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Cavriglia, la memoria di una "piccola Italia"

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societàFirenze

Sono passati 71 anni dall'eccidio nazista di Castelnuovo dei Sabbioni, sulle colline del Chianti. L’uomo che perde traccia della propria memoria è un uomo che non sa dove andare: l’Italia di chi ricorda è a rischio di estinzione e dovrebbe tornare al centro di un progetto di valorizzazione. 

Emilio, classe 1933

Non vuole essere conosciuto come la "memoria storica del paese": dice di essere solo un "sopravvissuto", con una buona capacità di ricordare e una salute di ferro che gli ha permesso di vivere a lungo. Nient'altro. Emilio Polverini, classe 1933, è un uomo che cammina moltoadora le civette, soprammobili originali sparsi ovunque per la sua casa. Ha la faccia da "maledetto toscano", come forse avrebbe scritto Curzio Malaparte; una di quelle facce che parlano chiaro e non vogliono sentire obiezioni; franca, arguta, un po' scontrosa, se non si riesce a reggerne il confronto. Quando gli chiedo di fotografarlo, ribatte che se io fotografo lui, lui allora deve poter scattare una fotografia a me. Perché "il Polverini" conserva tutto, anche i visi di chi durante gli anni è andato a trovarlo per ascoltare le sue storie. E sono in molti tra studenti, storici, giornalisti, scrittori e laureandi. 

Incontro Emilio nel vecchio borgo fantasma di Castelnuovo dei Sabbioni, una frazione del piccolo comune di Cavriglia, sulle colline del Chianti vicino ad Arezzo. Emilio risiede in questa parte di Valdarno da più di ottant'anni, e ne aveva solo undici quando 191 uomini del suo paese furono massacrati dalle truppe tedesche della divisione Hermann Goering. Accadeva 71 anni fa, il 4 luglio 1944, durante la Seconda guerra mondiale.

"Avevano incendiato 4 autocisterne tedesche"

Emilio sente il dovere di ricordare. Negli ultimi anni, dopo la pensione, ha iniziato un percorso di ricerca che lo ha portato ad avere un archivio personale gonfio di documenti, certificati, diari, diapositive, fotografie. Per questo in paese viene indicato da molti come la "memoria". «Il primo diario che trovai,» racconta, «fu quello del pievano di San Pancrazio, era un grafomane e aveva molte agende personali in cui annotava ogni cosa, dalle condizioni atmosferiche ai fatti del paese. Ho poi assimilato tutto ascoltando le persone che avevano 10 o 15 anni più di me, che lavoravano nelle miniere. A me piaceva ascoltare, ma a quei tempi non si poteva certo registrare, allora ho dovuto ricordare da solo»

Nel 1994, per il cinquantesimo anniversario dell’eccidio, Emilio ha iniziato a mettere ordine e ha imparato da solo ad usare il computer per catalogare il materiale raccolto. Si è mosso tra gli archivi del Comune di Cavriglia, Arezzo e Firenze, per colmare le lacune di molti documenti; ha cercato certificati di morte, controllato i nomi sulle tombe nei cimiteri, confrontato i racconti sui diari ritrovati e scoperto molti errori. Ha analizzato parola per parola i resoconti delle commissioni d’inchiesta britanniche, istituite in Italia dopo la fine della guerra per risalire ai colpevoli delle diverse stragi naziste del '44. Perché la strage di Cavriglia si aggiunge a quelle tristemente note di Sant’Anna di Stazzema, Vinca, Marzabotto e a molte altre.

«Intervistai un partigiano che mi descrisse una delle operazioni che fecero il giorno prima del massacro. Mi raccontò che avevano incendiato 4 autocisterne tedesche che andavano verso il fronte. Siccome l’aviazione alleata li tormentava, i tedeschi viaggiavano di notte e quando si faceva giorno si nascondevano. Il 3 luglio erano nascosti in un paesino del Chianti vicino a dove avevano erano di base i partigiani. Quell’uomo mi disse: "Li trovammo e facemmo la mascalzonata"».

Il Polverini cerca da tempo una ragione valida che giustifichi la brutalità della rappresaglia. Sa di non poterla trovare, ma è fortemente convinto che se certe cose sono accadute in passato, oggi o in futuro potrebbero accadere ancora. Con la sua testimonianza cerca di trasmettere il significato che ha per lui la parola "guerra". «Spero sempre che chi mi ascolta possa immaginare una realtà concreta: quelle che si leggono nei libri di storia sono solo frasi, avulse dal tempo e dallo spazio. Ma quando hai davanti a te qualcuno che ti parla di persone che ha visto fucilare con i suoi occhi, allora è un’altra cosa. Quando le cose sono "vive" non gli si dà la stessa importanza di quando sono sparite. È come con la roba d’antiquariato: si hanno mille oggetti in casa e li buttiamo via; ma poi, anni dopo, acquistano valore. Costano cari perché non ci sono più. Funziona così anche per i ricordi».

"Un senso, perenne e duraturo, di malinconia e nostalgia"

Si arriva a Castelnuovo dei Sabbioni percorrendo la Provinciale 408, che da Siena supera la valle dell’Arno e lambisce Cavriglia, la porta del Chianti, per poi inoltrarsi, salire e ridiscendere verso il vecchio borgo. In questa zona, a metà dell'Ottocentosi scoprono i giacimenti di lignite e si costruiscono le miniere per estrarla. Chi era contadino diventa minatore, abbandonando la pala e imbracciando il piccone.

«Tutto cambiò,» spiega il Vicesindaco Filippo Boni, «la mutazione del paesaggio diventa un elemento particolarmente emblematico e non solo nascono le miniere: nel 1956 la lignite la si scava anche a cielo aperto. Si sbancano intere colline, si distruggono paesi e molti tracciati romanici». In nome dell’industrializzazione della terra arrivano nuovi lavoratori, la popolazione cresce, il paese si arricchisce e conosce ritmi nuovi, ma tutto questo a discapito del paesaggio.

Gli scavi a cielo aperto ad opera delle grandi "Bette" (il nome con cui chiamavano questi escavatori tedeschi) sono anche causa dell'abbandono del borgo. «Si percepisce,» continua il Vicesindaco, «un senso, perenne e duraturo, di malinconia e nostalgia per un paese che non solo non c’è più, ma che è stato interamente mangiato dall’escavazione. Franando, cadendo a pezzi: è rimasta solo una piccola parte di abitazioni. Quella che si vede oggi». 

A partire dal 1963 Castelnuovo viene fatto evacuare: gli scavi hanno compromesso la stabilità del promontorio. Grazie agli indennizzi, gli abitanti sono trasferiti nella vicina Camonti, frazione realizzata ex novo per ovviare ai problemi dell'attività mineraria. Quando anche gli ultimi lasciano il paese, all'inizio degli anni ‘70, una sola persona rimane: l'esile poeta Rambaldo Macucci, pittore e cantastorie eremita a cui si ispira il film di Alessandro Benvenuti, Ivo il tardivo, girato nel 1995 proprio a Castelnuovo. Il Macucci crea una sorta di museo abusivo in una delle vecchie case abbandonate. Dipinge le sue poesie sui muri, espone piccoli oggetti, libri, quadri e persino alcuni fossili trovati sulle colline. «Era un raccoglitore di aneddoti,» ricorda Filippo Boni, «una biblioteca vivente, e quando se n’è andato, il 3 gennaio del 1997, questo paese ha perso tanto». 

"I ricordi costano cari"

«I ricordi costano cari, e Dio solo sa se me ne perdo qualcuno, che succede: anzi... moio,» brontola Emilio davanti al PC. Poi, riprende a raccontare della sera precedente l'eccidio. Emilio e la sua famiglia si trovano sulle montagne vicine, in una vecchia casa che apparteneva ai Polverini da generazioni. Si nascondono per sfuggire agli aerei e alle bombe tedesche. La mattina si alzano presto per tornare a Castelnuovo, perché il padre di Emilio sarebbe dovuto tornare in miniera.

«Arrivammo nella piazza del paese che erano le sette,» racconta «ricordo ancora i rintocchi della campana della chiesina delle Monache, il prete stava per celebrare la prima messa. In quel momento non erano ancora arrivati i tedeschi. Tutto sembrava tranquillo»Emilio, la madre, il padre e il fratello entrano nella loro casa. Aprono le finestre e vedono da lontano un camion che si avvicina. Subito le richiudono e spiano in silenzio dalle fessure oblique delle persiane.

I soldati tedeschi scaricano una grossa cassa e iniziano a bussare ai portoni: se nessuno apre, li sfondano con un calcio. «Si erano divisi a gruppi e ognuno partiva dall'inizio di una strada, mentre l'altro dal fondo, per incontrarsi al centro. Su e giù, su e giù. La nostra casa era precisamente a metà e non venne considerata; forse quelli che risalivano la via pensarono che fosse già stata controllata dagli altri. Solo ora rifletto che se mio babbo fosse rimasto seduto al tavolo della cucina, non gli sarebbe successo niente. Cercavano dei partigiani, o almeno così ci disse qualcuno. Se gli uomini non fossero usciti dalle case, avrebbero dato fuoco a tutto».

Il padre di Emilio, come molti altri padri, non può accettare di nascondersi, conserva la sua dignità di capofamiglia e anche la convinzione che i tedeschi non avrebbero fatto del male a un uomo "per bene". Non è un partigiano. «Ci disse, mentre usciva dal portone: "Io non ho nulla da nascondere"»I soldati portano tutti in piazza, nella parte alta del paese: gli uomini salgono, le donne e i bambini sono cacciati via. «Mio babbo salì a piedi verso la piazza e io ricordo che mi girai e gli feci un cenno di arrivederci, lui mi rispose e poi non lo rividi più. Aveva solo 39 anni, ma a me sembrava già molto vecchio. Seppi poi che dentro a quella grande cassa c'era la mitragliatrice. Una di quelle a tiro rapido, che si diceva tagliassero gli alberi».

"Emilio, tu devi vedere perché tu, per sempre, devi ricordare"

Castelnuovo oggi si trincera dietro a un cancello, delimitata per questioni di sicurezza. Per entrare è necessario contattare il Comune di Cavriglia e fissare un appuntamento. Quello che resta è un paese di minatori andato quasi del tutto in rovina, case abbandonate ricoperte di edera, rovi e ortiche. I solai crollano e le macerie a terra sono le uniche tracce della sua storia. Frazioni come Castelnuovo ricoprono un terzo del territorio italiano, per un'estesione di circa 100mila chilometri quadrati. Sono i "paesi fantasma": paesi lasciati da soli e perlopiù disabitati.

Le "voci" che raccontano questo angolo di Toscana sono diverse. I tonfi della miniera, i proiettili della mitragliatrice, i passi di chi si è lasciato alle spalle la propria casa, il trambusto di un set cinematografico, i versi di un poeta eremita. Echeggiano le parole di chi ricorda e tenta di far conoscere questo passato ricco e straordinario. il Vicesindaco di Cavriglia vorrebbe costruire una "Cittadella della cultura" dove coltivare il senso della memoria e ospitare studenti da tutto il mondo. Un primo passo in questo senso è stato fatto ristrutturando la vecchia chiesa, adibita ad auditorium, e la casa adiacente, oggi sede del MINE, il museo della miniera e del territorio. La Giunta comunale vorrebbe anche ripopolare una frazione del vecchio borgo di Castelnuovo: «La forma, già utilizzata in Sicilia ad esempio, potrebbe essere quella di regalare le case al prezzo simbolico di un euro, per poterle recuperare e renderle abitabili. Ma questa per ora è solamente un’ipotesi, la strada è ancora lunga».

Una parte dell’Italia è anche questa, quella degli antichi borghi in via d'estinzione: il "piccolo" che muore, la "piccola Italia" che rischia di scomparire, con tutta la sua ricchezza e la microdiversità di storie e tradizioni. "Ricordare" vuol dire ritornare dalle parti del cuore, là dove per gli antichi aveva sede la memoria (dal latino: re-, "indietro", "ritorno", e cor-, "cuore"), e lo sa bene anche il FAI (Fondo Ambiente Italiano) che ha creato "I luoghi del cuore". Nella giostra di nomi che racchiude 31.105 siti da tutelare, è rientrata pure Castelnuovo dei Sabbioni, come uno dei tanti borghi italiani assopiti, in vita solo negli occhi – e nel cuore  di chi ancora ne rammenta l'esistenza. 

«Il giorno dopo la strage mia mamma piangeva, piangeva tanto,» racconta Emilio. «Aveva questo fazzoletto in bocca e gli altri che stavano nel rifugio le dicevano: "Stai zitta, che sennò ci sentono". Non si poteva nemmeno piangere. Quella notte fu un incubo, sentivo nelle orecchie la mitragliatrice che sparava. Non finiva mai, quella notte. La mattina mia madre con una zia andò a vedere che cosa era successo. Quando tornarono erano distrutte. La nonna mi disse che più tardi saremmo andati anche noi.

«La cosa che mi rimase impressa fu il silenzio lungo la strada per arrivare alla piazza, eravamo abituati al rumore delle miniere, dei lavori. Quel giorno invece sembrava un mondo morto. Arrivati lì vicino vidi una grande macchia di sangue, poi più avanti il fumo delle travi che bruciavano, si sentiva lo scroscio dei tegolini che cadevano. Ero spaventato, mi impuntai: "No, io non ci vengo". Mia nonna, che era una donna ferma e decisa, mi guardò e mi disse una cosa semplice, ma che non avrei mai più dimenticato: "Emilio, te tu sei il primo figliolo; tu devi vedere perché tu, per sempre, devi ricordare"».