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The Strumbellas, oltre Spirits e verso la Calabria

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Dopo aver raggiunto la notorietà mondiale con il brano Spirits (Hope, 2016, Six Shooter Records), la band canadese, The Strumbellas, è passata di nuovo a Roma, al Monk, per presentare Rattlesnake, il loro ultimo album. Abbiamo parlato con David Ritter (tastiere e coro) e Isabel Ritchie (violino e coro) dell'evoluzione della band, dall'epoca del bluegrass suonato alle feste di campagna, fino alla noterietà mondiale a suon di brani pop da stadio. Ma anche di Italia a Toronto e della loro sottile e inconsapevole connessione con la Calabria.

Per iniziare, ci raccontate un po’ che tipo di città è Toronto?

David (Dave): Toronto è la città più popolosa del Canada. È grande, più o meno, quanto Chicago ed è un posto vibrante e interessante. Una delle cose più belle legate al fatto di vivere a Toronto è che, in questi anni, hai la sensazione di essere nel posto giusto al momento giusto. In altre città, come, per esempio, New York o Los Angeles, a volte ti sembra di aver mancato l’epoca d’oro.

Come mai tanto fermento?

Isabel (Izzie): C’è un’esplosione di arte e cultura: nuovi ristoranti, lo sviluppo della cucina locale, l’influsso delle comunità migranti. E poi anche la scena musicale è eccitante. È la casa di tanti generi diversi: dall’alternative country, al pop, passando per l’hip-hop (vedi Drake e The Weekend).

Sapevate che Toronto è casa della quarta comunità italiana all’estero, dietro a San Paolo (Brasile), Buenos Aires (Argentina) e New York City (USA)?

Dave: Beh, si nota. Ci sono un sacco di quartieri che potresti chiamare “Little italy”. Sia nel centro storico, che nella parte ovest della città. Durante l’università sono andato a sentire Umberto Eco che era venuto a Toronto, nel quadro di un evento organizzato dalle istituzioni e associazioni di origine italiana. La comunità del Belpaese è decisamente una delle più attive e visibili.

Anche da un punto di vista musicale? Esiste una sorta di influenza?

Dave: Da questo punto di vista, non credo. Conosco artisti di origine italiana, ma cantano tutti in inglese.

L’Italia è anche il Paese di origine dei violini, basti pensare allo Stradivari … Tu hai qualche connessione con lo Stivale d'Europa, Izzie?

Izzi: Non personalmente. Per quanto riguarda il violino, ho cominciato da piccola con la musica classica. Poi, quando mi sono trasferita a Toronto, mi sono un po’ stufata del genere e ho cercato band in cui farmi largo.

Quanto è diverso il pubblico italiano e, più in generale, quello europeo da quello canadese o degli Stati Uniti?

Dave: Il pubblico italiano è uno di quelli che ci ha conosciuto per primi, grazie alla trasmissione di Spirits nelle radio. Al tempo, il nostro gruppo aveva già 10 anni di storia alle spalle. Devo dire che qui le persone sono molto attente all’esibizione live.

E interagite in maniera diversa con il pubblico europeo dunque?

Izzie: In Europa il pubblico è molto rispettoso. Dopo i concerti, le persone vogliono parlare con i musicisti e chiunque è estremamente gentile. Raramente un concerto diventa un ambiente scatenato. Negli Stati Uniti e nel Canada, invece, c’è un po’ più di "casino". Insomma, la differenza si sente.

Quale Paese europeo avete amato particolarmente?

Dave: Abbiamo passato molto tempo in Germania. Il pubblico tedesco è così silenzioso che all’inizio pensavamo non gli piacesse la nostra musica (risata). Dopo ogni canzone c’era quella pausa di qualche secondo prima dell’applauso. Ci abbiamo messo un po’ a capire la filosofia del posto.

Passando alla vostra musica, sareste d’accordo nel dire che i vostri primi dischi (My father and the hunter, We still move on dance floors) sono più strumentali degli ultimi due (Hope, Rattlesnake)?

Izzie: Sicuramente lo stile è cambiato. Per quanto riguarda i primi due dischi, eravamo letteralmente sei persone a suonare in una stanza. Anche per questo motivo, hanno un suono più duro e crudo. Fondamentalmente è un album che nasce dai live. Mentre l’ultimo lavoro ci ha dato la possibilità di aggiungere tanti nuovi strumenti al repertorio.

Però nei primi dischi, il tuo strumento, il violino, spicca di più, non credi?

Izzie: Diciamo che emerge in maniera diversa: ci sono più fraseggi da solista. Ma in Rattlesnake ci sono più archi, come il violoncello, che hanno un impatto quasi orchestrale.

Una cosa che invece rimane costante nel corso di tutti i vostri dischi, è la presenza del coro. Quanto conta per voi cantare insieme?

Izzie: È fondamentale. A volte, siamo lì in studio e pensiamo: dobbiamo metter più cori e finiamo con una decina di voci diverse che interpretano la stessa frase!

Voi due e Simon (Simon Ward, cantante e frontman) siete i primi tre membri degli The Strumbellas. Ciò si rispecchia anche nel vostro modo di comporre le canzoni?

Dave: Credo che siamo abbastanza democratici - per quanto lo possano essere sei persone che devono prendere una decisione. Con riferimento alla nascita del gruppo, invece, la storia è la seguente: Simon ha messo un annuncio su Craigslist e io sono stato il primo a presentarsi. Io ho inviato un’email infinita con tutte le mie influenze musicali e le prime band in cui avevo suonato, oltre a degli esempi, ecc.. Deve aver pensato che fossi un egocentrico. Poi, quando sono arrivato a casa sua, mi ha chiesto cosa volessi suonare e ho cominciato a prendere in mano qualsiasi strumento a disposizione. Ho addirittura cantato. Non credo che avesse molto senso!

Izzi: Beh, poi sì, mi sono aggiunta io, ma anche tante altre persone. Credo che a un certo punto fossimo in dieci o una cosa del genere. All’inizio era una sorta di collettivo: niente batteria, solo bluegrass, suonavamo a delle feste in campagna, ecc.. Poi, però, la struttura attuale della band si è definita rapidamente.

Com’è cambiato il modo in cui componete i vostri brani?

Dave: Il primo album è un album che nasce dai live. Con ognuno legato molto alle proprie interpretazioni delle singole parti. Oggi andiamo in studio con molto meno preconcetti. E non suoniamo mai un brano prima di averlo registrato in studio.

Quanto è importante Simon per The Strumbellas?

Dave: Simon è il carbone ardente del fuoco The Strumbellas. Le canzoni provengono quasi tutte dalla sua testa. È lui che porta i testi e le melodie fondamentali. Poi interveniamo noi. Come dire: non si può accendere un fuoco, senza avere una scintilla.

Quindi i testi sono di Simon, punto e basta. O partecipate anche voi?

Dave: Diciamo che io sono quello che interviene di più. In parte, perché ho una madre che insegna lingua inglese. Quindi a volte capita che gli corregga la grammatica. A quel punto, lui, di solito, risponde che si tratta di arte!

Dave, parlando del rapporto tra te e Simon, quando cantate/suonate in duo è molto d’impatto. Mai pensato di andare in quella direzione?

Dave: No, non abbiamo mai pensato a un progetto parallelo. Anche perché, oltre a The Strumbellas, esistono già i bambini a casa. Ed è quanto di più riusciamo a gestire in questo momento. Però sarebbe figo, sì.

A mio avviso, uno dei brani più belli dell’ultimo album è Running desert. Racchiude sia gli The Strumbellas del passato che quelli più recenti. Come nasce?

Dave: È sicuramente uno dei brani che ha meno influenze esterne. Running Scared esce direttamente dalla testa di Simon. Le sonorità non ricordano altre band. È stato molto divertente lavorare al pezzo. Ci siamo detti: questa la facciamo senza pensare ad alcunché, zero pressioni, ecc. L’unico obiettivo era divertirci. È una canzone speciale, fatta per noi.

Continuando a parlare di evoluzioni, anche le vostre cover sono cambiate e il nome dei dischi è passato dall’essere composto da intere frasi a singole parole. Tutta una questione di marketing?

Izzie: Diciamo che il cambiamento è nato anche un po’ da un’autocritica. I precedenti nomi degli album erano veramente troppo lunghi (My father and the hunter, We still move on dance floors).

Dave: E poi, da un punto di vista grafico, abbiamo usato lo stesso artista per i primi tre album. Mentre la copertina di Rattlesnake è stata realizzata dal tatuatore di Simon.

Cosa si nasconde dietro ai nomi dei vostri primi due album, My father and the hunter, We still move on dance floors?

Dave: My father and the hunter è stata un’idea di Simon - per certi versi, il suo cervello lancia continuamente dei segnali - e fa riferimento a suo padre, ritratto anche nella copertina. Curiosamente, nessuno ci ha mai chiesto nulla a proposito. Invece, per quanto riguarda We still move on dance floors, è una citazione di un brano che è stato tagliato dall’album. Una canzone che, personalmente, amo molto. Spero che un giorno torni in qualche forma.

Izzie: In secondo luogo, credo che i titoli degli album rispecchino caratteristiche diverse della nostra storia. Il primo album parlava molto della morte e di sentimenti negativi. Il titolo del secondo disco richiama invece le situazioni caotiche vissute durante i nostri concerti. In effetti, credo che fosse davvero uno show noto per essere divertente. O forse è così che mi piace ricordarlo.

E a proposito di show di altri artisti, c’è qualcuno con cui ancora sognate di suonare insieme?

Dave: Bruce Springsteen è una risposta scontata?

In un post sul vostro sito web citate scrivete che, con Rattlesnake avete raggiunto i vostri limiti. È finita qui dunque?

Dave: Stiamo vivendo in pieno il nostro momento Rattlesnake. C’è la sensazione di aver raggiunto il suono "più pop-da concertone" che sei ragazzi del Canada possano ottenere. Ma, chissà, magari esiste un ulteriore livello.

Izzie: È difficile dirlo. Credo che gli The Strumbellas potrebbero prendere tante strade alternative. Sarà soltanto il tempo a dirlo.

Difficile credervi. Lo sapete che “strumbelle” in dialetto calabrese significa “storie inventate”?

Dave: Beh, sembra perfetto. Ora che lo sappiamo, quando ci chiederanno da dove viene il nome del gruppo, potremo finalmente tirarcela e dire: “beh, sai c’è questa regione italiana … la Calabria” (risate)!