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La battaglia dei soli

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Napoli

Nascono, crescono e studiano nel nostro paese, ma non sono cittadini italiani. La legge sullo ius soli potrebbe rivolgersi a 800mila bambini che in questo momento sono meno bambini degli altri.

Cosa prevede la legge

Il disegno di legge che divide l’Italia è stato approvato alla Camera dei deputati alla fine del 2015, da più di un anno, quindi, è fermo al Senato. Fortissimo l’ostruzionismo da parte dei partiti di destra, Forza Italia e Lega Nord, che vedono nel provvedimento una vera e propria chimera da evitare assolutamente. Sullo sfondo il Movimento 5 stelle che non riesce a dare una posizione chiara sulla legge, anche per le anime diverse del proprio elettorato.

Cosa prevede la legge? E cosa cambierebbe se venisse approvata? Si tratta di una proposta che vorrebbe aumentare le possibilità di ottenere la cittadinanza italiana e si rivolge perlopiù a ragazzi minorenni nati in Italia da genitori stranieri o comunque arrivati in Italia da bambini.

La legge attuale, infatti, prevede che questa categoria di minori ottengano la cittadinanza in due situazioni: se uno dei genitori è italiano (il famoso ius sanguinis) o al compimento del diciotto anni.

Questa situazione ha avuto rilievo mediatico grazie anche allo sport, dove il caso più eclatante, quello di Mario Balotelli, ex stella della nazionale italiana, nato a Palermo, ma che dovette attendere la maggiore età per vestire la maglia azzurra.

Il disegno di legge introdurrebbe due nuovi modi di accesso alla cittadinanza, il primo, Ius soli “temperato”, consentirebbe di diventare cittadino italiano a chi è nato nel nostro paese da genitori stranieri, se almeno uno dei due genitori si trova legalmente in Italia da almeno 5 anni. Di più, se il genitore non proviene dall’Unione Europea, deve avere anche ulteriori requisiti, di reddito, di alloggio e in ultimo deve superare un test di conoscenza della lingua italiana. Ricordiamo che la cittadinanza va al figlio, non al genitore.

Il secondo modo di ottenere la cittadinanza per il minore previsto dal disegno di legge è tramite lo “ius culturae”,che da diritto di ottenere la cittadinanza a quel bambino che abbia superato con merito, e quindi senza bocciature, un ciclo scolastico.

Cittadinanza regalata

È questo il tenore più moderato dei commenti di chi avversa il provvedimento per arrivare al “Si vuol far diventare l’Italia la sala parto di tutta l’Africa” dell’ ex ministro, ora leader di Fratelli d’Italia Ignazio la Russa.

Questi commenti che fanno leva sull’emergenza dei migranti e la crisi umanitaria che l’Italia è ormai da anni costretta a fronteggiare, hanno la colpa di confondere due situazioni assolutamente diverse l’una dall’altra.

Il disegno di legge infatti riguarda una fascia di “stranieri” che sono residenti legalmente in Italia da almeno 5 anni. Quindi nessun invogliare a venire a partorire in Italia, che già come espressione fa rabbrividire, perché, anche se così fosse, questo non darebbe diritto all’ottenimento della cittadinanza.

Il linguaggio politico aggressivo che è usato trasversalmente da chi è contro il provvedimento può essere usato anche come metro del favore degli italiani sulla proposta di legge. In un recente sondaggio, pubblicato da termometro politico, gli italiani sfavorevoli ad uno ius soli puro, che presuppone un acquisto immediato della cittadinanza da parte del bambino nato da genitori stranieri, sarebbero in vantaggio tra gli intervistati (54%). Le cose cambierebbero per quello temperato che invece raggiungerebbe il 51% del consenso. Distinzione importante, poichè solo quest'ultimo è il vero oggetto della riforma.

La tendenza inoltre degli esponenti della destra a collegare fatti di cronaca giudiziaria riguardanti gli stranieri e la legge, non solo sacrifica ogni tentativo di integrazione, ma confonde, di molto, l’opinione pubblica.

La situazione europea

In questo momento il nostro Paese dispone di una delle leggi più rigide in termine di ottenimento della cittadinanza. Un provvedimento che modifichi la legge del 1992, potrebbe avvicinare al nostro paese ai suoi vicini europei. Si pensi alla Germania dove si diventa cittadini tedeschi alla nascita se uno dei genitori vi risiede stabilmente per almeno 8 anni. Alla Spagna dove chi nasce da genitori straniere acquista la cittadinanza dopo un anno di residenza.

L’Unione Europea in questa materia non ha competenza, tuttavia tra i motivi per cui essa è nata vi era la volontà di porre fine alle discriminazioni non quella di creare divisioni e l’Italia, membro fondatore, non può semplice dimenticarsi di questo disegno e impregnarlo nella discussione politica di un razzismo “moderato” dove la cura ai problemi è l’individuazione del nemico nel più debole.

Italiani a scuola Eliminate le cattive rappresentazioni di questa legge, sottolineato che questa non regala la cittadinanza a chiunque e che per ottenerla ci vorranno dei requisiti ben precisi, non resta che pensare ai protagonisti della stessa. I ragazzi. Ragazzi che vanno a scuola in Italia e studiano italiano, che è la loro prima lingua. E’ proprio dalle scuole che arriva l’appello più forte. L’iniziativa degli insegnanti per la cittadinanza del 3 ottobre scorso con uno sciopero della fame simbolico vuole rimarcare un punto ben preciso: il paradosso di dover educare “alla cittadinanza e alla costituzione”, come da programmi nazionali, a chi cittadino, almeno prima dei diciott’anni, non è.