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Image for In Francia i pentiti mafiosi non esistono. A guadagnarci è il crimine organizzato

In Francia i pentiti mafiosi non esistono. A guadagnarci è il crimine organizzato

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Ivana Minuti

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Claude Chossat, un ex-pilota di rally, è stato condannato a 8 anni di prigione per il suo coinvolgimento nell'omicidio di Richard Casanova, uno dei boss della Brise de Mer (mafia corsa). Eppure, è lui stesso ad aver gettato luce sul funzionamento dell'organizzazione criminale. Il processo getta luce sui problemi di Francia ed Europa nell'affrontare il fenomeno mafioso. L'Italia è un faro bel buio.

Aix-en-Provence, 28 ottobre 2019, primo giorno del processo di Claude Chossat. L'atmosfera che si respira nell'aula della Corte d'assise è pesante. I banchi sono pieni di giornalisti. I volti della giuria sono scuri. Non si sente alcun rumore al di fuori delle voci degli avvocati e dei magistrati. Chossat ancora non sa che tra undici giorni verrà condannato a otto anni di prigione.

Chi è Claude Chossat?

Chossat è un ex-pilota di rally che è stato processato per il suo coinvolgimento nell'omicidio di Richard Casanova, uno dei boss della Brise de Mer, ucciso nell'aprile 2008. Com'è stato beccato?

Nel 2009, è Chossat stesso a consegnarsi alle le autorità, rivelando tutto quel che sa sulla mafia corsa. Coraggioso secondo alcuni, vigliacco secondo altri, Chossat - il quale oggi si presenta come un pentito - non beneficerà però dello status di collaboratore di giustizia, tanto meno della protezione che ne potrebbe derivare.

Nel novembre del 2018, ai microfoni di Cafébabel, Chossat aveva affermato: «Il magistrato mi ha detto che è possibile integrare un sistema di protezione per i pentiti e che, sebbene in Francia non esista l'impunità totale, ci sono dei programmi specifici pensati per persone che (come lui, ndr.) vogliono uscire dal "giro" e tornare ad una vita normale». Un anno dopo, secondo l'accusato, quella promessa si è rivelata poco più di una parola al vento, anche a causa del «trasferimento del magistrato che seguiva il caso e che ha lasciato la JIRS (Juridiction Inter-Régionale Spécialisée, ndt.)».

La legge francese

Tuttavia, se Chossat non ha ottenuto una protezione ufficiale è, soprattutto, perché la legge francese afferma che «un criminale non può beneficiare dello status di collaboratore di giustizia, se è stato coinvolto in un atto che ha portato alla morte o all'infermità permanente di una persona». Si capisce bene che la disposizione esclude d'ufficio qualsiasi condannato.

Fabrice Rizzoli, presidente di Crim’HALT, un'associazione che si impegna affinché la Francia si doti di uno strumento quale lo "status di cooperatore di giustizia" sulla falsariga del modello italiano, usa toni esasperati: «Non possiamo lottare contro un fenomeno criminale se non lo conosciamo. E per capirlo è fondamentale la testimonianza di membri che provengano dall'interno».

Come funziona il sistema francese dunque? Quando lo Stato transalpino riconosce a un collaborattore lo status di "pentito" (infatti, formalmente lo status esiste), quest'ultimo può beneficiare della scorta e di una nuova identità. Ma secondo Thierry Vallat, un consulente dell'Ordine degli avvocati di Paris - che non fa mistero del su sostegno alla causa di Crim’HALT, - «solo una decina di persone in Francia» ne hanno beneficiato effettivamente.

Inoltre, non tutti i giuristi condividono la necessità dell'esistenza dello status di pentito da un punto di vista morale: «Ho la sensazione che [questa posizione] sia davvero minoritaria. Vi è una vera reticenza da parte degli avvocati, soprattutto quelli della difesa», spiega ancora Vallat. Secondo il consulente, i colleghi penalisti «tendono a sostenere che la parola di un pentito sia discutibile» e che un cambiamento contribuirebbe a una «mercificazione dell'informazione [per mano] di persone poco affidabili e che, probabilmente, agiscono solo per avidità».

Ma oltre a questa discussione interna all'Ordine, secondo la legge francese, c'è poi un'altra condizione necessaria affinché un "pentito" possa definirsi effettivamente tale. Il soggetto in questione deve permettere, avvertendo le autorità, l'interruzione di un crimine. In altre parole: «Lo status di pentito non viene riconosciuto a un criminale, ma viene riservato a qualcuno che permette di prevenire un crimine. Si tratta di una falla del sistema», afferma ancora Vallat.

Il paragone italiano

Di fronte al muro di omertà che circonda la mafia corsa e, più in generale, al fenomeno della criminalità organizzata, la magistratura francese non ha la stessa esperienza - tanto meno gli strumenti - di quella italiana. Infatti, il delitto per associazione mafiosa, riconosciuto in Italia dal 1982, non esiste altrove in Europa.

Quella del Belpaese, è stata a tutti gli effetti un'innovazione giuridica (ormai datata) che ha permesso di ridurre considerevolmente la ricorrenza di omicidi a sfondo mafioso. In maniera simile, allo stato attuale, in Francia (e altrove in Europa), sarebbe impossibile immaginare una ripetizione di un evento simile al Maxi processo tenutosi nel 1987 a Palermo. Nel corso di quest'ultimo 300 persone furono condannate per innumerevoli crimini mafiosi grazie alla testimonianza di Tommaso Buscetta, un pentito. Contrariamente alla Francia, nell'ambito della definizione dello status di collaboratore di giustizia, il codice penale italiano "protegge" gli autori di crimini passati. Rizzoli la mette così: «Il soldato che uccide può denunciare il mandante dell'atto senza temere per la sua vita».

«Se avessi partecipato al programma così com'è presentato, non avrei resistito una settimana»

Se lo status di collaboratore di giustizia è uno strumento prezioso per alcuni, può però rivelarsi meno ideale per il pentito stesso. Secondo Déborah Puccio-Den, ricercatrice presso il CNRS (Centre National de Recherche Scientifique, ndr.) «[lo status di collaboratore] risulta molto efficace per quanto riguarda la protezione del singolo e della rispettiva famiglia. Ma la reintegrazione nella società non riesce sempre». La ricercatrie ha effettuato uno studio in Italia focalizzato proprio sul servizio di protezione dei testimoni e dei collaboratori di giustizia: «Una volta estraniati dall'ambiente malavitoso, è molto difficile ricreare una vita sociale», osserva. Inoltre, «è tecnicamente impossibile ricostruire una vera identità, poiché lo Stato non ha il potere di fare documenti falsi». Dipendendo dal servizio di protezione, i collaboratori non possono, per esempio, prendere delle iniziative in autonomia come affittare un appartamento, acquistare un cellulare o un'automobile. Infine, lo status offre alla persona un contributo economico pari «alla media dei salari», ma li costringe a «partecipare ai processi in qualità di testimoni» sottolinea Puccio-Den.

Si tratta di difficoltà che sono replicate anche nel modello francese. Lo stesso Claude Chossat ha espresso perplessità sul programma riservato ai "pentiti": «Se lo avessi svolto così com'è presentato, non avrei resistito una settimana. Al primo appuntamento, ti avvertono che sarà dura e che i tuoi figli non godranno di un'istruzione, che non avrai più una casa, né un conto in banca: tagliano i ponti con la famiglia. In pratica, la tua vita non ti appartiene più», argomenta con riferimento agli effetti della legge Perben 2, entrata in vigore nel 2014, dieci anni dopo essere stata votata dal Parlamento.

Puccio-Den sostiene che, se in Italia i regolamenti di conti mafiosi sono diminuiti in modo significativo, non è solo grazie al programma dei collaborati di giustizia, ma anche a causa di un cambiamento strategico operato dalle organizzazioni criminali: «La caratteristica [della mafia] è adattarsi alle situazioni. Oggi agisce in maniera molto più subdola, gestendo l'economica, la finanza e la politica: non necessariamente deve provocare le esplosioni di violenza che abbiamo conosciuto negli anni '80». Secondo Claude Chossat, è anche la filosofia della mafia corsa. Per lui, il legame indossolubile tra sfera economica, politica e malavita è evidente.

Combattere la mafia a livello europeo

Secondo il sito Crimorg.com, il budget che lo Stato italiano destina alla gestione dei pentiti è pari a 90 milioni di euro, di cui 23 riservati soltanto agli alloggi. È quanto serve per gestire «un migliaio di pentiti» secondo Puccio-Den. La protezione comprende anche i membri della famiglia del pentito. Tramite l'esistenza del delitto per associazione mafiosa, l’Italia può sanzionare la semplice appartenenza a un'organizzazione criminale di questo tipo. Secondo Fabrice Rizzoli, si tratta di «un'astuzia», utile a «lottare contro il riciclaggio che si annida nell'economia legale».

Nel 2000, a Palermo, l'ONU ha deciso di definire un quadro universale per la realizzazione di una cooperazione internazionale delle forze dell'ordine e giuridica. Una decina di anni dopo, sul modello italiano, il Parlamento europeo ha, a sua volta, affrontato il problema mafioso istituendo la Commissione speciale per la criminalità organizzata, la corruzione e il riciclaggio di denaro (CRIM). Queste innovazioni hanno portato a qualche risultato?

La risposta di Rizzoli è positiva, mentre Puccio-Den solleva più di qualche dubbio: «Non sono sicura che il modello italiano debba essere applicato così com'è, senza una ricerca sul campo condotta in ogni Paese. Esperti, ricercatori, consulenti legali e magistrati devono esaminare e definire i termini locali del fenomeno mafioso». In altri termini, visto che non è facile definire cosa sia la mafia sul piano giuridico a livello nazionale, sembra ancor più complicato mettere a punto un quadro di riferimento europeo. È ciò che afferma anche Thierry Vallat a proposito di una eventuale standardizzazione dei diritti criminali e penali, in funzione dell'eterogeneità dei Paesi che costituiscono l'Unione: «Si tratta di un'illusione».

Insomma, forse bisognerà vedere come procederà la Francia sul punto e capire se, riguardo al nodo dei "pentiti della mafia", prenderà spunto dal modello italiano, o meno. Nel caso Claude Chossat, durante la sentenza, il Presidente della Corte d'assise ha dichiarato: «La Corte ha tenuto conto [...] del contributo [che avete dato] in diversi casi alla giustizia». Poi ha condannato Chossat a 8 anni di prigione. Una pena ridotta, certo. Ma la domanda è: basterà a incentivare altri Chossat a pentirsi?


Foto di copertina: © gogoramm sur Flickr

Translated from Mafia corse : comment la France collabore avec les repentis