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I migranti di Maduro: venezuelani a Barcellona

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Translation by:

Christian Capone

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Queste quattro donne hanno una cosa che le accomuna: tutte e quattro hanno lasciato il Venezuela, loro terra natia, alla volta di Barcellona, in cerca di migliori condizioni di vita. Un racconto di esodo, sopravvivenza e ricerca di appartenenza in una terra straniera.

MAGALY

Una delle cose che a Magaly Mondragón mancano di più del vivere in Venezuela è lo spazio. La sua casa sulla collina, i suoi bonsai. "Caracas è meravigliosa, tutta verde, con le montagne", dice, confrontando la città da cui è fuggita con la popolosissima Barcellona in cui si è rifugiata. Paga trecentotrenta euro al mese per dormire in una piccola stanza al pianterreno di un ostello di Barcellona, un edificio che la cinquantacinquenne Magaly condivide con turisti che non hanno nemmeno la metà dei suoi anni. Manca il bagno e quando la notte piove le serve l'ombrello.

Ma quello che non le manca di Caracas è la fame. "Tra gennaio e giugno, nel 2017, quando ero ancora in Venezuela, c'è stato un momento in cui non avevo più nulla da mangiare. Non esagero nel dire che fu veramente dura", racconta. Finalmente, nel giugno di quell'anno, abbandonò il Paese che l'aveva vista crescere, lasciando dietro di sé la propria compagna, la quale fece ritorno in Colombia, suo Paese natale, mentre Magaly si incamminava verso una nuova vita in Spagna.

A Caracas, Magaly - cresciuta in una famiglia del ceto medio di origini basco-spagnole - era la titolare di una stamperia e di un negozio di animali. Nessuna delle sue due attività riuscì a sopravvivere alla crescente instabilità economica venezuelana. "Mi sono vista costretta a chiudere la stamperia e ad un certo punto ho cominciato a soffrire la fame", racconta. "L'inflazione in Venezuela era talmente alta che un accendino avrebbe potuto costare duecento bolivar un giorno e mille il giorno dopo." Nel 2018, l'anno successivo alla sua partenza, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) calcolò che l'inflazione avrebbe superato quota 1.000.000%.

Grazie alle proprie origini spagnole, Magaly possedeva qualcosa di cui la maggioranza dei suoi connazionali si possono solo sognare: la cittadinanza europea. Ma per quanto fosse meglio di Caracas, Barcellona non era un sogno privo di difficoltà. "Avevo alcuni cari amici a Barcellona che avevano investito tutti i loro risparmi nel bar di loro proprietà. Ho lavorato come lavapiatti da loro per due anni e ho vissuto sotto il loro tetto ma gli affari hanno preso ad andar male ed eravamo in sei a vivere tutti insieme", ricorda Magaly. Quando il bar fallì, trovò lavoro come cuoca in un chiosco ambulante che faceva cucina venezuelana. Lasciò l'abitazione dei propri amici e si stabilì in un appartamento con tre camere da letto dove vivevano altre dieci persone.

"Non ci volle molto perché arrivassi ad un livello di disperazione tale da dovermene andare", dice, sebbene andarsene via avrebbe significato vivere in condizioni ancora più precarie. "Stare seduta al tavolino di un caffè senza sapere dove avrei passato la notte mi ha cambiato profondamente." Quattro mesi fa ha trovato un impiego più stabile: cucina arepas per Glovo, un servizio di consegna di cibo a domicilio.

Qualche settimana fa Magaly non era sicura che le sarebbe stato versato lo stipendio del mese di marzo, così ha deciso di fare ritorno in Venezuela. "Prendo novecento euro al mese e quello che guadagno mi basta per vivere in Venezuela per circa nove mesi. Il cibo scarseggia e non ti puoi permettere di ammalarti ma in ogni caso non posso rimanere a Barcellona se non ho un lavoro. Ho fatto le pulizie a bordo di navi da crociera, ho lavorato come badante per anziani, ho lavorato in un call center, ho fatto la domestica. Non ce la faccio ad andare avanti a cercare lavori precari". Magaly sospetta di soffrire di depressione. Ma ha una buona opinione dei catalani: "Mi hanno trattata bene, credo che siano persone ospitali."

Le manca la sua compagna colombiana, tornata in Colombia mentre lei si trasferiva a Barcellona.

JENNIFER

Jennifer è stata l'ultima della sua famiglia a lasciare il Venezuela. Giunse a Barcellona undici anni fa, quando lei aveva poco meno di trent'anni e il Venezuela era nel pieno del chavismo ma non era ancora sprofondato nella fame, nel degrado e nel caos che imperano oggi.

"Lavoravo come redattrice per un giornale privato e ad un certo punto il mio capo iniziò ad avvertirmi - mi racconta - che non c'era spazio per alcuna critica rivolta nei confronti del governo. Alla fine il governo di Maduro rilevò il giornale e poco tempo dopo dovemmo chiudere."

Quando il giornale per cui lavorava smise di andare in stampa, lavorò per una compagnia mineraria canadese fino a quando pure questa dovette cessare la propria attività. Per tre volte Jennifer perse il lavoro a causa delle politiche governative del Venezuela ma ciò che fece scattare in lei la decisione di abbandonare il Paese era la costante sensazione di non essere al sicuro. Eccezion fatta per la macchina di seconda mano che alla fine fu costretta a vendere, non possedeva alcun bene. Eppure, poco prima di partire per la Spagna, venne rapinata a mano armata mentre stava tornando a casa. Non una ma più volte.

Quando decise di emigrare, Jennifer non aveva alcun diritto di vivere e lavorare in Spagna (o in qualsiasi altro Paese dell'Unione Europea), così si iscrisse ad un corso di laurea magistrale dopo l'altro per poter mantenere il proprio visto da studentessa. Dopo aver completato cinque magistrali una dietro l'altra, finalmente ricevette un permesso di soggiorno da rinnovarsi ogni due anni.

"I primi cinque anni lavoravo fino a tardi e facevo più lavori insieme, muovendomi da un angolo all'altro della città e studiando al tempo stesso." Sono trascorsi due anni dal giorno in cui ha presentato la domanda di cittadinanza spagnola ma sta ancora aspettando. Vorrebbe portare in Spagna anche sua madre, rimasta vedova. A Barcellona troverebbe una comunità venezuelana in rapida espansione, incluso il compagno di Jennifer, ad aiutarla durante il trasferimento.

"Credo che dapprima Chávez avesse buoni propositi. Voleva investire di più nell'istruzione, dare una casa ai più poveri e via dicendo ma la sua provenienza era nota a tutti: era un militare che aveva tentato un colpo di Stato, fallendo, tre anni prima di vincere le elezioni. È triste. Non simpatizzo per Trump ma spero che qualcuno arrivi in Venezuela e ponga fine al problema. Sarà una lunga fase di transizione: probabilmente non ce la farò a vedere la pace regnare nuovamente in Venezuela, perché il Paese deve ricominciare daccapo."

SUYIN

Suyin Medina è prossima ai cinquanta. È un'amica di Magaly Mondragón ed è giunta a Barcellona nell'estate del 2017, priva di passaporto europeo. Come Jennifer, si iscrisse all'università per ottenere il permesso di soggiorno e, se possibile, la cittadinanza spagnola. La incontro nell'appartamento che condivide con la sua moglie catalana. Sono stati la criminalità, l'inflazione e lo scarso accesso al cibo e agli altri servizi di base a spingere Suyin a lasciare il suo Paese natale. Non ne poteva più di vivere in un Paese dove qualcuno può arrivare a spararti per un paio di scarpe. Secondo Suyin, il governo di Maduro avrebbe fornito ai ragazzini dei quartieri poveri armi e motorini, che questi ora utilizzano per scopi ben diversi da quelli che Maduro si era preposto di raggiungere. Sono i cosiddetti colectivos. "Non siamo mai stati un Paese di narcotrafficanti, nonostante la vicinanza con la Colombia, ma ora le cose stanno prendendo una brutta piega."

Suyin aveva una propria attività commerciale ma l'inflazione le ha reso praticamente impossibile non chiudere: ciò che comprava la mattina arrivava a costare la metà del prezzo la sera dello stesso giorno.

"Non eravamo abituati ad un'economia di questo tipo", dice. Racconta che membri di diversi colectivos avrebbero tentato tre volte di rapirla prima che decidesse di partire per la Spagna. "Il negozio era piccolo ma il flusso di denaro, per quanto modesto, era costante e attirava i colectivos: una volta ci provarono mentre stavo tornando a casa e tentarono nuovamente di fronte alla porta di casa mia. Per fortuna un vicino accorse in mio aiuto." Aveva sempre lavorato per aziende internazionali in Venezuela, dove possedeva alcune proprietà, ma decise di vendere tutto quello che aveva e di dare una svolta alla propria carriera professionale. Mentre era ancora in Venezuela, si iscrisse e pagò un corso post-laurea in ristorazione. Apprese le tecniche di cucina e riuscì ad ottenere un tirocinio retribuito. Ad oggi ha investito settemila euro nella propria formazione e tutt'ora continua a studiare, nonostante il contratto di matrimonio con una donna del posto le garantisca il diritto di vivere legalmente sul territorio spagnolo. "Per mia fortuna ho incontrato una grande donna e ci amiamo molto."

"Una cosa che mi ha colpito è che qui la gente in media guadagna sui mille euro, che non sono assolutamente sufficienti se devi pagare un affitto e tutte le spese. Mi aspettavo di arrivare qui e prendere sui tremila euro al mese ma non è proprio così. A Barcellona uno può comprare quello che vuole ma semplicemente non gli bastano i soldi." Come Magaly Mondragón, Suyin è grata ai catalani per come l'hanno accolta. Dapprima emigrò nelle Isole Canarie e successivamente raggiunse Madrid ma la capitale spagnola era troppo grande per lei, così decise di cercare una via di mezzo: "Barcellona è la città ideale per me: è grande ma non troppo e c'è il mare, come nel mio Paese. Inoltre, l'idea di imparare una nuova lingua come il catalano mi attirava. E nonostante tutto, se non fosse stato per Maduro non avremmo mai lasciato il nostro paradiso."

MARISELA

Marisela, 62 anni, arrivò in Spagna nel settembre 2018 in cerca di asilo politico. Nel dicembre dello stesso anno fu ammessa ad un programma per rifugiati che la tiene occupata: prende parte a conferenze e corsi sul tema dell'integrazione e trascorre il proprio tempo con altri rifugiati internazionali. Ora vive a Murcia, nel sud-est della Spagna. Nel 2017 Marisela trascorse tre mesi da turista in Spagna. Dormì a casa di amici venezuelani, a Cartagena. Nel frattempo, la situazione in Venezuela peggiorò. La scarsità di alimenti di base e l'insicurezza accrebbero la sua preoccupazione, così vendette tutto ciò che poteva vendere, chiuse a doppia mandata entrambe le sue due case - una vicino alla spiaggia, l'altra in città - e mise tutto quello che aveva in due valigie. L'idea di dover ricominciare daccapo le metteva paura ma la ONG la aiutò a gestire la situazione offrendole un posto dove poter stare, cibo e una guida. A differenza di altri migranti e rifugiati venezuelani non possiede un passaporto europeo: "Sono venezuelana venezuelana", dice al telefono.

In Spagna non tutti i rifugiati sono uguali. A quelli che hanno un posto dove stare viene offerta una red card che gli consente di lavorare in Spagna. La red card di Marisela le consentirà di rimanere per altri due anni. Durante questo periodo di tempo il governo spagnolo deciderà se concederle la cittadinanza spagnola oppure no. "Venire qui da rifugiata non è la stessa cosa che venire da turista, per quanto la mia situazione non sia così disperata. Conosco venezuelani che non sanno dove passare la notte o cosa mangiare. Sono grata alla Spagna ma al tempo stesso mi piacerebbe che la mia famiglia fosse qui con me, perché sento di non avere la libertà di poter tornare a casa." Afferma di non essersi mai fidata di Maduro. "Dapprima sembrava in qualche modo voler sostenere una parte della popolazione ma la sua gestione è stata più che pessima."

A Marisela piace Murcia. Condivide un appartamento con altri rifugiati appartenenti alla stessa NGO che l'ha aiutata: una donna colombiano-venezuelana, una donna ucraina, un croato, un uomo originario di Tunisi e alcune persone di nazionalità marocchina. "Ognuno di noi porta con sé una storia diversa e nessuna è simile a quella degli altri, nemmeno tra noi venezuelani. C'è un fattore comune ma le ragioni per cui chiediamo asilo sono diverse. In un certo senso è illuminante."


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Foto: (cc)Dom/Flickr

Translated from Maduro’s migrants: Venezuelans in Barcelona