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Mehdi El Taghdouini: «Il COVID-19 ha cambiato la street-photography»

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Translation by:

Michelle Vaccinoni

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Mehdi El Taghdouini è uno dei giovani street-photographer più conosciuti a Bruxelles. Allo stesso tempo, rimane un'anima umile. Sono ormai due anni che passa metà delle sue giornate a scattare foto in giro per la capitale belga. Ma dopo l'apparizione del coronavirus, ha dovuto riadattarsi e ripensare a nuovi modi per mettere in pratica la sua passione.

Parlaci di te, chi sei e cosa fai?

Mi chiamo Mehdi, ho 26 anni e sono consulente nel settore delle tecnologie dell'informazione. Sono un appassionato di street photography. Ho cominciato due anni fa, dopo gli studi. Ho acquistato una macchina fotografica per gioco e da allora è iniziata la mia ossessione per la fotografia. È diventato molto più di un semplice hobby e ora spero di trasformarlo in qualcosa di concreto.

Aspiri a diventare un professionista?

All'inizio era una passione che stimolava la mia mente. Due anni fa non avevo un impiego e non facevo altro che scattare: i progressi sono arrivati velocemente. A dire il vero, ero sorpreso di me stesso! Mi sono confrontato con dei fotografi professionisti e ho capito che poteva essere una strada promettente. Più tardi ho attirato l'attenzione dei media e mi sono detto che, forse, poteva diventare una professione. Prima del blocco avrei dovuto esporre le mie foto a Bruxelles, in un paio di spazi espositivi non commerciali ma poi è saltato tutto. Spero di tornare a farlo più in là.

Perché la street photography?

Ho sempre amato Bruxelles e passeggiare per le viuzze della città. E mi piace l'idea di fare qualcosa di buono per il posto in cui vivo. Grazie alla fotografia riesco a vedere la città da una prospettiva diversa. Inoltre la street photography raccoglie tutto ciò che amo: stare all'aperto, camminare, incontrare persone nuove, ecc.. Voglio fare tutte queste cose e non lasciarmi scappare nulla dell'ambiente che mi circonda. Come ho iniziato? Alla fine della scuola non volevo solo rientrare a casa dopo il lavoro e non fare nulla. Volevo sapere cosa accadesse fuori e conoscere la mia città.

Non mi definirei né introverso, né estroverso, bensì un mix di entrambe le cose. La street photography soddisfa il mio bisogno di passare del tempo da solo, e, contemporaneamente, stare in mezzo alla gente, percepire un luogo che vibra e vive. È l'attività perfetta per me. Adoro la vibe delle grandi città affollate con il loro trambusto, mi piace osservare le persone e la vita di tutti i giorni, catturare la vita nella sua essenza e autenticità. Ma non voglio interferire con la scena. Mantengo le distanze per non rovinare le fotografie con la mia presenza.

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Quartiere di Flagey, Bruxelles © Mehdi El Taghdouini

Quali sono i tuoi luoghi preferiti a Bruxelles?

Sono cambiati molto nel corso del tempo. All'inizio cercavo luoghi facili da fotografare come il centro della città di Bruxelles, brulicante di persone e turisti. Qui nessuno è infastidito da una grossa macchina fotografica e puoi puntarla in qualsiasi direzione. Più avanti invece, ho sentito il desiderio di catturare scene di vita più essenziali. Volevo fare cose più complesse e sono uscito dal centro. Sono andato nel quartiere europeo Flagey, a Saint gilles ed Etterbeek. Prima del blocco andavo anche nei quartieri residenziali dove scattare foto è più difficile. Perché secondo l'"incoscienza collettiva" non c'è nulla da fotografare laggiù. E ovviamente ho immediatamente attirato l'attenzione e suscitato domande. Ma non volevo restare costretto tra il Manneken-Pis e la Grand-Place: il mio campo di gioco deve essere Bruxelles in tutte le sue sfaccettature.

Continui a scattare foto anche dopo le misure restrittive?

Vivo a Jette e di recente ho cominciato a fotografare le sue vie. Ho capito che serve un approccio diverso se si vuole fotografare i quartieri residenziali. Bisogna interagire con le persone, dare spiegazioni e puntare sui ritratti. Meglio prevenire che improvvisare. È un altro genere di lavoro. E comunque, anche con il migliore approccio e in posti diversi, ci sono sempre persone che non desiderano essere fotografate.

Ciò mi ha reso consapevole riguardo le lacune che avevo nel presentarmi. Inizialmente mi avvicinavo alle persone come facevo in centro, scattando loro foto senza avvisare. Così, mi sono scontrato più volte con chi pensava avessi cattive intenzioni. Una volta cambiata strategia però, non riuscivo a spiegare ciò che intendevo fare. Insomma, era una questione delicata e io esitavo. D'altronde non è che tutti mi credessero necessariamente. Ho dovuto imparare, passo dopo passo. Mi sono messo perfino a ripetere il mio discorso allo specchio!

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Bruxelles © Mehdi El Taghdouini

Come riesci a mantenere l'impronta umana nelle tue foto in questo periodo?

È complicato trovare persone in strada ora che sono vuote, quindi scatto anche foto di ambienti vuoti. Ma a dire il vero, mi piace la presenza umana: che sia esplicita o suggerita. Per questo motivo, provo ad andare in luoghi ancora un poco animati come i parchi. Ma di certo scatto ritraggo meno soggetti umani.

È anche strano vedere come le persone siano consapevoli di vivere una situazione eccezionale. Al contrario di ciò che accadeva prima del lockdown, ho scattato delle foto a meno di un metro di distanza, senza che i soggetti battessero ciglio. È come se accettassero che la situazione sia anormale e che invece sia "normale" scattare foto alla gente con le mascherine.

Quindi hai sentito il bisogno di immortalare le vie deserte, la gente con le mascherine, le file d'attesa al supermercato ecc.?

Cerco di lavorare sempre seguendo il mio intuito. Non pianifico nulla, è tutto molto spontaneo. C'è poi una parte documentaristica e a volte mi cimento a seguire alcuni soggetti. Come quando andavo apposta alle manifestazioni dei gilets gialli due anni fa. Ora, con il lockdown, esco con l'intenzione di reagire spontaneamente a ciò che vedo. E quando mi trovo di fronte a qualcuno che indossa una mascherina spesso penso che valga la pena fotografarlo. Ma la spontaneità vince su tutto. Non amo i cliché e non mi interessa scattare una foto se è l'ennesima dello stesso tipo nel corso della giornata.

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Bruxelles © Mehdi El Taghdouini

Che cosa fai oltre alla fotografia?

Sono introspettivo, tendo a riflettere molto, forse troppo. Quando non mi tormento con i pensieri (il risultato finisce sempre con l'essere negativo), passo il tempo a lavorare al mio sito internet, al mio account Instagram o per allargare il mio pubblico e portfolio, ecc. Leggo anche molti libri. Un'altra cosa importante che ho in cantiere è quella di cominciare a catalogare le mie foto, trovare un filo conduttore e tirarne fuori qualcosa. Di solito preferisco l'azione al pensiero, ma il momento attuale gioca un po' a mio sfavore: obbliga a riflettere e quindi mi trovo un po' bloccato.

Cosa ti ha insegnato il lockdown rispetto al tuo modo di lavorare, alle tue fotografie?

Mi ha spinto ha riscoprire il mio quartiere. Da metà marzo mi limito a una zona con un raggio di 200 metri. Non ci avevo mai pensato prima, ma ho scoperto che ci sono migliaia di cose da fotografare. Ho molte foto di Jette da sviluppare. E continuerò a farne.

Questa fase ti ha fatto venire voglia di sperimentare?

Sì, qualcosa bolle in pentola. Vorrei provare a lavorare come freelance. Ho dei contatti nei media che vorrei saper sfruttare meglio. E vorrei sviluppare una riflessione sulla fotografia-documentario. Voglio mantenere la street photography con la stessa intensità, ma anche lavorare sul materiale che già ho. E una volta che le gallerie riapriranno, comincerò a propormi sul serio. Visto che ho bisogno di allargare i miei contatti, mi informerò anche su come unirmi a un'agenzia di fotografia. Vaglierò le diverse possibilità, tra cui quella di mollare il lavoro che ho ora per un tirocinio in ambito fotografico.

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Bruxelles © Mehdi El Taghdouini

Una volta finito il lockdown, quando un po' di persone torneranno a servirti da ispirazione, qual è il luogo che vorresti fotografare per primo?

Uno dei progetti è documentare la comunità tedesca a Bruxelles. Non sarà facile, ma proverò ad avvicinarmi nuovamente alle persone. È un progetto che nasce dal mio bisogno di andare a conoscere cose nuove. Questo è il mio prossimo obiettivo!


L'email per entrare in contatto con Mehdi El Taghdouini sull'account Instagram.

Foto di copertina : Mehdi El Taghdouini

Story by

Léa Marchal

Babélienne depuis 2018, je suis désormais responsable de la version française de Cafébabel.com. Je suis également la rédactrice-en-chef du projet Generation Yerevan, co-créatrice du podcast Soupe à l'Union, et journaliste pour la série de podcasts En Périphérie.

Translated from À Bruxelles, la street photo à l'épreuve du confinement