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Umani a Milano, i volti incontrati in città

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Milano

Stefano D'Andrea, armato di macchina fotografica, gira per Milano alla ricerca di storie per il suo progetto. Umani a Milano non è una semplice raccolta di foto, ma il racconto di una città in movimento e dai mille volti. Fino al 5 novembre è in mostra sulla Darsena.

Milano è una città frenetica. Il milanese va sempre di corsa, cammina sulle scale mobili, fatica ad aspettare il semaforo verde per attraversare la strada e si ha sempre la sensazione che sia in ritardo. Questo è quello che pensa chi vede Milano da fuori, il turista, o chi è abituato a un ritmo di vita più rilassato. Ma lo stereotipo del milanese imbruttito è facile da sfatare, e basta armarsi di pazienza, un largo sorriso e… una macchina fotografica.

È quello che ha fatto Stefano D’Andrea, fotografo e scrittore milanese DOC (ma non imbruttito), ideatore del progetto Umani a Milano. Da spiegare è semplice: un blog che raccoglie le foto di volti di persone incontrate in città, accompagnate da una breve didascalia. Ma dietro c’è molto di più: «È un modo di incontrare cittadini, oppure persone che lavorano o passano da Milano. Un modo di incontrarli a caso, come se si incrociasse una persona qualunque: chiedere una fotografia, fare due chiacchiere e abbassare quel velo che divide tutte le persone,» ci racconta.

"Umani" in Darsena

A molti milanesi che passeggiano lungo la Darsena, sarà capitato di imbattersi in una serie di volti affissi sulla parete esterna del Mercato comunale. In tre anni è la terza esposizione di Umani a Milano, per la prima volta in uno spazio pubblico: «È uno specchio messo a disposizione della città, in cui si può guardare queste foto e riconoscersi. A volte Milano non è capace di guardarsi e riconoscersi per com’è, cioè più bella e più varia di quello che si dice». Il Mercato comunale è così diventato uno spazio espositivo, e lo sarà fino al 5 novembre: «Una foto di quattro lavoratori del mercato apre la mostra: li ho conosciuti e mi sono sembrati adeguati, è come se fossero il benvenuto del mercato che ci ospita, e stanno spingendo affinché la mostra rimanga oltre il 5 novembre».

Rinnamorarsi di Milano

Il progetto è ispirato al più noto Humans of New York, ideato nel 2010 da Brandon Stanton. E proprio la Grande Mela è stata decisiva per Stefano e la sua voglia di riproporre il format in versione meneghina: «Dopo un po’ di viaggi a New York, mi sono accorto che Milano era meno attraente e piacevole. Allora ho pensato: o mi trasferisco a là oppure non mi lamento senza fare nulla. Cerco di conoscere meglio le cose, per vedere se questa città non sia invece un posto che merita di essere vissuto e amato, come sarebbe bello fare col posto in cui si vive».

Il risultato? Un innamoramento per la città. «Andando in giro e incontrando persone che non avrei conosciuto in un altro modo, ho scoperto che la città ha risposto in una maniera sorprendente, generalmente positiva,» spiega D’Andrea. «Le persone che ho incontrato si sono dimostrate come persone. E questo mi ha molto incoraggiato, pensavo di vivere in un luogo di quattro bauscia che si intravedono in mezzo alla nebbia, io stesso che ci sono nato, e invece ho sbagliato».

Il risultato del progetto è frutto di quasi mille scatti e tre anni di passeggiate in giro per la città: «È fondamentale guardare con attenzione qualcosa che negli altri momenti della giornata lasciamo che sia di sfondo. Ci vuole il coraggio di fermare la gente, che non fa proprio parte del mio carattere,» ammette Stefano. «Ci sono stati degli sforzi da parte mia, ma dall’altra parte c’è sempre una persona che ha fatto lo sforzo di fidarsi. Sono felice di aver incontrato persone che si sono fidate». E a pensarci bene, noi stessi faremmo fatica a rispondere all’apparente semplice domanda: «Posso farti una foto?».

La neve non ferma le bocce

«Si gioca tutto l’anno»«E se nevica?»«Si spala e si gioca istess». È la risposta di un anziano signore intento a giocare a bocce. Il milanese trova sempre il modo di risolvere i problemi, grandi o piccoli che siano: «È un tratto comune dei milanesi, non piangersi addosso, ma nemmeno fare troppo rumore quando si affrontano delle questioni. Il bello di quella foto è la facilità e povertà lineare, ogni parola in più sarebbe stata di troppo. È nel DNA della città e quindi quando uno si trova bene a Milano è perché si è trovato bene con questo modo di affrontare i problemi, che non significa non occuparsi dei problemi degli altri, ma non aumentare i problemi che già ci sono».

Tra crowdfunding e refusi

Così come il milanese trova il modo di affrontare i problemi, anche Stefano D’Andrea ha trovato il modo di risolvere il problema, di origine economica, incontrato nell’allestire la mostra in Darsena, patrocinata dal Comune. «I costi di stampa e l’installazione erano fuori dalla mia portata personale. Ho chiesto ai sostenitori, ai soci e ai misteriosi lettori di dare una mano, e sono arrivati quasi 7 mila euro che hanno coperto interamente le spese. Più di 200 persone hanno dato qualcosa. Poi c’è stato l’importante intervento di Levi’s. Un sacco di persone mi hanno dato una mano a titolo gratuito, per passione nei confronti del progetto. Chi ha dato un euro, o venti, ma volendo rimanere anonimo, sono i più commoventi. Significa voler esserci in qualche modo, devono sentire la mostra come loro,» dice Stefano con gratitudine (che ha ringraziato i sostenitori così). Un crowdfunding redditizio, non solo dal punto di vista economico. I milanesi infatti, sembrano aver preso a cuore la mostra, al punto che qualcuno è addirittura intervenuto correggendo con un tratto di pennarello un refuso: «L’unico che si è preso la briga di marchiare la mostra è stato uno che l’ha corretta, è diventata ancora di più vera».

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