Participate Translate Blank profile picture
Image for Nella pelle di un Erasmus: la mia immersione alcolica in un Café des Langues

Nella pelle di un Erasmus: la mia immersione alcolica in un Café des Langues

Published on

Story by

Clément D.

Translation by:

Lara Malacarne

Experience

Appuntamento settimanale per gli stranieri e istituzione Euroblabla della città, il Café des Langues mi ha incuriosito fin dal mio arrivo a Metz. Ho trascorso un martedì sera piovoso nella cantina di un bar, bevendo e parlando con il meglio degli Erasmus e degli stranieri della regione del Grand-Est.

Ogni settimana, all'happy hour del Troubadour, c’è la birra Campus da mezzo litro a 2 €. Ma c’è anche il Café des Langues. Istituzione underground del Troubadour, il bar più popolare di Metz, piccola città dell’est della Francia, il Café si riunisce ogni martedì. L’obiettivo? Ritrovarsi tra appassionati di viaggi, vecchi amici, clienti fissi e studenti Erasmus per discutere, bere qualche bicchiere e divertirsi. Un concetto diffuso in molte città, ma particolarmente apprezzato a Metz. Partito come semplice derivato delle “serate Erasmus” di Parigi, l’obiettivo è quello di socializzare tra stranieri.

   House of Cards, storie divertenti e marmellata di Mirabelle

Appena tornato da un semestre in Erasmus nel grande freddo finlandese, so tutto delle sbronze di gruppo in Europa. Dopo il mio ritorno in città lo scorso settembre, aspettavo solo di avere un martedì sera libero per andare a prendermi una pinta al Café des Langues. Una bella opportunità, pensai, per allargare il mio cerchio sociale e per tirarmela con il mio inglese arrugginito. Niente di meglio, oltretutto, per allietare la mia tetra esperienza di studente in specialistica in una città così morta e vecchia come Metz. Capoluogo del dipartimento della Moselle e vera e propria desolazione sociale, la città viene tenuta in considerazione solo per tre cose: il tempo grigio, i mercatini di Natale e la marmellata di Mirabelle. Ho così deciso di prendere con me la fotocamera e il block notes, direzione il centro città.

Una volta arrivata la mia pinta, scendo nella “cantina” del bar e trovo un gruppetto di persone attorno a un tavolo che ride e scherza in francese. Eccolo lì, il Café. Nessun bisogno di presentarsi, è ancora presto e chiacchiero con Thomas* e David, i due organizzatori. Questi due trentenni indossano ciascuno un cartellino arancione, utile per individuarli, andare a presentarsi e integrare il gruppo. Il primo è un autista, il secondo un commesso per un grande logo. Fanno parte del Café da anni e mi raccontano la cronologia dei momenti clou di questa antica associazione, trasformata in un club informale. L’House of Cards degli stranieri dell’est, il Café des Langues non è più ciò che era un tempo.

I piccoli litigi interni, i legami amorosi e i conflitti ideologici hanno modellato l’adunata settimanale. Prima un gruppo popolare sul sito Couchsurfing, poi un’associazione multiculturale molto strutturata, il club ha assunto una forma ibrida. L’organizzazione del Café è affidata ora a un semplice gruppo Facebook pubblico gestito da Thomas, aperto a tutti e molto popolare tra gli stranieri e gli studenti della città. Più di 2000 membri si scambiano qui le loro conoscenze e abitudini. Per gli stranieri appena arrivati, molto spesso è l’unico modo per crearsi un primo cerchio sociale in questa città.

    “Non è facile seguire”

Dany mi spiega che lo fanno soprattutto “per rilassarsi, bere qualche bicchiere e sentire delle storie interessanti”. Gli aneddoti di dieci anni di Café che mi vengono raccontati da Thomas intervallano il mio inizio serata. Due membri che si sono incontrati qui si sono poi sposati e ci vengono sempre, quasi ogni settimana, per bere qualcosa ai tavolini in legno della cantina del Troubadour. Thomas rievoca il duro passato della cerchia chiusa degli organizzatori. Qualche anno prima, uno di loro aveva tentato di rendere il Café “troppo ufficiale, come una vera e propria associazione” e di allargare il concetto per accogliere sempre più gente. Questo “grande capo” improvvisato non era visto di buon occhio da alcuni organizzatori. Ben presto ha lasciato il gruppo, che sembra essersela cavata bene dopo questa esperienza.

Il mio sguardo non tarda a posarsi sul resto della tavolata, composta dal cuore del Café des Langues. Tutti si conoscono bene e sono immersi in vecchi ricordi e discussioni varie. Questa sinergia intimidisce anche me che sono il nuovo arrivato. Mi presento in qualità di giornalista “a riposo”, una scusa per godermi qualche birra mantenendo pulita la mia coscienza professionale.

Gli studenti Erasmus si sistemano pian piano nel seminterrato e il mio arrivo nella cantina segna l’inizio del secondo giro. La cantina si riempie velocemente e la fine della mia seconda pinta segna il picco di frequentazione del Café. Che comincia finalmente a essere “des Langues”, poiché il tedesco e l’arabo risuonano già nella cantina, inizialmente dominata dal francese.  Niente inglese? Sfortunatamente, il Café non è soggetto alle regole internazionali e devo ripiegare sul francese. Una delusione segnata dal felice arrivo della mia terza pinta.

In un angolo del seminterrato, seduti a un tavolino, Thomas e David sono già alticci e si danno da fare per preparare un gioco. È l’ultimo Café des Langues del 2017, quindi ognuno deve trovare l’equivalente di “Buon Anno” in una decina di lingue diverse, poi segnarli su un foglio. I primi a completare questa tabella vincono una pinta, perciò più ci si impegna duramente e più ci si ubriaca.  

Faccio prima di tutto conoscenza con Said, un algerino membro del Café dal 2008. Un trentenne simpatico, accattivante e curioso. In un angolo del bar, piuttosto discreto, c’è Ahmet. Questo ingegnere agricolo afgano è arrivato in Francia qualche anno fa – non chiedetemi la data esatta, mi avevano già offerto altre due-tre pinte – e non riesce a trovare “nessun impiego nella regione”. Diversi stranieri che tento di accerchiare quella sera, block notes alla mano, sembrano avere delle difficoltà a integrarsi nella regione del Grand-Est e approfittano al massimo di qualche ora settimanale di Café per chiacchierare. Samad mi spiega che pur parlando perfettamente francese, “per uno straniero è molto difficile trovare un lavoro qualificato”. Questo trentenne afgano s’imbatte spesso in discriminazioni. Gli mancano certe qualifiche e formazioni per essere assunto, ma queste sono “troppo costose” per uno straniero che fa fatica a trovare un posto di lavoro.

Parlo a lungo con Habib, originario di Marrakech, che frequenta il Café dea Langues da diversi anni. Indossa un cartellino blu, simbolo dei “veri” membri, quelli che non torneranno a breve nel loro paese e resteranno abbastanza a lungo da diventare degli “habitués” ma anche per coloro che sostengono l’iniziativa. “È per prendere una pausa dal lavoro”, mi sussurra Habib, che si è fatto diversi buoni amici all’interno del club. Per lui, non c’è alcun motivo di trascorrere il suo martedì sera in un altro bar.

Qualche ora dopo il calcio d’inizio di questa riunione settimanale, arrivano delle studentesse tedesche, prendono posto e cominciano a giocare agli indovinelli del “Buon Anno”. Per loro, il Café offre una tregua dalla tristezza generale di questa cittadina della Francia orientale. Al bar, diversi Erasmus si pentono della loro scelta di destinazione e annegano le lacrime nella birra. I più fortunati sono quelli che rimangono solo un semestre.

   Una grande famiglia?

Il miscuglio dei gruppi è complesso. Mentre gli anziani rimangono allo stesso tavolo, gli studenti Erasmus e i giovani stranieri danno inizio a delle lunghe discussioni e sembrano più inclini a fare amicizia. Un vero buco generazionale imperversa nella cantina del Troubadour. Thomas e David, eroi improvvisati, cercano di radunare e animare il tutto.

Non è facile seguire un gioco quando tutti sono distratti dalla birra”, dice senza fiato Thomas, che deve chiedere l’attenzione dei partecipanti più volte. Tentando di incitare nuovi incontri e creare uno spirito di gruppo per il gioco, i due organizzatori non sanno a cosa vanno incontro. Anche con l’aiuto dell’alcool, è difficile avvicinare culture diverse, soprattutto quando queste sono già divise in gruppi di amici.

Le ore passano e mi ritrovo a battagliare con Habib per capire come scrivere correttamente “Aam Saiid”, la traduzione araba di “Buon Anno”. Nel frattempo, tre studentesse tedesche riescono finalmente, a fine serata, a trovare le traduzioni corrette. Gli sforzi organizzativi non sarebbero quindi stati vani e i vincitori si vedono ricompensati con una pinta ciascuno.  

Tra scoppi di risa e ostacoli, la serata volge al termine. Ne esco con l’impressione che il Café è semplicemente un ritrovo informale. Sembra a volte disorganizzato, ma resta un importante appuntamento per gli stranieri. Che sia per bere, fare degli incontri o fuggire dall’atmosfera uggiosa della città, i membri del Café si ritrovano tra vecchi amici e conoscenze di passaggio. Una grande famiglia di sconosciuti il cui unico punto in comune, durante un martedì sera, rimane la birra.

* I nomi sono stati cambiati

Translated from Erasmus - : mon immersion alcoolisée dans un Café des Langues

loading...