

Esiste una precisa gerarchia nella scelta delle parole, che cambia in base al gruppo "sociale" a cui ci si riferisce. Se sei un occidentale, sei definito expat, un espatriato; in caso contrario risulti, sempre e comunque, un immigrato. E anche quando si parla della crisi globale dei rifugiati, la maggior parte delle persone coivolte rientra automaticamente nella seconda categoria.

Nel Regno Unito anche la parola "migrante", che si suppone debba essere l'alternativa più "umanizzante" rispetto agli altri termini già sufficientemente snobbati, come "rifugiato"  o "richiedente asilo", è frequentemente accompagnata da parole come "marea" o "afflusso".

In Regno Unito i migranti "brulicano" e "invadono"

Ma questi termini a quanto pare non sono abbastanza neanche per i politici: impazienti di guadagnare sempre più consenso politico, puntano sulla polemica e la retorica della "anti-immigrazione" che sta provocando fermento in tutta Europa. Il sentimento xenofobo cullato dalla stampa britannica ha rappresentato la maggior parte dei migranti come opportunisti economici e parassiti alla ricerca di sussidi, invece di spiegare ciò che realmente sono: vittime di conflitti e dell'instabilità spesso alimentata dagli interventi dei Paesi ll'Europa occidentale, che partecipano direttamente con l'invio di truppe militari (in Iraq e Afghanistan), campagne di bombardamenti aerei (in Libia), o attraverso la vendita di armi a molte delle fazioni e dei regimi che si trovano in guerra.

Ora vediamo che il Primo ministro britannico, David Cameron, parla di «un brulicare di persone che attraversano il Mediterraneo in cerca di una vita migliore e vogliono arrivare in Gran Bretagna». Mentre il suo Segretario degli esteri, Philip  Hammond, riflette sulla terribile situazione a Calais scegliendo molto attentamente le sue parole: «Fino a quando il grande numero di migranti invaderà l'area, la minaccia per la sicurezza del tunnel non cesserà». Dei veri gentleman!

Siamo arrivati al punto in cui coloro che invocano la cosiddetta legge di Godwin forse dovrebbero farsi da parte: adesso si riesce a guadagnare popolarità nei commenti agli articoli del Daily Mail, anche postando della propaganda nazista (basta sostituire il termine "ebrei" con "migranti"), come hanno dimostrato due utenti qualche tempo fa. Ma se questo è quello che sta succedendo nel Regno Unito nel 2015, che si dice negli altri Paesi europei?

Se i danesi si sentono "inondati"...

In Danimarca, dove le recenti elezioni hanno visto l'euroscettico e anti-immigrazione Dansk Folkeparti (Partito popolare danese) piazzarsi come il secondo partito più votato, si fa uso di un vocabolario simile a quello inglese. Come spiega Louisa: ​«Purtroppo qui è lo stesso. L'uso di parole come "oversvømmet" è sempre più normale quando ci si riferisce ai migranti. La parola significa "inondati", per dire che "siamo inondati dai migranti", e questa è un'affermazione ridicola se si dà un'occhiata alle cifre..​.».

La Norvegia e l'Austria trattano. Al ribasso

Ingunn ci racconta che un linguaggio del genere non è altrettanto comune nei Paesi nordici. ​«Non è presente molto di tutto ciò in Norvegia, dal momento che i migranti devono attraversare la Svezia o la Danimarca prima di arrivare qui. I dibattiti si sono concentrati intorno alla decisione se accettare o meno 10 mila rifugiati siriani richiesti dalle Nazioni Unite (circa 3 per comune), numero che si è considerato troppo grande per questa Nazione molto amichevole. Si è pattuito quindi per 8 mila persone, assicurandosi però che non abbiano bisogno di assistenza medica e che siano preferibilmente persone in possesso di un elevato livello di istruzione, per riuscire ad ottenere almeno un beneficio economico in cambio dell'aiuto concesso. Adorabile...​».

Johannes, dall'Austria, dice: ​«Beh, direi che qui le parole non sono così forti, ma la frase: "Non possiamo accettare chiunque" è presente in quasi tutti i discorsi pubblici. Questa frase è usata a proprio piacimento dai politici e anche dalle persone che protestano davanti agli alloggi dei richiedenti asilo​​».

Rifugiati e nuovi richiedenti asilo per milione di abitanti, nel 2014 (via The Guardian)

Se altrove si è "clandestini", la Germania si dimostra più politically correct

Lorenzo, il nostro editor italiano, spiega che anche se la stampa italiana si è accordata sulla Carta di Roma, che definisce il modo corretto per riferirsi ai rifugiati e agli immigrati, ​«le persone e i politici più populisti chiamano spesso i migranti "clandestini", quindi immigrati illegali. La parola deriva deriva dal latino e letteralmente indica "qualcuno che si nasconde". "Vucumprà" è un altro termine usato per descrivere i venditori sulle spiaggie, i quali sono in gran parte immigrati. L'aggettivo è abbastanza dispregiativo e ciò nonostante è piuttosto usato dalle persone comuni​».

Anche in Francia, sono frequenti tra la gente parole come "clandestini", "migranti" o semplicemente "poveri", mentre in Germania, spiega Franziska, ​«sì, abbiamo molti termini dispregiativi per i diversi gruppi di migranti, ma molti risalgono ai tempi in cui i lavoratori stranieri affluivano in gran numero nel Paese, negli anni Sessanta. Oggi, i media tedeschi si sforzano di essere abbastanza politically correct​».

Ma non si tratta solo di correttezza politica o buonismo. Il punto è trattare con umanità le persone che si trovano in situazioni disperate. Dappertutto in Europa, potremmo prendere ispirazione da Anja Reschke, la presentatrice di Tagesthemen (guarda il video), che ha espresso ad alta voce e in diretta TV il cambiamento di tono e di linguaggio da parte dell'emittente pubblica ARD.

Translated from Swarms and marauders: the dehumanising language of migration