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Milano, cronaca di una vittoria (non) annunciata

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Roma

Brevi istantanee dei festeggiamenti per Pisapia, in mezzo al “popolo degli arancioni”. Il racconto di una babeliana milanese, tra l'entusiasmo della piazza in festa e desiderio di cambiamento.                 foto di ®GabryBabelle®'s photostream di Elisa Vimercati Lunedì 30 maggio, Milano, ore 18.45 circa.

La notizia è ormai certa e la piazza è già in festa: Giuliano Pisapia è il nuovo sindaco di Milano.

Vado a vedere con i miei occhi: il lunedì sono sempre a Milano per lavoro, e perdersi un pezzo di storia mi sembrava stupido. E un po’ colpevole, dato che la vittoria di Pisapia non era scontata, dopo un ventennio di governo di (centro)destra.

Salgo le scale della metro con un po' di eccitazione, quella che hai quando ti senti grande e importante perché fai parte dell'Evento (magari anche di quelli di cui sai poco o nulla, ci sei capitato in mezzo per caso o destino).

Esco in direzione del palco, non riesco a sentire niente perché un ragazzo con la maglietta arancione e la scritta blu "boy don't cry" continua a suonare una campanella che ha nella mano destra.

Salgo i gradini di piazza Duomo, e penso che nella loro lunga vita quei gradini ne devono aver viste di tutti i colori.

Parla Lella Costa, con accanto uno con la camicia bianca e senza capelli: non lo riconoscevo, è Claudio Bisio.

Arriva Stefano Boeri, sostenitore PD di Pisapia, e annuncia: "Da oggi Milano esce dalla Padania e traina il cambiamento". Gli applausi diventano frenetici e anche a me parte un megasorriso: perché è finalmente vero, è per questo che sono qui.

Un'insegnante vicino a me (non dico maestra, può essere una prof. o altro, non lo so) grida "io insegno, loro hanno distrutto la mia scuola!".

Loro: quegli altri, gli Innominabili a cui i Milanesi non hanno perdonato gli ultimi anni di malgoverno (o meglio di nongoverno).

Mi giro a guardarli, gli Arancioni: l’arancione è stato il colore della campagna elettorale di Pisapia. Un arancione discreto (o un “rosso annacquato”, dicono i maligni), che adesso si espande per tutta la piazza Duomo, con bandiere e foulard, cappellini e magliette con la scritta MILANO LIBERA TUTTI, ce n'è di tutti i tipi.

Il mio preferito è un ragazzo con gli occhiali da sole a forma di bicicletta.

Sono tutti contenti ed esaltati, anche arroganti: non consiglierei a nessuno che sta politicamente dall’altra parte di farsi vedere indifferente, o peggio, ostile: perché la politica spesso diventa una fede, è come il calcio, o sei con noi o sei contro di noi, non c'è posto per i "sì però, ma invece...", e gli indecisi sono anche indigesti.

Arriva Nichi Vendola ed è un boato, le mani non si fermano e le persone lo chiamano "capitano mio capitano".

Parte la musica di “Tutta mia la città”. Tutti quelli intorno a me la cantano dall’inizio alla fine, urlando a squarciagola al ritornello. Io conosco solo quello, e attacco insieme agli altri: "Tutta mia la città / un deserto che conosco / tutta mia la città / questa notte un uomo piangerà"

- E' Silvio! dice uno.

- Non dire le parolacce! gli risponde una signora con occhiali da vista e permanente di mezza età.

Vado verso Palazzo Marino, non c'è quasi nessuno a parte i soliti turisti e patiti dello shopping. Una signora dalla faccia simpatica e un po' patetica è in bicicletta, ha una fascia arancio e un cartellone, con davanti la scritta ABBRACCI GRATIS, e dietro LETIZIA LASCIA STARE GLI ARREDI DI PALAZZO MARINO CHE NON SONO TUOI.

La gente non l'abbraccia, però le fa le foto.

E' abbastanza presto ma mi sembra comunque impossibile che non ci sia nessuno davanti a Palazzo Marino, e mi viene il dubbio di aver clamorosamente sbagliato indirizzo. Giro intorno alla zona.

Vedo una Arancione (ormai li chiamo così) che va spedita e sembra sapere il fatto suo: la seguo, ma non mi porta da nessuna parte perché si incontra con un'amica all'angolo della strada e si fermano a parlare. Buco nell'acqua, ritorno a Palazzo Marino, dove adesso ci sono un bel po' di guardie in tenuta antisommossa, ciò che mi dà la conferma che è proprio quello l’ingresso di Palazzo Marino. Non li invidio, ma tanto avrebbero dovuto lavorare in ogni caso.

Ci sono i giapponesi che fanno le foto, sembrano dei souvenir un po' kitsch, che non c’entrano molto con la situazione e il momento: Milano è nostra, oggi.

Vado a casa, mi allontano dalla gente. Non sono vestita di arancione, ho addosso il giallo e il nero, ma il sorriso rimane stampato in faccia.