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Da un mare all’altro: Kaliningrad, quel Baltico dimenticato dagli europei

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Napoli

REPORTAGE DI ANDREA VASTANO

L’ex capitale prussiana fino all’Ottocento era un città di rilievo per la cultura e la politica europea; le vicende del Novecento l’hanno però confinata in una posizione di marginalità da cui stenta a riprendersi. Mentre Baltico e Mediterraneo si riavvicinano nelle narrazioni della nuova Europa, la regione russa resta ancora una ferita aperta.

      Una panoramica di Kaliningrad.

Immaginando di assistere ad una conversazione nei salotti europei dell’ancien régime, non sarebbe stato inusuale ascoltare di un viaggio a Königsberg, allora capitale della Prussia Orientale. Fino al XIX secolo infatti la città baltica era una dei grandi centri dove si decidevano i destini di un’Europa in mutamento. Il Novecento ha però radicalmente cambiato il destino della città. Le due Guerre Mondiali, con la doppia sconfitta tedesca e l’occupazione sovietica nel 1945 l’hanno trasformata in una periferia trascurata, dallo status problematico e territorialmente separata dal resto della nazione, tanto da rappresentare una “questione irrisolta” sia per la Germania del dopo Versailles che per la Federazione Russa oggi.

Le vicende di Kaliningrad, come ribattezzata nel 1946 dal regime sovietico, sono progressivamente sparite dalle pagine della stampa europea continuando ad interessare solo pochi addetti ai lavori. I circa cinquant’anni di dominazione sovietica hanno profondamente mutato i connotati   geografici e identitari del capoluogo baltico, permettendo una progressiva rimozione della città dalla memoria collettiva della nuova Europa.

Non sorprende quindi che quando ho deciso di partire alla volta della vicina exclave russa, mi sono imbattuto in commenti sorpresi e un po’ scettici. Dove si trova? Perché? E cosa c’è? In effetti la città è fuori dai classici circuiti turistici, non si può fregiare di monumenti di particolare valore storico o artistico né ospita importanti eventi culturali. Il turismo locale, incentrato sui prodotti in ambra e il turismo balneare nelle vicine località di Svetlogorsk e Zelenogradsk, è destinato prevalentemente ad un pubblico russo.

Passeggiata lungo il mare tra i resort e gli impianti balneari di Svetlogorsk, meta turistica per molti russi e ancora pochi europei.

A me, però, interessava altro. Interessava capire come mai alle orecchie di un europeo di inizio XXI secolo, ancor più se proveniente dal sud, dal Mediterraneo, la città baltica non diceva più nulla. Sento di amici, napoletani come me, rimasti affascinati dall’architettura di Tallin, dalla bellezza di Riga o addirittura dal mare di Klaipėda. Per non parlare di Copenaghen o dei leggendari viaggi on the road nella natura scandinava. Ma Kaliningrad non saprebbero collocarla su una mappa.

Una città dove si sono scritte importanti pagine della storia europea e che tanto ha dato alla filosofia e alla matematica del vecchio continente (celebre è il “dilemma dei ponti” risolto da Eulero e ancor più illustri sono alcuni suoi cittadini, Kant e Hilbert). Mi interessava poi osservare come scorre la vita di tutti i giorni quando hai il mare di fronte, la tua nazione è lontana da qualche parte ad est e oltreconfine gli altri stati hanno aperto le frontiere e profonde trasformazioni socio-economiche stanno avvenendo. Come è, in breve, avere Mosca a mille chilometri di distanza e Berlino a poco più di cinquecento.

Con queste domande, qualche informazione e cinque parole di russo giungo in città dopo aver varcato la frontiera russo-polacca proveniente da Danzica. Sono riuscito a costruirmi una discreta rete di contatti, quanto meno sufficiente per il periodo della permanenza. Tutti mi accolgono con cordialità e disponibilità per farmi da guida; non nascondono un certo interesse misto a stupore nel vedere un italiano dalle loro parti. In effetti i miei connazionali si contano sulle dita di una mano. “In città ci dovrebbero essere uno studente di russo e il gestore di un ristorante” mi dicono provando a scavare nella memoria. “Mai conosciuti altri”.

Alloggio in quello che dovrebbe essere un ostello ma pare più uno studio legale. Moderno e rinnovato, parquet di iroko e vetrata con vista sul fiume Pregel dal dodicesimo piano di un edificio appena inaugurato. La ragazza che lo gestisce mantiene la tradizione russa di far lasciare le scarpe all’entrata, ma ascolta tutto il giorno i Red Hot Chili Peppers e guarda serie televisive in inglese su Internet.

In un pub in pieno centro incontro Pavel, che mappa in una mano, una Guinness nell’altra, mi illustra cosa fare e vedere in città. Trentenne informatico con la passione per i viaggi, parla vivacemente di tanti argomenti. Mi racconta della differenza tra la vita qui sul Baltico e in una grigia città industriale della Russia Centrale dove è nato e vissuto più di vent’anni e che ha lasciato senza tanti rimorsi. Si lascia andare a commenti sui politici corrotti e sull’economia del paese. Mi mostra quel poco che è rimasto del passato prussiano, perché “i Russi fanno così, qua come altrove: arrivano, distruggono e, in parte, ricostruiscono”.

Sul ponte del Leninsky Prospekt la storia recente della città, le sue identità, le sue trasformazioni ed i suoi drammi si presentano in una sequenza quasi scolastica. Sull’isoletta di Kneiphof, antico centro città in epoca prussiana ed ora parco cittadino, sorge la grande Cattedrale gotica, principale simbolo del passato tedesco; a neanche un chilometro di distanza, tetra ed imponente, la Casa dei Soviet si erge a ricordo dei cinquant’anni di regime comunista.

Dall’altro lato della strada il recente centro commerciale Plaza non ha nulla da invidiare ai grandi shopping mall europei o americani. Con i suoi 37mila metri quadrati, le boutique alla moda, i fast food e il cinema multisala rappresentano la nuova Russia, quella dei nuovi ricchi e dei grandi squilibri, forzatamente moderna e occidentale.

L’imponente Casa dei Soviet, il “mostro”, fu eretta dove fino alla Seconda Guerra Mondiale sorgeva il Castello di Königsberg. L’idea di ricostruire quest’ultimo rientra in un più ampio dibattito che negli ultimi anni ha portato ad un progressivo recupero, anche a fini turistici, del passato prussiano, totalmente rimosso durante l’epoca sovietica.

Non lontano dal centro salgo in macchina di Irina che mi scarrozza verso la costa a nord della città a vedere il tramonto che da questi parti d’estate non arriva prima delle 22. Di certo non smentisce l’immaginario italiano sulle ragazze russe: alta, bionda, si presenta sempre curata ed elegante. Nonostante la giovane età è sposata ed ha un buon lavoro in un grande gruppo bancario. Fa parte di quella classe agiata che si veste con vestiti firmati e si concede numerosi viaggi all’estero, in Francia, Italia o Stati Uniti dove ha studiato e ha molti amici. Più che nel resto del suo paese, dove va pochissime volte principalmente per lavoro, e che definisce senza alcun orgoglio ma per una mera comparazione di superfici la “Grande Russia”.

Sia Irina che Pavel mi parlano di un paese che sentono lontano e a cui, in fondo, non sono poi così legati. E la cosa sorprende ancor di più dal momento che entrambi, come praticamente tutti i 430mila abitanti della città (circa 950.000 in tutto l’Oblast’), hanno origini in altre regioni della Federazione.  Fino a qualche anno fa la locale compagnia KD Avia garantiva collegamenti economici con Mosca ma dal suo fallimento nel 2009 sono rimasti quasi solo i voli di linea, spesso cari, per partire dall’aeroporto di Khrabrovo. E allora valigie alla mano i bus sono la soluzione più economica per chi vuole uscire dall’exclave. Ma se verso est per raggiungere Mosca o San Pietroburgo ci vogliono molte ore di viaggio e tanta pazienza alle tre frontiere da varcare, Danzica o Varsavia sono più vicine e da lì con le diverse compagnie low-cost il resto d’Europa è ancora più vicino.

Il Konigsberger Dom è l’unico edificio rimasto in piedi sull’isola di Kneiphof, antico centro prussiano distrutto dei bombardamenti britannici e sovietici ed ora parco cittadino.

Stringendomi nella felpa quasi a sfidare il vento che spazza gli ampi viali della città, forte e pungente anche in estate,  mi lascio condurre lungo il corso del Pregel. Ovunque posso mi fermo a guardare il viavai della gente affaccendata tra negozi e uffici. Vorrei distinguerne i volti, leggerne i pensieri, domandare. Ma ancora una volta lascio che sia la visione d’insieme a parlarmi. E anch’essa mi sussurra delle tante contraddizioni e delle profonde asimmetrie in ogni squarcio di vita quotidiana. Passato sovietico e presente capitalista, eredità russa e propensione europea si fondono in una realtà in mutamento ma tutt’altro che priva di stridori.

Una nuova generazione di kaliningradesi, quelli cresciuti e formatisi nel post-URSS, si affaccia alla vita economica e sociale della città, pronta a rilevarne col tempo anche i ruoli decisionali. Tanti giovani che guardano sempre più ad ovest e a cui la relativa chiusura dell’Oblast’ in confronto allo spazio aperto europeo che li circonda va sempre più stretta. Come la perenne incertezza che circonda il futuro della città, troppe volte in bilico tra possibili aperture e repentini passi indietro.

La zona economica speciale, creata pochi anni fa per attrarre investitori stranieri e che nelle intenzioni del governo doveva trasformare la regione nella “Hong Kong europea”, è stata finora un fallimento. D’altra parte invece, più di una volta Kaliningrad è stata sbandierata come avamposto anti-occidentale per i piani militari del Cremlino.

Oltreconfine invece gran parte dell’Europa è ancora dimentica di una delle sue regioni più storiche. Di certo il “vento dell’est” sta trasformando gli equilibri del Vecchio Continente. Lentamente il Baltico, l’altro mare, sta rientrando nell’immaginario collettivo europeo come parte organica di uno stesso spazio.

Quasi a disegnare un cerchio, dopo il boom delle capitali scandinave, anche Tallin, Riga e da poco Danzica, stanno tornando ad essere europee a tutti gli effetti. Kaliningrad invece, l’anello mancante, dovrà ancora attendere.