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Blick Bassy: «L'Europa? È una linea rossa da attraversare»

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Cafébabel

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Il camerunense di etnia bassa'a, Blick Bassy, vanta un percorso artistico nel quale mescola influenze africane, latine e americane, chitarre e banjo, violoncelli e tromboni. 1958, il concept album presentato a Roma nel quadro del Romaeuropa Festival 2019, è dedicato alla morte, per mano delle forze francesi, di Ruben Um Nyobé, leader anticoloniale che ha lottato per l’indipendenza del Camerun. Dialogo sulla musica. E la politica.

1958 è dedicato a Ruben Um Nyobé, un leader anticoloniale che ha combattuto per un Camerun indipendente e che è stato ucciso dalle forze di occupazione francesi. Come può la musica iniziare una riflessione sulla politica e la Storia? O può farlo soltanto in termini di produzione di momenti di commemorazione?

Tutte le azioni sono politiche. Um Nyobe lo ricordava spesso. Qualsiasi azione o inazione ha un impatto sulle nostre vite in un modo on nell'altro. In un certo senso, facciamo politica ogni giorno, che avvenga in maniera cosciente e inconsciente. Del resto, siamo anche chiamati a votare in base alle nostre esperienze quotidiane. La musica, quando usa le proprie facoltà di toccare differenti segmenti della popolazione, può determinare una variazione del livello di coscienza sociale, culturale, economica e, quindi, politica, della cittadinanza nei confronti dei problemi di una società. La musica non serve soltanto a commemorare, celebrare o intrattenere. Ma anche a sollevare le coscienze: a denunciare e reclamare. Lo confermano le opere di artisti come David Bowie, Fela Kuti o Tiken Jah Fakoly.

Se dovessi indicare dei Ruben Um Nyobé contemporanei in giro per il mondo, chi citeresti?

Credo che il mondo sia cambiato e che, a differenza dell'epoca di Um Byobé, le persone non vengano più mobilizzate da leader carismatici, pronti a condurre una battaglia per una determinata comunità. Oggigiorno, la tecnologia, tramite i social network, determina la possibilità di creare gruppi che condividono gli stessi motivi per agire in favore di - e sollevare - domande di emancipazione. Di conseguenza, la nozione di "leader", su cui si basava la politica di un tempo, è scaduta. Movimenti come Black Lives Matter, Jilets Jaunes (Gilet Gialli, ndr.) e Nuit Debout hanno dimostrato che ormai la leadership è collettiva.

Puoi spiegarci in breve che Paese è il Camerun e come è cambiato dal 1958 a oggi?

Il Camerun di oggi è un Paese che Ruben Um Nyobe non avrebbe voluto vedere. Quando Paesi africani, come in questo momento il Camerun, sono guidati da leader appoggiati dai colonizzatori di un tempo e governano più nell'interesse di questi ultimi che del Paese stesso, non può esserci progresso. Inoltre, i cittadini del Camerun sono stati alienati e deviati dalla loro cultura; sono diventati una sorta di avatar delle popolazioni dell'Occidente: sognando di costruire uno stato a immagine e somiglianza dei valori di quest'ultimo. Così diventa difficile ricostruire qualcosa. Per esempio, oggi, nei nostri territori, viviamo una guerra tra francofoni e secessionisti inglesi: bambini della stessa nazionalità vengono aizzati gli uni contro gli altri.

Cosa puoi dirci di Cantin invece? Come sei finito in un piccolo villaggio nel Nord della Francia? Come ha influenzato la tua musica questa esperienza?

È stato un cambiamento significativo nella mia vita. Vivendo a Cantin, non di rado mi sono trovato da solo di fronte a me stesso. Questi momenti mi hanno portato a riflettere sul senso della mia vita e, quindi della musica che compongo. Da allora, ho deciso di emanciparmi dalle regole che mi vengono imposte dalla società moderna. Dopo 6 anni a Cantin, ho deciso di trasferirmi in un villaggio nel Sud-ovest della Francia.

Tra il 2015 e il 2019, hai viaggiato un po' ovunque nel mondo. Se dovessi scegliere un posto che ti ha impressionato di più, quale sarebbe?

Ho avuto un colpo di fulmine con il Brasile, un Paese che mi ricorda molto l'Africa, da un punto di vista del calore trasmesso dalle persone, ma anche per la flora e la fauna che richiamano la bellezza della nostra Terra e la coesistenza di diversi tipi di vita.

Nel quadro del festival REF2019, sei stato inserito in una rassegna dal titolo "Diaspora". Letteralmente, la parola significa "disseminare". Ma, in linea generale, il termine ha assunto una connotazione piuttosto negativa, anche in funzione di eventi storici del passato. Non credi?

Beh, in realtà, oggigiorno la diaspora ha una connotazione positiva se pensiamo al contributo finanziario che le comunità emigrate da un Paese riversano nei confini degli stati di origine. Basti pensare ai tanti luoghi in cui le comunità della diaspora finanziano la costruzione di scuole, ospedali e l'avvio di start-up.

Quali sono le prime cose che ti vengono in mente quando senti le parole Europa e Africa, rispettivamente?

Quano penso all'Europa, mi viene in mente una linea rossa da attraversare. Al contratio, l'Africa richiama una linea rossa che potresti non riuscire ad attraversare.

Puoi dirci come l'Europa ha influenzato il tuo lavoro?

Sono nato e cresciuto in Camerun fino a quanto non ho raggiunto l'età adulta. Poi ho vissuto in Francia e viaggiato per il mondo per più di 10 anni. Questa duplice esperienza ha influenzato il mio lavoro perché mi nutro di incontri. Ogni giorno mi immergo nella realtà europea, ma a partire dalla base africana su cui ho costruito la mia identità.