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Migrazioni a teatro: Avignone sperimenta

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Lucia Zoppi

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Portato in scena da una generazione di attori impegnati, il festival Off di Avignone quest'anno ha presentato tutta una serie di opere dedicate alla questione dei migranti. Cosa può fare il teatro quando ormai la scena politica è alla deriva? Domanda cruciale che siamo andati a porre in uno dei 133 teatri del più grande spettacolo vivente al mondo.

Alle 19 raggiungiamo Via delle Scuole, e, nonostante il caldo Avignonese, gli attori e le attrici vanno ancora avanti. Rifiutando gentilmente l'ennesimo volantino, entriamo nel giardino della Manifattura, « l'In dell'Off », come alcuni/e si divertono a chiamarlo. Questo teatro, molto apprezzato dai sostenitori e dalle sostenitrici del festival, è specializzato in creazioni contemporanee e impegnate. Anche questa sera il giardino è gremito di spettatori e spettatrici muniti/e di biglietto. Tutte e tutti vengono ad assistere alla lettura dello spettacolo No Border, scritto da Nadège Prugnard, che ha passato due anni nella « Giungla di Calais ». Ma è con Pascal Keiser che abbiamo appuntamento. Infatti, per questa nuova edizione del festival Off di Avignone il presidente della Manifattura ha deciso di presentare una serie di spettacoli molto particolari.

Il palcoscenico della salvezza

Anche quest'anno la programmazione della Manifattura crea un filo diretto con l'attualità. Mentre il Festival In di Olivier Py esplora « il genere, la transidentità, la transessualità », il collettivo della Manifattura, dal versante Off, ha scelto di stringere una collaborazione con il Focus Arabo delle Arti (FAA), incaricato di promuovere a livello internazionale spettacoli proposti dal mondo arabo. In questo modo sulla scena della Manifattura, della Manifattura-Pista da pattinaggio e del Castello di Saint-Chamand, sono in tutto sette gli spettacoli (di cui cinque presentati dal FAA) che mettono al centro delle loro proposte il mondo arabo e/o il fenomeno migratorio. Una volontà del collettivo di impegnarsi su questo tema in particolare? Forse. Ma è con un sorriso benevolo che il presidente Pascal Keiser, un Adrien Brody in salsa francese, ricorda prima di tutto il lavoro degli artisti: « La nostra programmazione rispecchia la proposta artistica dell'anno. Molti artisti, autori, registi, fotografi hanno fatto propria questa problematica che, bisogna riconoscerlo, è stata messa molto da parte dai media da un anno a questa parte ». In particolare cita la « Giungla di Calais » e il suo smantellamento alla fine del 2016, che è stato molto meno trattato dai giornali rispetto alla disorientante « crisi dei rifugiati». Ricorda allora la proiezione del film di Boris Kommendijk No Border, Guy Alloucherie, e la presenza della mostra Città di Calais di Henk Wildschut alla scuola d'arte, quarto luogo occupato dalla Manifattura durante il festival.

Letture, mostre, proiezioni, spettacoli, ma anche performance rientrano nel programma della Manifattura in questa settantaduesima edizione del festival di Avignone. Una varietà ben accolta per tentare di affrontare tutti gli aspetti del fenomeno migratorio, ma anche per spingere lo spettatore ad uscire dalla propria comfort zone. Domandare, investigare, destabilizzare, è esattamente ciò che cerca di fare Farah Saleh, coreografa palestinese e artista associata a Dance Base a Edinburgo con il suo spettacolo, Gesturing Refugees, presentato a Saint-Chamand.

« Il teatro è una convocazione di spettatori in un luogo preciso. È una forma di rappresentazione molto fisica, che la differenzia così da altri media e contenuti. »

Per arrivarci ci incontriamo davanti alla Manifattura, prima di imbarcarci sulla navetta messa a disposizione gratuitamente. Una volta scesi dal bus, attraversiamo la pineta accompagnati dal canto delle cicale, diamo un occhio al bar all'ingresso e infine entriamo nell'edificio che ospita anche una biblioteca locale. Farah Saleh ci raggiunge nell'atrio. Inizialmente non è facile sentire la sua voce fievole, ma di lì a poco tutto tace. La coreografa ci spiega – in inglese – che prima di entrare nella sala ha come missione di prepararci al meglio al nostro futuro status di migrante. Fuggire dal proprio paese non capita sempre agli altri... È meglio essere preparati/e. Con un sorriso largo ma fermo ci invita a consegnarle le nostre carte di identità: « È importante non possedere niente su di sé che indichi il vostro paese d'origine, poiché, in caso di arresto, le autorità non sapranno dove rispedirvi ». Tutti/e ricevono poi un sacchetto di plastica dove mettere il proprio telefonino – per proteggerlo nel caso in cui l'imbarcazione dovesse rovesciarsi. Ci insegna anche a fischiare, con due dita sotto la lingua, per allertare i soccorsi in caso di problema una volta imbarcati/e. Un ultimo bicchiere d'acqua – « è potabile, lo confermo » – e si comincia.

« Un sacco di gente non ci capiva nulla »

Nella sala le sedie sono disposte sulla scena. Riempiamo un questionario assurdo (marca del nostro shampoo, colore delle nostre prime lenzuola...) che serve a dividerci in due gruppi. A quel punto due proiettori diffondono contemporaneamente tre testimonianze di ballerini e coreografi rifugiati, con tutta probabilità registrate durante conversazioni Skype. È attraverso l'ascolto, la parola, ma anche il corpo che il pubblico si appropria, oltre che della loro storia e dei loro traumi, anche delle domande che hanno attraversato la mente di questi uomini dopo la loro partenza: devo davvero dare i miei documenti di identità a questa persona, a quali ricordi mi aggrapperò nei momenti più difficili, mi dimenticherò cosa vuol dire amare, ridere? Così, nella canicola pomeridiana, sul palcoscenico del Castello di Saint-Chamand, associamo il gesto alla parola per capire meglio e meglio ricordare. Non ci accontentiamo di leggere il racconto dell'altro, lo viviamo.

E tuttavia, all'uscita dello spettacolo, la parola che ricorre di più non è « empatia » ma « perplessità ». Sono tante e tanti coloro che non capiscono bene quello che sono venuti/e a vedere, spesso delusi/e di non aver assistito a uno spettacolo di danza, comodamente sprofondati nelle poltrone rosse delle gradinate. Approfittiamo del ritorno per raccogliere qualche testimonianza. Sotto i pini un gruppo di sessantenni si affretta a prendere la navetta. Uno di loro ci regala qualche suggerimento: « Ci avrei messi in una barca che sarebbe stata a motore, ma a quel punto...». Un'altra esprime ciò che l'ha infastidita di più: « Parla inglese, un sacco di gente non ci capiva nulla». Sul bus una donna, nascosta dietro grandi occhiali da sole neri, nota il nostro microfono e si arrabbia : « Immagino che all'inizio l'idea sia di dire che le persone sono scelte in base a criteri stupidi, che la gestualità è legata a traumi passati, ma allora per me è una perdita di tempo ». Le sue quattro amiche sono d'accordo con lei. Ci rivolgiamo a una di loro: qual è lo scopo del teatro allora? Esita, poi risponde, sicura di sé: « È un gesto artistico che permette di ritrasmettere un'emozione a un pubblico, di fare in modo che sia toccato da questa emozione, che se ne appropri». Fa una pausa, prima di aggiungere abbassando la voce e lo sguardo : « Forse siamo frustrati come lo sono loro ». Frustrate/i, in collera, persi/e di fronte a una lingua oscura che non si padroneggia... In effetti, in un attimo sembra che Farah Saleh sia riuscita nel suo intento, a renderci degli/delle apprendisti migranti.

Le scritture del reale

Ma in fondo è quello il ruolo del teatro? Abbiamo il diritto di porci la domanda di fronte alla delusione del pubblico venuto a vedere la coreografa questo pomeriggio. Secondo Pascal Keiser il teatro è un « rimedio all'amnesia mediatica ». Certo, ma deve necessariamente passare attraverso le lacrime? La stampa informa, il teatro emoziona? Il presidente della Manifattura preferisce dare la sua definizione del genere: « Il teatro è una convocazione di spettatori in un luogo preciso. È una forma di rappresentazione molto fisica, che la differenzia così da altri media e contenuti. Tutte le tensioni, le tristezze, le ineguaglianze del mondo si traducono con molta più forza. A volte per certi spiriti semplici è difficile capire che si è di fronte a personaggi e non a ciò che le persone sulla scena pensano, e questo mantiene una tensione teatrale molto forte». Pascal sa il fatto suo, lui che l'anno scorso è stato al centro della polemica programmando lo spettacolo La morte, io la amo come voi amate la vita, opera teatrale tratta dal testo di Mohamed Kacimi, dedicata alle ultime ore di Mohamed Merah e accolta male da alcune famiglie delle vittime. La ministra della cultura israeliana, rivolgendosi alla sua omologa francese, aveva persino invocato l'interdizione dell'opera. Un terrorista come personaggio principale di un'opera teatrale? Non se ne parla. Eppure all'epoca il presidente della Manifattura quasi non aveva battuto ciglio. La polemica si è arenata lì. Perché sono già vent'anni che la Manifattura difende un'idea di teatro contemporaneo, innovatore, impegnato e che è diventato, dopo Avignone, uno dei luoghi preferiti delle « scritture del reale ». Gesturing Refugees ne è uno degli esempi più clamorosi di quest'anno.

19.30, la lettura sta per cominciare. Lasciamo Pascal Keiser - finto indolente, vero stacanovista -, al suo telefono cellulare, poi attraversiamo il giardino per entrare nella sala. Passando davanti al bar immaginiamo un cartello con la scritta « Andate a piangere altrove». Rimedio all'amnesia mediatica, supporto di riflessioni e dibattiti, qui il teatro parla, non contempla.

Per la foto di copertina si ringrazia : Ana Rodriguez

Translated from Réfugiés au théâtre : Avignon sur le pont

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