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Viaggio a Belgrado: «Non ho visto la guerra»

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Cultura

Tra guerra dell'informazione e disinformazione di guerra: quali segni restano in Serbia, tra la guerra della Nato e l’indipendenza del Kosovo. La seconda puntata del nostro viaggio.

Bombardamenti chirurgici su schermi asettici

Le guerre in Jugoslavia mi hanno rivelato un nuovo modo di fare la guerra: una sorta di “info-war”, un conflitto virtuale. Sugli schermi si potevano vedere i bombardamenti, detti chirurgici, mentre distruggevano il paesaggio, come in un videogioco. Un modo per allontanare il pensiero che una bomba uccide, distrugge, polverizza. La verità è che quasi dieci ho l'impressione di essere vittima di un'amnesia : le date si mescolano, i punti di riferimento scompaiono. Ho sentito la necessità di andare a verificare l'informazione, per le vie di Belgrado, per vedere chiaramente l'impatto dei proiettili e gli edifici ancora sventrati, come cimiteri che rinfrescano la memoria e lasciano intravedere un pezzo di storia.

Censura diplomatica

Camminare per la città: non riesco a immaginare cioè che è accaduto, a Belgrado e altrove. Ascoltando i discorsi, crollano i preconcetti: sembrava che i giovani incontrati non percepiscano quel periodo come particolarmente infelice. Raccolgo la testimonianza di Marko: «Sì era dura, ma bisognava pur vivere. Allora andavamo a ballare negli scantinati dei palazzi». Una specie di rivolta pacifica, con cui gli studenti intendevano mobilitare l'opinione pubblica mondiale con una certa immagine della vita serba.

Le ferite della guerra sono ancora aperte e, ironia della storia, davanti all'ambasciata americana si erge l'unico ostacolo incontrato nel corso del nostro reportage. Abbiamo potuto fotografare tutto quello ci interessava e chiunque ci interessava: dalle feste più folli alle "sniffate" di coca. Tutto, tranne un muro di ambasciata, dove un militare ha cancellato le memorie delle nostre macchine fotografiche. La guerra dell'informazione, invece, in parte l'abbiamo incontrata: ogni articolo apparso sul nostro blog/giornale di bordo era seguito da commenti sul nostro lavoro che cercavano di farci passare per degli apostoli della Nato o per candidati del Liberalno Demokratska Partija (Lpd), il partito liberal-democratico serbo. In questa società dell'informazione, non ho visto la guerra, l'ho soltanto letta.

«Rivendicare l'appartenenza del Kosovo alla Serbia non ha nulla di nazionalista»

In questa fine di gennaio, la città di Pristina ha optato per un look “destroy”. Incastrata in una valle, la capitale si anima soltanto in centro attorno ai locali dell'Onu. Veicoli blindati – un 4 x 4 bianco e altri veicoli militari della Kfor, la forza militare delle Nazioni Unite – ingombrano le vie del centro città. Kastriot ci racconta il suo esilio in Svizzera alla fine degli anni Ottanta. Diversa la testimonianza di Arden, un giovane professore che vive a una ventina di chilometri dalla capitale kosovara: conclusi gli studi di geografia, l'unico lavoro che ha trovato è un posto da professore, ma d'inglese. Comunque non si lamenta: non coltiva più sogni per sé stesso, ma per i suoi giovani cugini, Liridonana (14 anni), Leutrim (13 anni) e Dafina (12 anni), rifugiati in Francia tra 2005 e il 2007 in seguito ai disordini che hanno scosso il Kosovo alla fine del 2004. Insieme ai loro genitori sono stati espulsi lo scorso settembre.

Quanto a Belgrado, essa conserva ancora qualche traccia dei bombardamenti Nato del 1999, ma al di là di questo sembra una capitale europea. Molti giovani hanno fatto di tutto per dimenticare quel periodo cupo. Ma è difficile. Per molti l'indipendenza del Kosovo non ha ragion d'essere: «Sì, i Serbi hanno fatto degli errori ma il Kosovo è la culla del nostro popolo e non accetteremo mai l'indipendenza», si adira una giovane cameriera nell'ostello della gioventù. «Rivendicare l'appartenenza del Kosovo alla Serbia non ha nulla di nazionalista », ci spiega ancora il proprietario di un ristorante di Belgrado. «Cercate di capirmi, mio fratello vive a Mitrovica (enclave serba a nord del Kosovo, ndr). Dopo l'indipendenza saremo separati da una frontiera e non sarà più al sicuro»

Translated from Sur la route serbe (II) : « Je n'ai pas vu la guerre »