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Alla Berlinale, il Brasile di Bolsonaro somiglia a quello del XIX secolo

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Federica

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In Brasile la questione identitaria è tornata al centro del dibattito pubblico. Ciò è dovuto anche all'ondata di radicalismo di destra che ha portato all'elezione del presidente Jair Bolsonaro nel 2019. Cosa c'entra tutto questo con la Berlinale?

In Brasile, la questione identitaria è tornata al centro del dibattito pubblico. Ciò è dovuto anche all'ondata di radicalismo di destra che ha portato all'elezione del presidente Jair Bolsonaro nel 2019. Insomma, sembra che le vecchie cicatrici si stiano riaprendo.

Due film brasiliani presentati alla Berlinale 2020 mettono il dito nella piaga e riesaminano le radici delle vecchie e nuove identità di un paese che conta più di 200 milioni di abitanti. Più nel dettaglio, Todos os mortos e Shine your eyes sono due film che si interrogano sull'identità e la coesistenza di persone con diverse origini e opportunità in una stessa società. Ma in entrambi i film il sogno di una vita migliore rimane incompiuto.

Todos os mortos: credere nell'uguaglianza

Lo schermo si accende e appare Josefina. La donna è intenta a macinare un mucchietto di chicchi di caffè. Successivamente, l'anziana signora di colore versa il il prodotto alimentare per eccellenza del Brasile in una tazzina, e ne beve un sorso. Fuori piove e lontano risuona la melodia di uno xilofono. Josefina comincia a cantare di acque miracolose, templi, fiori di loto. La scena è del film Todos os mortos ("Tutti i vostri morti"). La pellicola ritrae il Brasile nel 1899, otto anni dopo la conquista dell'indipendenza.

«La censura, tendenze fasciste, la violenza estrema contro donne e persone di colore ... Tutto questo sta tornando. Ho la sensazione di aver girato un film d'attualità»

Nella scena che segue, un gruppo di suore bianche sono sedute in una sala arredata con stile classico. Ana (Carolina Bianchi) interpreta una sonata europea al pianoforte. Fosse un giorno qualsiasi, le devote l'avrebbero ascoltata sorseggiando un ottimo caffè. Ma la bevanda non è servita, perché Josefina è morta.

Al centro del lungometraggio, dunque, il conflitto sociale: nel convento le donne nere continuano a essere schiave, mentre le sorelle bianche insegnano. Ed è in questo luogo che ascoltano musica classica, scrivono strofe di canzoni e leggono libri. Sebbene la schiavitù sia stata abolita ufficialmente quindici anni prima dell'anno in cui si svolge il film, poco o niente sembra essere cambiato nelle condizioni sociali delle persone: il colore della pelle determina ancora la posizione che una persona andrà a occupare nella società. Persino in un ambiente religioso, il rapporto tra bianchi e neri continua a essere gerarchico.

«Le donne vivono in una società patriarcale. È il padre che comanda, anche da lontano. E le donne si ritrovano allo sbaraglio», afferma l'attrice Bianchi mentre commenta il film. «La monache sono sempre rinchiuse nel convento, come oppresse. Non hanno né sogni, né obbiettivi personali. Eppure, quando arriva la domestica Ina, le suore bianche si rendono conto che l'oppressione a cui sono soggette le donne nere ha una portata completamente diversa», aggiunge l'attrice Clarissa Kiste.

Durante le lezioni a scuola, le bambine studiano la storia del loro paese: dieci anni prima il Brasile si è proclamato una repubblica, ponendo fine alla monarchia. Parte dell'insgnamento consiste nel comprendere che questa nuova fase potrebbe rappresentare un cambio radicale per il paese. Così Todos os mortos offre una ricostruzione storica di un punto di svolta importante nella storia del Brasile, ma composto da elementi che sembrano destinati a ripetersi: «La censura, tendenze fasciste, la violenza estrema contro donne e persone di colore ... Tutto questo sta tornando. Ho la sensazione di aver recitato in un film d'attualità», sentenzia Kiste.

Shine your eyes: an "alien in São Paulo"

Anno 1998. Altra epoca, stesso posto: São Paulo. Ma prima di finire in Brasile, in Shine your eyes (titolo originale, Cidade Pássaro, "La città degli uccelli"), lo spettatore viene portato in Nigeria. La città è Nsuka. Qui i bambini crescono ben protetti e accuditi dai loro genitori. Ma raggiunta la maturità, Ikenna (Chukwudi Iwuji) decide di lasciare la famiglia e trasferirsi nella metropoli brasiliana. Ecco allora che i genitori mandano sulle sue tracce il fratello, Amadí (O. C. Ukeje). Il giovane si mette in marcia con l'intenzione di riportare a casa Ikenna.

Raggiunto il Brasile, Amadí fa una prima sosta al negozio di cosmetici gestito da uno zio, in un centro commerciale di São Paulo. Da qui, si dirige all'università, dove, in teoria, suo fratello dovrebbe insegnare come professore di Statistica. Ma di Ikenna neanche l'ombra. Così il primo decide di seguire altre piste che potrebbero condurre al fratello. Mentre vaga da un posto all'altro, le suggestioni dell'opprimente metropoli invadono Amadí.

L'inquieto girovagare per la città brasiliana diventa un viaggio nella storia della sua famiglia. «Il mio film parla in primo luogo dell'esperienza di essere un estraneo», spiega il regista Matias Mariani. «Amadí non parla la lingua locale, e non comprende nulla di ciò che lo circonda». Ed è quando si ritrova in mezzo a un mondo che non gli appartiene che comprende al meglio la sua identità di nigeriano. «Non volevo rappresentare la tipica storia di un europeo che va in Brasile. È interessante ricostruire anche la storia di altri gruppi sociali», continua il regista. «Il percorso di Amadí parte da un ippodromo e arriva fino a un night club, ma passa anche dalla piccola provincia».

Shine your eyes è visivamente diverso dagli altri film ambientati a São Paulo che conosciamo. In primo luogo, il lungometraggio è girato in 4:3, una scelta precisa del regista per enfatizzare le linee verticali del paesaggio urbano di São Paulo. «Abbiamo iniziato a lavorare al film molto tempo fa. Insieme al produttore, ho studiato da quali paesi africani provenisse la maggior parte degli immigrati. Durante la ricerca, abbiamo scoperto che gran parte delle persone emigrate in Brasile sono di etnia Ibo», spiega Mariani.

Translated from Brasil en la Berlinale: de raíces propias e influencias extranjeras