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Elie Barnavi: «L’Europa frigida»

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Intervista allo storico 62enne che guarda all’Europa tra Israele e Bruxelles. Si discute di appartenenza e confini. Se l'Europa è un'identità di destini non c'è posto per la Russia, per la Turchia e per Israele.

«Le cattedrali e i roghi, lo spirito universalista e la schiavitù, le meraviglie dell’arte barocca e l’Inquisizione, la ragione scientifica e i processi alle streghe, il progresso e la guerra totale, la democrazia e la burocrazia, il sogno di fraternità e i gulag, Beethoven e Auschwitz, Beethoven ad Auschwitz. Cosi va l’Europa, la testa tra le stelle e i piedi nel sangue».

Aspetto Elie Barnavi al Cafe litteraire, nel VI° arrondissement di Parigi. Libri rilegati in cuoio e divani in pelle. Un po’ troppo. Ottobre, e Parigi, che gioca con le stagioni, regala un po’ di sole in mezzo a una settimana invernale. Quando Barnavi arriva mi chiede si spostarci in giardino. Vuole fumare la pipa. Questo signore, che è nato a Bucarest nel 1946, si è trasferito a Tel Aviv a 12-13 anni ed è oggi cittadino israeliano. Qual è la sua lingua materna? «Con mia madre parlavo rumeno. Con mio padre ebraico e russo, anche se ora l’ho dimenticato». Ma i libri che pubblica in Francia li scrive francese. E il francese di Barnavi – letto da un’italiana – è ricco e poetico e difficile: ricorda Barthes o March Bloch.

Barnavi è uno storico, un politico – è stato ambasciatore di Israele in Francia dal 2000 al 2002 – e ora è consigliere scientifico al museo dell’Europa a Bruxelles. In bilico tra dentro e fuori, scrive d’Europa: dentro per vita, scelte e cultura; fuori per passaporto. «Per la maggior parte degli ebrei l’Europa è stata la patria, ma è stata anche il cimitero. Da una parte le mie radici culturali sono qui. Non sono europeo ma mi sento anche europeo».

Il formaggio invece dell’inno

Il nostro incontro capita dopo la publicazione de L’Europe Frigide (André Versaille éditeur). Visto la scelta del titolo sono obbligata a cominciare da qui: perché frigida? «Perché non ispira più passione ai suoi cittadini. È diventata una cosa senza sex-appeal: non eccita e non suscita curiosità perché la si sta facendo in modo burocratico». Ha scritto un libro per rendere agli europei e all’Europa la loro storia: «non si rende conto (l’Europa) che offre al mondo un modello inimitabile? Che su questa terra intrisa di sangue si è costruito, in un niente, un unione di popoli liberi che ha reso la guerra non solo impossibile, ma inconcepibile?». E io, che aria di rivoluzione ne sento poca, confermo l’assenza di sospiri che l’Europa (mi) suscita: «Il problema è che ormai l’Europa è fatta, l’uomo è debole e nessuno si eccita più per qualcosa che è già pronto». Si sta facendo l’Europa dalla parte sbagliata? «Francamente l’Europa si occupa di cose delle quali non dovrebbe mai occuparsi (“come entusiasmare le folle con la querelle dei formaggi al latte crudo?“)». Il problema è che il simbolico, che è «quello che tiene insieme la gente, viene lasciato perdere». Mi faccio una sigaretta e osservo questo signore in giacca e cravatta, con tanto di bretelle e gemelli ai polsi, che parla, fuma e s’indigna: «Se si fa mercato dei simboli è finita: l’essenziale non è l’euro, ma la costuzione di un destino comune». L’esempio più grottesco di questa incapacità di dare un’anima all’Europa?

«Se si fa mercato dei simboli è finita: l’essenziale non è l’euro, ma la costuzione di un destino comune»

La neutralità: «È una cosa che mi mette rabbia. Non avrei mai accettato in Europa un membro che si dichiara neutrale. La neutralità non significa nulla quando si entra in una famiglia e in una comunità di destini».

(Foto: david reverchon/Flick)

Il confine e l’identità

E se si parla di comunità di destini, si parla d’identità e di confini, tanto più importanti, quanto le frontiere interne sono state cancellate. E qui Barnavi è netto: le frontiere dell’Europa devono essere europee, «e questo esclude la Russia (enorme e non troppo convinta), Israele e la Turchia». Questo, ovviamente, se si vuole costruire un’Europa politica. Se invece resta solo una zona commerciale, turistica e simpatica...allora perché no la Turchia e, al limite, Israele. Ma se ha un senso politico, se si vuole un’Europa potenza, ci vogliono delle frontiere che siano europee.

«La volontà d’integrare la Turchia è inversamente proporzionale alla volontà di fare l’Europa»

Questo non significa che non esistano strumenti diplomantici, economici e militari di collaborazione. Fino all’euro se lo vogliono, ma la cittadinanza è un’altra cosa». La storia sola sarebbe troppo stretta, la geografica sola, troppo grande. Ma il problema della Turchia è che le mancano requisiti politici e sociali? «No, neache se avesse la politica sociale della Svezia. Sono altre frontiere. L’Europa non ha vocazione ad avere frontiere comuni con il Caucaso o con l’Irak. E, nota bene, la volontà d’integrare la Turchia è inversamente proporzionale alla volontà di fare l’Europa. Non è un caso che gli inglesi sono tra i più forti sostenitori dell’entrata della Turchia: vogliono un’Europa all’inglese, cioé una zona di libero scambio. Quelli che sono per un’Europa integrata si rendono conto che ci sarebbe un problema enorme». E, secondo Barnavi, i popoli lo sentono e, «una delle ragioni del no al Trattato Costituzionale in Francia è stata proprio la non comprensione: non si capisce bene a cosa si appartiene e a cosa no».

Continuando a chiacchierare d’identità partiamo. Un altro problema? «La cacofonia europea in termini di politica estera. Certo è che il mondo ha bisogno di un secondo polo democratico potente. Sarebbe cosa buona per l’Europa e anche per l’America. Se non sarà l’Europa sarà Putin o la Cina». Barnvai ha un appuntamento dall’altra parte della città. Mi chiede consiglio sulla metropolitana e per chi, come me, vive a Parigi da un po’, perdersi è ancora un’abitudine. E così costringo un signore di 62 anni a camminare senza meta per Saint Germain de Pres. Si è pentito di non aver perso un taxi.