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No, i millenials non sanno solo postare su Instagram

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Translation by:

Laura Baro

società

In un articolo pubblicato su El País, il giornalista Antonio Navalón si è chiesto se i millennials avessero una visione sociale o politica, se avessero creato qualcosa di più di un filtro di Instagram. Sì, Antonio, te lo dimostra questa lettera aperta.

L’anglicismo millennial si riferisce a noi nati tra gli anni '80 e il nuovo millennio, il 2000. Dall'inizio di questa nuova fase, questa parola è entrata a poco a poco nel nostro vocabolario ed è stata utilizzata come palcoscenco su cui celebrare le innovazioni, ma anche come bersaglio per le critiche.

I nostalgici del passato insistono nel descrivere la stretta relazione dei, ora sì, millennials con i social network come un'interazione di dipendenza, piena di tossicità che ci hanno fatto precipitare nella più profonda passività e persino nell'idiozia.

L’ultimo caso, che ha suscitato grande clamore in Spagna, ha visto come protagonista il giornalista e imprenditore Antonio Navalón che in uno dei suoi articoli pubblicati sul quotidiano El País si è scagliato contro un'intera generazione, quella nata negli ultimi tre decenni, perché ritiene che "l'unica cosa che conta per loro è il numero di Mi piace, i commenti e i follower sui loro profili social" e si chiedeva se "vale la pena costruire un discorso per chi non sa ascoltare?"

Con un approccio basato sul determinismo tecnologico, Navalón si è dichiarato incapace di scorgere alcun progresso o visione tra i giovani. Secondo la sua tesi, il futuro nelle nostre mani è quasi apocalittico: "se i millennials non vogliono nulla e rappresentano il futuro, allora il futuro è in mezzo al nulla”, ha scritto. Per lui tutto, proprio tutto, rappresenta un regresso sociale e politico, al punto da considerarci privi di senso civico e di responsabilità e addirittura colpevoli dell’ascesa al potere di Donald Trump.

L'articolo ha scatenato un putiferio, molti giornalisti, anche della stessa testata, si sono schierati in difesa dei giovani, ‘Antonio Navalón’ è diventato Trending Topic, l'autore si è guadagnato una scherzosa modifica alla sua pagina su Wikipedia e, infine, ha deciso di ritrattare pubblicamente quanto detto attraverso… Rullo di tamburi… Un social network: Twitter.

Nonostante tutto questo, a Cafébabel abbiamo voluto tener conto della sua richiesta e dargli una risposta. Soprattutto per chiarire che, contrariamente a quanto afferma, noi millennials sappiamo ascoltare. "Mi piacerebbe conoscere una sola idea dei millennials che non sia un filtro di Instagram o un'applicazione per cellulare", chiedeva nel suo articolo. Desiderio esaudito, Antonio. Eccone alcune.

Millennials in movimento

Se mi guardo rapidamente intorno, ti posso parlare di Pau, per esempio, un giovane musicista di 23 anni e studente nell’ambito degli audiovisivi che lo scorso anno ha partecipato al programma Erasmus + ed è andato a studiare nella città di Darmstadt, in Germania. Lì ha conosciuto altri musicisti e, consapevoli delle difficoltà incontrate dai rifugiati che arrivavano nel paese, hanno deciso di organizzare un concerto di beneficenza: "Quello che ci rende più fieri è il fatto che abbiamo messo insieme culture molto diverse: vietnamiti, turchi, curdi, siriani, spagnoli, tedeschi, ecc. Si entrava con un’offerta, ma l’obiettivo finale era quello di stare insieme attraverso la musica e cercare di migliorare l'adattamento di queste persone nel paese. La cosa più bella è stata vedere la fusione o la fratellanza che si creava tra i musicisti appena arrivati e quelli del luogo".

Oppure Luz, un’illustratrice di 25 anni che utilizza i social network per sensibilizzare sul tema della  mercificazione, sofferta in particolare dalle donne. Con il nome d’arte di @LubaDalu affronta questioni di femminismo intersezionale, politica e società che condivide attraverso i suoi disegni su un profilo Instagram. "Ho iniziato a condividere il mio lavoro sui social per la loro immediatezza e semplicità, ti servono solo un cellulare e una connessione internet, due mezzi che ho a disposizione, lo faccio perché sento l’esigenza di fare qualcosa per cambiare le situazioni di disuguaglianza che dominano la nostra società, e io sono fermamente convinta che sia necessario iniziare dall'educazione e dalla sensibilizzazione", spiega Luz.

Forse potrei presentarti anche Dafne, una delle tante millennials che affiancano il loro percorso universitario all'attivismo. Nel suo caso, per i diritti della comunità LGTB, la cultura libera e il femminismo. Inoltre supporta economicamente e collaborando ad alcuni articoli i mezzi di comunicazione con i quali si identifica e segue una dieta che rispetti l’ambiente. "Come ho detto, quando inizi ad impegnarti per il mondo che ti circonda, poi è naturale che gli interessi si moltiplichino", dice a proposito dei molti temi di responsabilità etica e sociale con cui si identifica.

Se le chiediamo di accennarci una descrizione della nostra generazione si moltiplicano anche le parole: "Faccio fatica a pensare ad un aggettivo concreto. Posso dire che conosco persone che usano i social network per creare legami sociali ed organizzare attività offline, che sono interessate al movimento hacker e a quello per il software libero, che navigano su Internet per informarsi e sviluppare una visione critica di ciò che accade intorno a loro, e così via. Ho visto persone che collaborano con altre generazioni, per imparare e aiutarsi a vicenda”.

Azione 'glocal'

Un esempio di collaborazione intersezionale e intergenerazionale è offerto da Lucia, una giovane editor che insieme ad altri quattro amici ha fondato poco più di un anno fa SaveDreams, una piattaforma locale con base a Ibi, un comune di poco più di 20.000 abitanti che mira ad espandersi e che fino ad ora ha organizzato concerti e giochi per raccogliere fondi poi destinati ad associazioni come la protezione animali, l'associazione dei malati di Alzheimer o il centro per l’impiego per i disabili.

Secondo Lucia, in effetti, possiamo esserci fatti coinvolgere, catturare e assopire dai social, ma rassicura: "Siamo una generazione di anticonformisti e di coraggiosi, lo si vede in tutti i giovani che sono andati all'estero per guadagnarsi da vivere come hanno fatto i nostri nonni".

Nel caso di Albert, non è stato esattamente per guadagnarsi da vivere, ma per proteggere la vita degli altri. Dopo aver studiato scienze ambientali ha deciso che l'università rimaneva lontana dalle azioni concrete e ha deciso di andare alle isole Fær Øer con l'associazione Sea Shepherd per proteggere la fauna marina. Nel suo caso concreto per cercare di evitare il grind o il tradizionale massacro delle balene che si svolge ogni anno in quel luogo.

Tornato in Spagna si occupa di promuovere le azioni dell’imbarcazione sui diversi social network. "Il valore aggiunto che hanno le persone tanto motivate da viaggiare per migliaia di chilometri per difendere la vita di animali innocenti è insuperabile. Queste persone sono coloro che sono in grado di raggiungere il resto della popolazione e trasmettere le loro idee, spiegando ciò che hanno visto e sentito. È vero che noi millennials siamo sempre connessi, ma come coordinatore dei social media della ONG penso che senza di essi non saremmo stati in grado di far arrivare il nostro messaggio a così tante persone", conclude Albert.

Allora, cosa vogliono?

Come vedi, Antonio, non sembra proprio che a questi giovani manchino gli interessi. Allora, che cosa vogliono i millennials? Innanzitutto che non si parli di noi con le solite generalizzazioni e che non si faccia di tutta l’erba un fascio, ma se andiamo un po’ oltre, vogliono, vogliamo, riconciliarci con il nostro pianeta, creare relazioni sociali più giuste a livello locale e globale, raggiungere la parità di genere, o anche, perché no? Dissolverla. 

Questo è il nostro progetto: agire, sì, nella vita reale. Utilizzare i social e l'ambiente virtuale come strumenti per sfruttare al massimo le nostre voci. Questa generazione non ha bisogno di qualcuno che ci prepari un discorso. Come vedi lo stiamo già scrivendo e mettendo in pratica da soli.

Translated from ¿Qué quieren los millennials?: respuesta a Antonio Navalón