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Kosovo under 30: “Should I stay or should I go?”

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società

Il Kosovo a tre anni dall’indipendenza si trova a fare i conti con le promesse mancate e la frustrazione da ritorno degli under 30. "Dopo dieci anni di aiuti umanitari a pioggia non c'è stata nessuna spinta economica al paese", dicono gli osservatori, bensì un aumento della corruzione.I giovani, molti tornati dopo l'indipendenza, non si scoraggiano.

In Kosovo sta nascendo una nuova classe dirigente che rischia di essere soffocata dalla lentezza e dalla corruzione di un Paese che finora ha mancato la sua promessa con i giovani. "Sono un'élite, non rappresentano il Paese, ma una controtendenza, e sono tornati per cambiare le cose", spiega Agron Bajrami, caporedattore di Koha Ditore, primo quotidiano del Paese . Volteriani? Naif? Aggrappati ai social media come i carbonari ai loro libelli nell’Ottocento ? Forse, o forse sono la nuova classe illuminata che traghetterà il Paese da uno stato di apatia corrotta ad una integrazione europea

Non si riconoscono in "Vetevendosje!", ex movimento critico di estrema sinistra in favore dell’autodeterminazione del popolo kosovaro, e ora terzo partito del Kosovo all’opposizione. Non si riconoscono nella vecchia guardia riabilitata della compagine governativa. Sono per lo più kosovari di origine albanese, che cercano un dialogo con la parte di etnia serba. Istruiti, rivolti all’Europa e pronti a riscattare la propria posizione sociale e professionale. Hanno viaggiato e studiato all’estero e vedono l'isolamento dei giovani di origine serba come un ostacolo da superare prima possibile per raggiungere un sano stato di diritto e sviluppo democratico. Sono tornati di propria sponte, da Germania, Svizzera, Inghilterra, Stati Uniti. Sono tornati in un paese impantanato. E qui vedono la loro land of opportunities.

Il Kosovo va a due velocità

"Ci troviamo in una situazione in cui una bella fetta di giovani", spiega l’ambasciatore italiano in Kosovo, Michael Giffoni,"ha già superato il paese reale" ; ma dove l’ottimismo, molla del passaggio all’indipendenza, sta calando a causa di una crisi economica interna molto forte e "la situazione rischia di diventare una bomba a orologeria".

Chi torna dall'estero è per definizione fresco e entusiasta, e porta con sé un know-how innovativo ed è disposto a reagire, spiega Arben Avdiu. Arben è rientrato dall’Arizona, USA, dove era lecturer in Financial Accounting. “Sono tornato due anni fa, dopo l’ondata dell’indipendenza. E seppure qui nel mio campo non possa fare granché, mi sono rimboccato le maniche e ho avviato insieme a tre soci una fattoria . Idea semplice : superare il concetto di agricoltura a conduzione familiare, finora l'unico modo di occuparsi della terra in Kosovo. "C’è un terreno buono e un clima favorevole. Qui ho intenzione di implementare il mio business e non ripartirò", assicura. 

E la corruzione? La corruzione c'è. I ragazzi però ne parlano malvolentieri. Evitano la domanda come la peste. E' un dato di fatto, da accettare per il momento, dicono. Poi, a volte, pagare "il pizzo" non conviene più e cosi’ sono sempre più i giovani lavoratori autonomi che abbandonano l'idea imprenditoriale.

Qualcuno trova tuttavia delle scappatoie e riesce a realizzare il proprio progetto. E' il caso di Bujar Nrecaj, giovane architetto che ha lasciato il Paese agli inizi del ‘90 per emigrare in Svizzera, dove ha concluso i suoi studi. Ora ha deciso di tornare con un’idea: la Bunateka, biblioteche nei cortili delle scuole dove i ragazzi prima di tutto possano divertirsi imparando. E come superare il problema della corruzione sugli appalti? “E’ il governo norvegese che ha creduto in me e ha già finanziato la realizzazione di Bunateke in sette scuole ”.

Bujar non è l’unico “illuminato” ad aver reagito al pizzo. Il grande memoriale di Prekaz, costruito a ricordo delle 59 vittime tenute sotto assedio per circa tre giorni e massacrate in un attacco serbo nel 1999, è stato fortemente voluto da tutta la comunità locale e l’idea realizzata sotto la spinta di uno dei superstiti della famiglia e ora leader carismatico del Kosovo, Murat Jashari.Il progetto è stato approvato con una clausola ben precisa: appalti trasparenti. L'idea alla base era di creare una fondazione con finanziamenti principalmente esteri. Il governo ha voluto partecipare, ma la famiglia Jashari ha posto la condizione perentoria dell'estrema chiarezza sulla provenienza dei fondi. Ora il mausoleo di Prekaz diventerà uno dei luoghi di pellegrinaggio più importanti del Kosovo. Con quelle 59 bare in fila adagiate su un pavimento di marmo di Carrara.

C'è poi chi in Kosovo non ci è nato, ma vi è stato trasportato per amore. Sarah Wischmann, tedesca, ha lasciato la Germania per vivere a Pristina. Innamorata di un albanese-kosovaro e “della bontà e dell'orgoglio del popolo balcanico”, non ci ha pensato su due volte quando due anni fa decise di lasciare tutto e trasferirsi nel cuore dell'ex-Jugoslavia, dove lavora come editor al progetto Kosovo 2.0, col giovane imprenditore Ardit Bejko. 

Giovani bloccati da un visto?

La liberalizzazione dei visti scatenerà la fuga?La situazione scotta sotto un telo di apatia. E' il tic tac della bomba a orologeria quello che si sente da lontano? Cosa accadrebbe una volta che i cittadini dell'ultimo stato dei Balcani ottenessero il visto per viaggiare? Si produrrebbe di nuovo la diaspora verso Paesi più emancipati? No, non ci sarà nessuna fuga di cervelli né di mano d’opera, afferma Njomsa, 30 anni, una vita passata all’estero tra Albania, Germania, Libia e Russia, psicologa, rientrata in Kosovo per avviare la sua attività. "Questo paese - spiega - è una vera e propria land of opportunities e perciò il visto avrà semplicemente una funzione psicologica. Darà, cioè, la possibilità di viaggiare più liberamente, di istruirsi, di conoscere da vicino altre culture, di sentirsi emancipati in una comunità internazionale e di superare il complesso dell’unwanted child of Europe (il figlio non voluto dall'Europa). Ma non creerà una diaspora verso l’esterno come c’è stata subito prima della guerra".

Tic Tac. Qual è la soluzione nel breve periodo?

Prima di tutto bisogna creare coesione intorno al governo, spiega Jashari, affinché il Kosovo diventi un referente rispettabile agli occhi della comunità internazionale. "Solo in seguito si potrà pensare alle riforme interne". "L’unica via - gli fa eco l’ambasciatore Giffoni - è la prospettiva europea per poter garantire una stabilità nell’area e prosperità e diritti ai propri cittadini. Ed è d’altronde impensabile che si possa ammettere in Europa la Serbia che non accetta il Kosovo», conclude.

 Questo articolo fa parte della serie Orient Express 2010-2011, la serie di reportage realizzati da cafebabel.com nei Balcani e nell’est d’Europa. Più informazioni su Orient Express Reporter.

Foto:home-page e passaporto © Ezequiel Scagnetti; www.ezequiel-scagnetti.com; bunateka: screenshot dal sito ufficiale bunateka.com