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Destinazione Wałbrzych: dallo spopolamento all'immigrazione ucraina

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Cafébabel

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La città di Wałbrzych, in Polonia, sta facendo i conti con il fenomeno dello spopolamento. L'immigrazione dall'Ucraina aiuta parzialmente a risolvere il problema. Ma le condizioni di lavoro degli immigrati restano precarie.

«Non abbiamo soltanto bisogno di lavoratori ucraini, ma anche delle loro famiglie. Qualcuno che consideri la nostra città una nuova casa». Sono le parole pronunciate da Roman Szełemej, sindaco di Wałbrzych, una città situata nel sud-ovest della Polonia, la quale, nel corso degli ultimi decenni, ha perso oltre 30,000 abitanti. In altri termini, Wałbrzych è uno dei luoghi che, in Europa, soffre della dinamica dello spopolamento.

Eppure, in passato, anche Wałbrzych ha avuto i suoi anni d’oro. Storicamente, il periodo di prosperità economica, coincide con l’ingresso della città nel Secondo Reich tedesco (XIX secolo). Negli anni che seguono, la zona diventa infatti nota per le sue miniere e per le industrie del tessile, del vetro e della ceramica.

In un certo senso, lo stato di crisi odierno è la conseguenza della modalità in cui, negli anni ‘90, è stato gestito il passaggio da un sistema economico comunista al capitalismo

È dopo la Seconda guerra mondiale che Wałbrzych subisce il primo processo di spopolamento su larga scala: i suoi cittadini vengono trasferiti in tronco in Germania. Tuttavia, nuovi migranti da quelle che erano le zone di confine della Polonia orientale (e che dopo la guerra diventarono parte dell’URSS), vengono trasferiti a Wałbrzych. Ad ogni modo, durante il periodo comunista, la città mantiene una forte identità industriale con tre miniere operanti e un vasto numero di fabbriche. Come si arriva dunque allo stato attuale?

Wabrzych
Walbrzych Glowny station © Hugh Llewelyn

In un certo senso, lo stato di crisi odierno è la conseguenza della modalità in cui, negli anni ‘90, avviene il passaggio dal sistema economico comunista verso il capitalismo. Con la trasformazione, le aziende pubbliche vengono privatizzate, prima, e chiuse poi. Una quota consistente della popolazione perde il proprio lavoro. Per prevenire il collasso sociale, il governo polacco crea una Zona economica speciale, incentivando aziende e società a investire nella regione. Ma il provvedimento, nonostante qualche risultato positivo, non frena il continuo drenaggio di risorse umane.

Nuova vita a Wałbrzych

Qualche anno fa però qualcosa è cominciato a cambiare: un nuovo flusso di immigrazione ha cominciato a raggiungere la città. Diversamente dal passato, ora le persone giungono da oltre la zona di confine della Polonia orientale, soprattutto dall’Ucraina: ad oggi, più di 4,000 ucraini vivono e lavorano a Wałbrzych. Alcuni di loro sono venuti per una permanenza stagionale, altri la considerano una tappa di transito in attesa di trovare una vita migliore altrove. Ma c’è anche chi, vuole stabilirsi in maniera definitiva. Quest’ultimo gruppo di persone è anche il principale fruitore di alcune iniziative - poche, a dire il vero - di accoglienza, come i corsi di lingua polacca che si svolgono presso gli uffici delle autorità locali. Per il resto, gli ucraini si riuniscono anche nella chiesa ortodossa: la comunità di riferimento ormai è certamente più grande rispetto al passato.

Per incontrare la comunità di immigrati ucraini, bisogna andare, prima di tutto, in fabbrica

Da un punto di vista lavorativo, i nuovi cittadini non sono occupati esclusivamente presso le aziende situate nella Zona economica speciale, ma anche nel settore dei servizi pubblici, come i trasporti, in qualità di autisti dei mezzi. In tutto ciò, nonostante le belle parole del sindaco Szełemej, le autorità non hanno ancora realizzato programmi di supporto o integrazione destinati ai nuovi residenti. E così, per incontrare la comunità di immigrati ucraini, bisogna andare, prima di tutto, in fabbrica.

Storie di vita

Prima di arrivare a Wałbrzych, Sveta lavorava come giornalista a Poltava, una città dell’Ucraina centro-orientale. Con l’avvento della Guerra del Donbass, le sue giornate erano diventate un continuo ascoltare gli aerei da combattimento decollare e atterrare lungo la base militare situata vicino alla città. Gli scontri avvenivano lontano dalla loro abitazione, ma Sveta non riusciva a convivere con la paura che un giorno i suoi due figli si sarebbero potuti svegliare in una zona di guerra. Così, quando il marito ha trovato un’agenzia di lavoro polacca che ingaggiava cittadini ucraini per lavorare nel settore industriale in Polonia, ha deciso di fare il salto nel vuoto. Inizialmente è partito soltanto il marito di Sveta, ma dopo tre mesi, lei e i due figli lo hanno raggiunto: «Non sapevamo nemmeno dove ci avrebbero mandato esattamente, ma non importava: volevamo soltanto svegliarci senza il rumore degli aerei da combattimento».

«La vita è dura. Non sto lavorando nel mio settore. Ma è comunque meglio di quello a cui ero abituata»

È così che la famiglia di Sveta è giunta a Piaskowa Góra, un gigantesco complesso abitativo di Wałbrzych, dove vivono centinaia di lavoratori ucraini. Più nel dettaglio, l’agenzia li ha a collocati presso Cersanit, una fabbrica polacca che produce pannelli di ceramica. Il marito lavora in magazzino, dove si occupa delle spedizioni. Sveta, invece, è impiegata nel dipartimento principale, sulla linea di produzione: appone lo smalto sui pezzi di ceramica lucidata. «La vita è dura. Non sto lavorando nel mio settore. Ma è comunque meglio di quello a cui ero abituata», racconta Sveta. Poi spiega che, se commette un errore nel processo di lavorazione, il pannello di ceramica diventa inutilizzabile. Per assicurarsi il salario minimo (10 złoty all’ora), Sveta non deve scendere al di sotto di una percentuale di riuscita del 90 per cento. Cosa succede in caso contrario? Il manager della fabbrica può ridurre il suo stipendio mensile.

Wabrzych
Wabrzych © Transcaravan, European Alternatives

Se Sveta venisse assunta direttamente dalla fabbrica guadagnerebbe di più, visto che l’agenzia trattiene un terzo del del suo salario. Per il resto, l’organizzazione del lavoro prevede due turni da dodici ore, con orario di inizio, rispettivamente, alle 06:00 del mattino e della sera. Come dire: i forni dell’azienda non si fermano mai. È una vita che, di fatto, permette a Sveta e suo marito di vedersi soltanto la domenica. Lavorano su turni diversi per potersi occupare dei figli: «Tutto ciò che volevo era una vita migliore per loro. Il più grande frequenta una scuola elementare polacca e si è adattato molto bene. Il secondo va ancora all’asilo».

Il contesto storico dei turbolenti rapporti ucraino-polacchi è ancora molto sentito a Wałbrzych

Anche se è in Polonia da otto mesi, Sveta sta ancora aspettando il permesso di soggiorno temporaneo che le permetterà di viaggiare. Per gli ucraini che vivono in Polonia, l’attesa per i documenti è il problema principale. Alcuni amici di Sveta hanno aspettato quasi due anni prima di ottenerli. Il secondo problema è dato dalla solitudine: «Per un paio di mesi, ho incontrato ucraini solo al lavoro. Qualche giorno prima di Pasqua, un amico mi ha chiesto se sarei andata a messa. Sono rimasta di stucco quando ho saputo che a Wałbrzych c’è una chiesa ortodossa. Com’è possibile che non ne ho saputo niente per mesi?», si domanda Sveta. Mentre ne parliamo, siamo in compagnia di altri membri della comunità ucraina e di Mariusz Kiślak, un prete ortodosso polacco: «Putroppo la maggioranza degli ucraini di Wałbrzych non sa nulla della chiesa, ma essere parte di una comunità che condivide problemi simili è estremamente importante quando si è immigrati», chiosa Sveta.

Diventare nonni in Polonia

Anche Olga e Sasha vivono a Wałbrzych. Recentemente sono diventati nonni, ma Il loro nipote è nato in Ucraina: i genitori del neonato vivono ancora lì. Raccontano la loro storia durante un incontro presso l’ufficio delle autorità locali, dove gli immigrati hanno la possibilità di frequentare un corso di lingua polacca.

Due anni fa Olga e Sasha vivevano ancora in un piccolo paesino della Crimea. Poi hanno deciso di trasferirsi all’estero perché volevano mettere da parte dei risparmi per il loro futuro. Il fratello di Sasha lavorava a Wałbrzych come autista di autobus e, visto che il servizio dei trasporti pubblici aveva bisogno di nuova forza lavoro, Sasha ha deciso di raggiungerlo. Olga, invece, lavorava come veterinaria in Ucraina, ma ha dovuto trovarsi un altro impiego in Polonia. I suoi titoli di studio non le sono stati riconosciuti: «Ho lavorato come donna delle pulizie in diverse farmacie. Ma proprio oggi sono stata licenziata. Vuoi sapere perché?», mi chiede infervorata. «Mi hanno dimessa in seguito a un litigio con un farmacista del negozio», spiega, prima di continuare: «Erano mesi che la persona si comportava male con me e, per molto tempo, non ne ho capito il motivo. Poi, d’un tratto, mi ha sgridata: "Mio nonno è stato ucciso dall’Esercito insurrezionale ucraino (UPA, una formazione dapprima paramilitare e poi partigiana che combatté gli eserciti della Germania nazista, della Polonia e dell'Unione sovietica con l'obiettivo di creare uno stato ucraino indipendente e unito) durante la Seconda guerra mondiale!”. Ma come potrei sentirmi responsabile di una storia di cui non ho nemmeno fatto parte?», chiede retorica Olga. «Ho fatto un reclamo ufficiale presso la direzione della farmacia, sostenendo che questa persona non avesse il diritto di fare mobbing per via della sua storia familiare. Ma invece di risolvere il problema ho ottenuto il licenziamento».

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Wabrzych © Transcaravan, European Alternatives

Per quanto assurdo, purtroppo, il caso di Olga non è unico nel suo genere: molti cittadini di Wałbrzych sono infatti discendenti di famiglie che, dopo la Seconda guerra mondiale furono trasferite qui dalle regioni orientali confinanti con il territorio ucraino. Il contesto storico dei turbolenti rapporti ucraino-polacchi è ancora molto sentito. Per fortuna, contrariamente a Olga, Sasha è soddisfatto del suo lavoro di autista. Lavora otto ore al giorno, sei giorni a settimana. Nel tempo libero suona la chitarra e canta canzoni ucraine con i suoi amici del corso di polacco. Insomma, c’è ancora spazio per un po’ di spensieratezza anche a Wałbrzych. Del resto, Olga sogna di aprire un suo ristorante ucraino: «Spero che un giorno ci riuscirò, che sia a Wałbrzych o altrove, poco importa».


Il reportage è basato su interviste con lavoratori stranieri a Wałbrzych realizzate nel quadro del progetto di European Alternatives, Transeuropa Caravans. I nomi dei personaggi sono stati modificati per motivi di privacy.

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