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Sandra Mason: «Ci sono dischi a cui Spotify non può arrivare»

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Chi sono i digger? Perché sono diversi dai dj? Qual è il loro ruolo nell’universo musicale ai tempi di Spotify? Per capirlo abbiamo incontrato Enrica Borsatto (29) - in arte Sandra Mason - una delle principali rappresentanti italiane della categoria. Originaria di Padova e con un percorso artistico costruito tra Roma e Zurigo, Sandra Mason suonerà il 4 ottobre al Digitalive Romaeuropa Festival 2019.

Sandra, cercando la parola “digger” su Google, la prima pagina dei risultati è tutta dedicata ai tombaroli (letteralmente, in inglese, “grave digger”). Ma questa non doveva essere un’intervista sul mondo della musica?

In effetti (risata). Eppure, in un certo senso, la parola "grave" somiglia molto a “crate” (“contenitore” in inglese, nda.), un termine sicuramente utile a spiegare cosa siano i digger.

Cioè?

I digger musicali sono persone appassionate di musica che passano un tempo spropositato a cercare supporti analogici musicali in ogni dove, che siano magazzini, negozi, mercati all’aria aperta, poco importa. È in questi posti che questi professionisti iniziano a “scavare”. Nei negozi, si tratta appunto di mettere le mani nei crate: ceste, librerie, scaffali. I digger scavano musica incrociando informazioni di ogni tipo: dalla copertina-grafica di un disco, alle informazioni di un collega, o del proprietario di un negozio.

Da come la descrivi sembra quasi una nicchia dell’universo musicale.

Sì, quella dei digger può essere vista come una nicchia. Diciamo che sei un bravo digger se riesci a tirare fuori dagli archivi pezzi interessanti da ascoltare e magari mettere in serata.

Scusa, ma perché non possiamo chiamarvi semplicemente dj?

Perché non è detto che i digger mettano musica nei locali. Le due cose possono andare a braccetto, ma non necessariamente.

Come sei diventata una digger?

A 16 anni ho comprato i miei primi piatti, poi ho conosciuto gente più grande di me che organizzava serate e da lì è partita la fascinazione per la figura del dj. È durata poco, mi sono resa conto che stavo seguendo un genere che non mi interessava veramente e che in realtà mi piaceva molto di più comprare, cercare e scoprire dischi, senza il pensiero fisso della pista. Ho comunque continuato per anni il lavoro nei club, occupandomi della parte logistica

Però giovedì suoni al Digitalive Romaeuropa Festival 2019, quindi qualcosa deve essere cambiato...

Le prime richieste sono arrivate nel 2014 tramite il classico passa parola. Amici di amici avevano sentito che collezionavo determinati generi e mi hanno chiesto di suonare per piccole serate. Nel 2015 mi sono trasferita a Zurigo, dove ho passato due anni e ho conosciuto Valentina aka Ms Hyde, una sorta di anima gemella in termini musicali: abbiamo fatto diverse serate al Bar 3000, il bar dello Zukunft. Eravamo fissate con gli stessi generi, soprattutto: new wave e alternative funk. Così ho trovato la sicurezza nell’esibirmi.

Quindi Sandra Mason nasce praticamente per caso, senza influenze famigliari di sorte?

“Sni”. La fascinazione per il vinile non deriva dai miei genitori. Sicuramente mi hanno trasmesso la passione per alcuni generi, in particolare mia madre. Da piccola, di domenica, mi risvegliavo spesso e volentieri con Sakamoto e, più in generale, con synth-pop giapponese e classici funk e disco, senza sapere, ovviamente, cosa fossero. A dire il vero, li odiavo. È stato solo anni dopo, quando ho iniziato a comprare e cercare dischi, che mi sono resa conto che alcune delle sonorità dei pezzi che sentivo erano stranamente familiari. Insomma, alla fine mi ritrovo anche io a dover ringraziare mia madre! Un’altra influenza importante è stata sicuramente MTV - dai semplici Mtv selection brand new, al canale più sperimentale, QOOB, ho scoperto brani e artisti che hanno cambiato il mio gusto.

Al Digital live Romaeuropa Festival 2019, proponi un percorso musicale legato alle parole guida del festival: tribalismo contemporaneo, identità post-internet, genderless. In che senso queste parole possono essere legate all’attività dei digger?

In un certo senso, credo che “tribalismo contemporaneo” sia un termine adatto perché gli appassionati di musica sono come delle tribù fluide che si ricompongono a seconda dei gusti musicali. “Post-internet” identifica anche quel fenomeno per cui ormai il digging si fa tramite una commistione di ricerca del- e sul supporto fisico, nei negozi, da un lato, e l’aggiornamento, in diretta, tramite internet, dall’altro. Inoltre, in questa epoca si tende a far dialogare generi diversi: credo sia un tratto peculiare della nostra generazione. Infine, “genderless” ha un senso nella misura in cui, si rifiuta un pensiero mainstream che si esplica spesso in affermazioni del tipo: “Una sensibilità tutta femminile”. È una categorizzazione che, personalmente, rifiuto sia concettualmente, sia nella pratica.

Quanto è rilevante il problema della discriminazione di genere in questo settore?

Molto. Basta guardare le line up: l’ambiente tele-disco-dj è sempre stato prettamente maschile. Ora siamo passati alle quote rosa. Non mi fanno impazzire, ma credo - e spero - che si tratti di un momento di transizione che porterà a un futuro meno marcato dalle discriminazioni. Sai quante volte mi sono sentita dire da venditori, promoter o amici (solitamente uomini): «Oh, guarda: una donna che compra dischi»? È una cosa che volendo potresti anche sfruttare a tuo vantaggio, ma che a lungo andare stanca. Per me è assurdo che un qualsiasi tipo di produzione o espressione musicale venga descritta e raccontata in funzione del sesso di chi la realizza.

Considerata che questa è l’era del digitale, c’è stata un’epoca d’oro dei digger?

Negli anni ‘80 e ‘90 non penso che le persone avessero la necessità di definirsi tali, ma esistevano già i collezionisti. Poi, con l’arrivo dell’mp3, molti negozi sono spariti e quindi la figura del digger ha assunto una connotazione più specifica nel contesto contemporaneo.

Quanti dischi hai?

Circa 2000, in realtà non è una quantità spropositata.

Se venissi a casa tua cosa troverei in questo momento?

Un disastro (ride). Troveresti dischi ovunque probabilmente.

Come li cataloghi?

È un lavoro continuo. Cerco sempre di controllare la mia collezione e di chiedermi cosa ha un valore reale per me, per le serate che ho in programma o, magari, per il mercato attuale.

In che senso?

A volte capita che un dj famoso abbia messo un disco che hai in collezione. Di conseguenza, il suo valore può schizzare alle stelle. Se è un disco che non mi interessa più, lo vendo e compro altro.

Torniamo alla catalogazione dei dischi...

Li dispongo per genere: italo disco, balearic, cosmic, sperimentale tedesca e new age ‘80, wave, alternative disco, madchester, factory e varie produzioni inglesi e così via. In un’altra libreria raccolgo album e mix techno e house. Il vero “problema” poi sono i generi ibridi che, in realtà, sono quelli più interessanti a mio avviso, come la italo wave, o la new beat.

È un lavorone: c’è una componente molto artigianale in tutto questo.

Sì. E si tratta di un lavoro molto introspettivo. È per questo che amo i dischi. Non è soltanto la questione del fascino retrò: scoprire un disco, toccarlo, riconoscerne la copertina è qualcosa di unico. Insomma, non ce la farei a mettere musica con le pennette usb. Non sento lo stesso legame: quando prendi in mano un disco hai dei ricordi e delle sensazione che un file non può darti.

Somiglia molto al discorso dei giornalisti che rivendicano il primato del supporto cartaceo…

Può darsi, ma non mi arrogo il diritto di dire che sia l’unica via possibile. Semplicemente è quella che funziona meglio per me.

E poi non è che sposti il tutto con il click di un mouse, no?

In realtà, con i file puoi avere più complicazioni. Ho amici che lavorano soltanto con il digitale e che hanno più materiale di me. Ricorrono a metodi classificazioni che non userebbe neanche un bibliotecario.

Che senso ha la figura digger ai tempi di Spotify?

Spotify non arriva ovunque. E lo dico nonostante lo utilizzi anche io: a volte trovo il nome di un artista che mi piace. E per qualche misterioso accordo tra l’etichetta in questione e la piattaforma streaming, lo trovi lì. In ogni caso, non penso che la maggior parte delle persone che usano Spotify abbiano le mie esigenze. E non credo che Spotify tolga qualcosa ai digger.

Chi sono i principali digger in Italia e in Europa?

Così al volo ti direi Guglielmo Mascio, Francesco de Bellis, Lorenzo Sannino per l’Italia. All’estero mi vengono in mente Vincent Privat, cofondatore del negozio Dinozord di Parigi, Albion, Charles Bals, Kara Gözlüm, Izabel Caligiore. Ma di sicuro mi sto dimenticando un sacco di altri nomi! Negli ultimi anni molti noti digger e collezionisti hanno creato etichette che si occupano di ristampe.

Puoi spiegarci meglio di cosa si tratta?

Diciamo che chi ristampa un disco sceglie tracce o album di difficile reperibilità, spesso con un focus preciso su determinati generi, dischi che per qualche motivo sono stati dimenticati, e contatta l’artista per acquistarne i diritti. Le uscite vengono arricchite con materiale inedito, interviste, tutto quello che può aiutare a contestualizzare e apprezzare meglio. Se una ristampa non è autorizzata si chiama bootleg. Negli ultimi anni, il fenomeno è diventato rilevante: se una volta, nelle newsletter dei negozi di dischi, le ristampe pesavano per il 20 per cento, oggi siamo al 60 per cento. C’è poi un altro aspetto un po’ più nebuloso, quello degli edit.

Ovvero?

Gli edit veri e propri modificano le tracce rendendole più suonabili, dando un beat fisso ai pezzi, allungando alcune parti, o rimuovendone altre, per renderle più adatte all’utilizzo che ne potrebbe fare un dj. C’è poi chi prende il pezzo e lo ristampa senza modifiche sostanziali e, soprattutto, senza autorizzazione, in maniera molto simile a quello che succedeva negli anni ‘80 con i bootleg cosmic e afro.

Con conseguenze positive o negative?

La situazione è diventata caotica. Oggi si fa fatica a comprendere l’utilità di una ristampa perché, a tratti, sono prodotti senza senso. A volte hai varie etichette che ristampano lo stesso artista a distanza di qualche mese, senza comunicare tra di loro. Detto ciò, ci sono molte label pazzesche che lavorano con passione e coerenza, come la Music From Memory, la Mannequin Records di Alessandro Adriani, Seance Centre, Archeo Recordings, Stroom.

Com’è cambiato il rapporto fra le persone e la musica negli ultimi 20 anni secondo te?

Oggi siamo bombardati di musica. Navigare in questo mare, diventa difficile. Non è tanto una questione di tipo di supporto. Ma di possibilità fisiche. Teoricamente puoi avere tutto. Il paradosso è che hai talmente tanta scelta che non riesci a prendere una decisione.

Credi che la contemporaneità tolga sempre più valore al momento dell’ascolto?

Sicuramente è sempre più difficile concentrarsi. Quando gli amici delle scuole superiori masterizzavano un disco, lo ascoltavi dal primo all’ultimo brano. Oggi è difficile che facciamo la stessa cosa. C’è una sorta di ansia di skippare (“passare al prossimo brano”, nda.) ogni 30 secondi. L’unico contesto dove ascolto la musica come una volta, è la macchina: a mio avviso è rimasto il luogo per eccellenza per ascoltare musica.

Tu non hai un account Spotify, ma ne hai uno su Soundcloud. Da lì si arriva al tuo account Discogs: ci spieghi cos’è?

È il più grande database online per la musica, una sorta di wikipedia dei dischi che può essere modificata pubblicamente dagli iscritti. Allo stesso tempo, è anche un marketplace dove puoi comprare e vendere dischi. Soundcloud lo utilizzo per condividere i miei mixati, su Discogs catalogo la mia collezione e vendo dischi; e poi da circa un anno sto lavorando a un canale youtube, Cocktail Naïf, con un focus su scene e artisti mai realmente valorizzati.

Quanto conta viaggiare per fare questo mestiere? Ed è più importante spostarsi fisicamente o mentalmente?

Conta tanto; soprattutto fisicamente. C’è stato un periodo, diciamo il biennio 2008-2009, in cui sono esplosi blog da cui potevi scaricare di tutto. Alcuni davano delle informazioni di contesto sui dischi. Ma nella maggior parte dei casi, si trattava di micro-comunità tematiche. Con la chiusura dei principali siti di file sharing come Rapidshare, purtroppo, molti dei link hanno smesso di funzionare. In un certo senso erano apparse online delle mappe musicali tematiche digitali.

Cosa è successo poi?

Beh, il fenomeno è durato poco tempo per questioni di copyright. In quegli anni potevi fare fare il digger al contrario: prima scoprivi i dischi e poi andavi a cercarli nella vita reale. Ora è più difficile.

Ci sono dei Paesi in Europa che possono essere considerati l’eldorado dei digger?

Sicuramente Francia e Olanda, ma in generale, un digger si sposta in base a quello che cerca, per questo ci vuole molto studio preliminare. In italia, Roma è sicuramente il punto focale. Il mercato di Porta Portese è fenomenale da questo punto di vista: impossibile non trovarci qualcosa di utile. Dall’italo disco, alle sonorizzazioni che venivano utilizzate in Rai, a oscuri 7 pollici. Anche da Napoli stanno riemergendo cose interessanti.

In un articolo pubblicato da Esquire, due ragazzi raccontano il loro viaggio in Nigeria da digger, documentando la ricerca, gli imprevisti, ecc. Quanto è ecologica l’attività dei digger?

Considerando che ormai si può scegliere di passare i weekend a Madrid, Berlino o altrove, credo che l’impatto sia in linea con il resto delle nostre attività. Anzi, penso che chi cerca dischi vintage, stia facendo un lavoro di riciclo in un certo senso. Per quanto riguarda il caso specifico della Nigeria, non è raro vedere vere e proprie spedizioni nel Paese. I dischi di boogie nigeriano sono tra i più rari e cari sul mercato.

A proposito di affari, i negozi di dischi sono sempre di meno...

Beh, in realtà ultimamente c’è stato un revival. Però temo si tratti di una fase temporanea, se non di una bolla. Il dato storico che ha caratterizzato il mercato a partire dagli anni 2000 è chiaro: con l’arrivo del digitale c’è stato il crollo dell’industria.

Cosa dovrebbe fare un aspirante digger oggi?

Studiare tanto, in modo induttivo. A partire dai singoli brani o dischi, poi, è utile seguire un percorso lineare, a ritroso, interrogandosi su generi e artisti.

Ah giusto, perché Sandra Mason?

È che mi lamento spesso borbottando e ai miei amici facevo venire in mente Sandra Mondaini. Allo stesso tempo, voglio anche sempre avere ragione, così qualcuno ha tirato fuori Perry Mason, l’avvocato. Sandra Mason è un mix dei due personaggi. Fondamentalmente vuol dire che sono una rompi c**** (ride). Ma a me piace: suona molto italo disco.