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The Game: la crisi migratoria al confine tra Bosnia e Croazia in 11 scatti

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Sono circa 20mila e provengono principalmente dall’Afghanistan, dal Pakistan e dal Kurdistan iracheno e siriano. Hanno in comune un lungo percorso fatto di passaggi di frontiere e respingimenti. Tra di loro si chiamano "gamers" ("giocatori", in italiano). Qual è il “divertimento” di turno? Riuscire ad attraversare il confine tra Bosnia e Croazia. Poi, da lì, continuare verso la Slovenia per raggiungere l’Italia e andare oltre. Racconto di una vita migrante ai bordi dell'Europa.

«Jungle, Jungle, Jungle» ("giungla", tdr.): è l’unica parola che riesce a dire un signore in stato di shock sdraiato sul ciglio di un sentiero, tra le montagne che separano la Bosnia dalla Croazia. Siamo a Vucjak, cittadina di confine che si trova in quella che, 15 anni fa, veniva chiamata “la sacca di Bihac”, un luogo di resistenza di fronte all’avanzata dell’esercito serbo. Oggi, di quella guerra rimangono molti cimiteri e una vasta zona di campi minati. I documenti del signore dicono che si chiama Yassin*, che ha 65 anni e che viene dall’Iraq**. Lui continua a tremare e a ripetere solamente: «Jungle, Jungle, Jungle», il campo profughi da dove probabilmente è partito la sera precedente o qualche giorno prima e dove vuole tornare per chiedere aiuto.

Yassin è un “gamer”, una delle oltre 20mila persone che dall’inizio dell’anno hanno attraversato la Bosnia. Provengono principalmente dall’Afghanistan, dal Pakistan e dal Kurdistan iracheno e siriano. Hanno in comune un lungo percorso: viaggi di almeno due anni e tante frontiere attraversate. Da queste parti il “game”, il gioco, è passare il confine con la Croazia e, da lì, dirigersi verso la Slovenia per poi proseguire oltre.

Chi viene dal Pakistan vuole fermarsi a Milano o Roma, oppure arrivare in Spagna, mentre chi viene dalla Siria o dall’Iraq ha quasi sempre come meta definitiva la Germania. Arrivati alla Jungle insieme a Yassin, la Croce Rossa se ne fa carico: verrà portato in ospedale e curato. Apparentemente, soffre del morbo di Parkinson. Ma soprattutto, ha appena sperimentato un arresto cardiaco: «Ancora poche ore nel bosco e probabilmente sarebbe morto», dicono i dottori.

La giungla di Vucjak
La giungla di Vucjak © Valerio Nicolosi

«Qua sono tutti gamers. Provano a passare il confine, ma vengono picchiati e spediti indietro dalla polizia croata: è come una lotteria. Per questo viene chiamato the game», racconta Aaron, responsabile del campo per conto di Croce Rossa. Le persone che vivono nella "giungla" sono circa 600, ma il numero varia di giorno in giorno perché gli arrivi sono continui, tanto quanto le partenze.

La Croazia si prepara a far parte dell’area Schengen e utilizza uno “zelo” al di fuori di ogni comprensione per far dimostrare di essere un Paese affidabile nella lotta contro l’immigrazione. Quello che mette in atto sono dei veri e propri respingimenti.

La giungla di Vucjak
La giungla di Vucjak © Valerio Nicolosi

«Ho provato ad attraversare il confine 7 volte. Spesso sono riuscito ad avanzare per qualche giorno. E una volta ho perfino raggiunto la Slovenia, ma poi la polizia mi ha sempre catturato, picchiato e riportato in Bosnia». Alì ha 36 anni, nel suo Paese era un maestro di scuola elementare. Ma lo stipendio non bastava per mantenere la moglie e i figli e così è partito. «Ho visto nascere mio figlio e sono partito poche settimane dopo. Mi manca, vorrei vederlo e toccarlo: non soltanto attraverso lo schermo del mio smartphone. Lungo la strada mi sono arrangiato a fare qualsiasi lavoro per mandare a casa dei soldi, ma quando non hai i documenti sei ricattabile e quindi ti pagano pochissimo». Alì proverà a passare il confine per l’ottava volta non appena le ferite alle gambe saranno guarite. Come lui, tenteranno la fortuna gli altri migranti che si trovano nel campo profughi che fino a pochi mesi fa era una discarica. «Hanno allestito tutto in fretta e furia perché la pressione sulla città di Bihac era diventata eccessiva. Così hanno messo su un campo a Vucjak, praticamente in mezzo al bosco, in un luogo totalmente isolato e in mezzo alle mine», racconta un altro operatore della Croce Rossa.

La giungla di Vucjak
La giungla di Vucjak © Valerio Nicolosi

In effetti, il pericolo mine è evidenziato da un grande cartello al centro del campo: una mappa con le scritte in arabo indica in rosso le zone dove è vietato passare. Ed è qui, davanti a questa mappa, che il campo prende vita: un piccolo mercato improvvisato, un baracchino dove poter caricare i telefoni, le cisterne dell’acqua quasi sempre vuote e, accanto, un grande fuoco dove bruciare i rifiuti. Nel caos le persone hanno provato ad organizzarsi, nonostante questa sia una comunità perennemente in viaggio.

La giungla di Vucjak
La giungla di Vucjak © Valerio Nicolosi

Ci sono ragazzi che friggono il pane, quelli che preparano il pollo in pentola e quelli che, con una sedia e uno specchio, hanno improvvisato un negozio di barbiere. «Sono i mestieri che facevamo prima di partire e ne approfittiamo per tirare su qualche soldo lungo il cammino». Mohammed Jim è pakistano ma ha vissuto 13 anni in Germania dove ha fatto sia il barbiere che il cuoco. «Ho anche un canale youtube: ci trovi i piatti che preparavo quando ero in Germania. Quando mia madre si è ammalata sono tornato in Pakistan: volevo stare con lei fino alla fine. Dopo la sua morte ho richiesto i documenti per la Germania: me li hanno negati e così sto provando il game, ancora una volta».

La giungla di Vucjak
La giungla di Vucjak © Valerio Nicolosi

Jim è una sorta di star del campo: tutti sono in fila per farsi tagliare i capelli. Per riuscire a parlarci con calma bisogna aspettare un’intera mattinata. «Parlo tedesco perfettamente, molto meglio dell’inglese. Ho un lavoro come cuoco che mi aspetta e tanti amici. Farò ancora un po’ di soldi qui al campo e poi proverò ad arrivare in Italia con un taxi e, da lì, andrò in Germania». I taxi sono un’alternativa per chi può permettersi di pagare circa 3mila euro. «Ti aspettano subito dopo il confine, già in territorio croato, e poi ti portano in macchina fino al confine con Trieste. A quel punto ti restano solo pochi chilometri da fare a piedi».

La giungla di Vucjak
La giungla di Vucjak © Valerio Nicolosi

La fila per farsi tagliare i capelli si svuota improvvisamente, tutti corrono verso “la piazza” del campo perché è arrivata l’autocisterna dell'acqua. Il piazzale diventa una grande doccia collettiva, tutti approfittano del rifornimento, qualcuno lo fa direttamente dai rubinetti posteriori del tir: «Tra pochi minuti sarà finita perché non basta per tutti, quindi tutti veniamo a lavarci il prima possibile. Hai capito perché è una giungla questo posto, eh?».

La giungla di Vucjak
La giungla di Vucjak © Valerio Nicolosi

L’alternativa alla Jungle è la Bira, ovvero un’ex fabbrica nella periferia di Bihac dove è stato allestito un centro d’accoglienza finanziato dall'Unione europea. Qui vengono accolte solamente famiglie, minori non accompagnati e donne che viaggiano da sole. «Ho il permesso per stare nel centro d’accoglienza ma è pieno.Qquindi mi hanno detto di dormire fuori, non si sa bene dove». Khalid ha 17 anni e viene dall’Afghanistan. Ha attraversato l'Iran, la Turchia la Grecia e la Macedonia, prima di arrivare in Serbia e, infine, in Bosnia. «In nessun Paese sono stato trattato come in questo posto, tra la Bosnia e la Croazia. Non ti danno nessun tipo di supporto, mentre in Croazia mi hanno picchiato, spogliato, rotto il telefono e mi hanno abbandonato tra i boschi facendomi tornare a fin qua a piedi». L’inverno nei Balcani è dietro la porta e la foresta rischia di fare più vittime della polizia croata.

La giungla di Vucjak
La giungla di Vucjak © Valerio Nicolosi

A causa del sovraffollamento non tutte le famiglie vengono accolte. È capitato, per esempio, a quella di Mustafà, curdo iracheno che viaggia con 18 componenti della sua famiglia, tra cui 7 bambini. «In Iraq stavamo bene: facevo il tassista e ho lavorato tanto con gli le persone che venivano dall'estero. Tutta la mia famiglia era benestante, ma siamo dovuti andare via quando hanno provato a uccidere mio padre: a un certo punto, era un "tutti contro tutti", non c’erano più regole e abbiamo deciso di lasciare il Paese tutti assieme». Viaggiare in 19 è difficile per trovare acqua e cibo a sufficienza; garantire gli spostamenti con i tanti bagagli; organizzare l'attraversamento illegale delle frontiere. Però ti fa sentire meno solo. Hai accanto a te il motivo per cui lo stai facendo.

La giungla di Vucjak
La giungla di Vucjak © Valerio Nicolosi

«Per arrivare nell’isola di Lesbo siamo stati 4 ore e mezza su una barca. Ero convinto che non saremmo mai arrivati a destinazione vivi: imbarcavamo acqua da tutte le parti». Il viaggio della famiglia di Mustafà dura da 4 anni con tanti stop forzati. Per andare via dall’isola di Lesbo ci hanno messo quasi due anni. Ad un certo punto sono riusciti ad arrivare ad Atene chiusi dentro un tir. Una volta giunti a destinazione, la polizia voleva arrestare e rimandare indietro il gruppo, ma sono comunque riusciti ad arrivare in Albania e, da lì, a passare il confine: «Abbiamo fatto tutto a piedi, i bambini sono piccoli e spesso li portiamo sulle nostre spalle. Ogni chilometro percorso da noi equivale a 5 chilometri percorsi da una persona che viaggia da sola». L’Albania, il Kosovo e la Serbia per i migranti sono Paesi che danno pochi problemi, vengono attraversati in poco tempo e nessuno prova a bloccarti. Anche in Bosnia non è difficile entrare, ma il problema è uscire: «La polizia croata ci ha fermato e ci ha picchiato, eravamo quasi a Zagabria quando hanno rotto tutti i nostri telefoni, preso a manganellate gli adulti e a calci i bambini. Non ho mai visto nulla del genere».

La giungla di Vucjak
La giungla di Vucjak © Valerio Nicolosi

A Mustafà e alla sua famiglia sono stati risparmiati i vestiti, ma non i telefoni e così solo uno si è salvato perché era nascosto. Una volta arrivati a Bira, gli è stato detto che avevano diritto al posto nel centro d’accoglienza, ma che non c’era spazio, hanno quindi deciso di ripartire subito con tutti i bagagli. «Entro stasera arriveremo in cima alle montagne e domani mattina presto attraverseremo il confine. Poi ricomincia il game. Mustafà segue delle mappe Google dove sono indicati dei punti di riferimento: uno di questo è il rifugio montano costruito prima della guerra o ormai abbandonato a se stesso e alla mine che lo circondano. Oltre a loro ci sono altre famiglie: una di queste è siriana e ha un bambino di pochi mesi.

La giungla di Vucjak
La giungla di Vucjak © Valerio Nicolosi

Appena cala il buio i bambini mangiano. Poi crollano dal sonno, mentre gli adulti si regalano un momento di relax attorno al fuoco. «Preferisco stare qui per 15 anni, dormire per strada o dove capita, invece che rischiare che qualcuno possa uccidere mio padre o mia madre. Sono stanco, è vero, ma non fisicamente, voglio solo serenità per me e tutta la mia famiglia. Appena arriveremo in Germania sono sicuro che la troveremo», chiosa Mustafà.


Questo articolo viene pubblicato nel quadro di una partnership editoriale con la testata QCodeMag. L'articolo è a cura di Valerio Nicolosi, ed è stato pubblicato originariamente su QCodeMag il 4 novembre 2019.

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