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Belgio: una prigione per i migranti

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A qualche chilometro da Bruxelles, il centro di rimpatrio 127bis ospita un centinaio di migranti irregolari. Dovrebbero rimanere qui solo per un breve periodo e invece sono trattenuti come dei veri e propri prigionieri. Il festival Steenrock, che si tiene davanti ai cancelli del centro, esprime il suo sostegno ai detenuti e trasmette un messaggio: «Fate la musica, non i centri chiusi».

Al parco del Cinquantenario, davanti al Museo dell’esercito, ci sono due pullman a noleggio. Non aspettenano un gruppo di turisti, ma dei partecipanti al festival che salgono a bordo gratuitamente. Dopo aver chiesto conferma a un volontario che si tratta del pullman che cerco, salgo e mi siedo, dietro una donna sola e davanti una coppia di quarantenni. Dopo una ventina di minuti di strada, arriviamo alla stazione di Nossegem che si trova a qualche centinaio di metri dall’aeroporto internazionale di Bruxelles. Sul parcheggio dove ci fa scendere il pullman, si trova già un centinaio di persone. Adulti, bambini, adolescenti o anziani, sono venuti a piedi, in bicicletta, in moto o in macchina. Ci sono anche molti veicoli della polizia che sorveglia con attenzione la folla. Tutte queste persone vanno insieme al festival Steenrock che si svolge nei pressi delle piste di decollo dell’aeroporto, ma anche, e soprattutto, vicino al centro di rimpatrio 127bis a Steenokkerzeel. Dietro due file di griglie, chiusi negli edifici, si trovano persone senza documenti che aspettano di venire espulse verso i loro paesi d’origine o verso il primo paese dell’Unione europea nel quale sono stati controllati, secondo il Regolamento di Dublino II, oppure aspettano che la loro richiesta d’asilo venga trattata.

« Signora, non mi lasciano uscire »

Flora è ostetrica ed è venuta questa mattina perché difende i diritti fondamentali di ognuno. Quando le chiedo se pensa che questa azione possa avere un effetto sulla politica d’immigrazione in Belgio, mi risponde: «Non credo, ma dal punto di vista umano è importante sostenere queste persone, a loro fa piacere. Anche se è poco, non è niente. E poi si tratta di qualcosa di cui tutti dovrebbero essere al corrente». Mentre discuto con lei, la gente intorno a noi comincia a muoversi per dirigersi verso il festival. Scortato da poliziotti in motocicletta, il corteo si prepara sul lato destro della strada con davanti un largo striscione su cui c’è scritto «Fate la musica, non i centri chiusi». Arrivati al 127bis, imbocchiamo la strada che fiancheggia la recinzione, alta vari metri. Sul campo davanti al centro sono stati installati per l’occasione un palco, degli stand di ristorazione, dei punti di informazione o degli atelier tematici.

Il collettivo CRER (Collectif contre les Rafles, les Expulsions et pour la Régularisation Collettivo contro i rastrellamenti, le espulsioni e per la regolarizzazione. N.d.T.), accompagnato da una decina di associazioni, organizza per questa giornata una manifestazione che è sia di sostegno per le persone rinchiuse che di protesta contro la detenzione dei clandestini. Il Belgio ha cinque centri chiusi creati progressivamente a partire dalla fine degli anni ’80. Sono nati in seguito alla domenica nera del 1991 quando l’estrema destra ha fatto uno score elettorale senza precedenti in Belgio e sono stati introdotti nel 1993 nella legislazione. Il loro obiettivo: organizzare meglio il rimpatrio o il rinvio degli interessati verso il loro paese di origine. Nel 2015, 6229 persone sono state detenute nei cinque centri belgi. In teoria la permanenza in un centro può essere al massimo di due mesi, ma certe condizioni permettono un prolungamento. Nel 2015 una persona è restata rinchiusa per un anno e due mesi. La durata media di detenzione era di 44,32 giorni nel 2014. I centri chiusi sono gestiti dall’Ufficio stranieri, un ente che dipende dal segretario di Stato all’asilo e all’immigrazione Théo Francken. Condannato per aver rimandato in Sudan dei rifugiati pur sapendo dei rischi di maltrattamento che correvano a loro rientro, il segretario di Stato del partito nazionalista NVA (Nieuw-Vlaamse Alliantie, Alleanza Neo Fiamminga N.d.T.) era già bersaglio di pesanti critiche. Inoltre, ha appena ottenuto l’accordo del consiglio dei ministri per l’apertura di un’estensione del 127 bis, che dovrebbe accogliere delle famiglie con bambini. Attualmente non ci sono minorenni all’interno del centro di rimpatrio.

Mentre gli aerei decollano in sottofondo, coprendo appena le voci nei microfoni o il suono degli strumenti musicali, i concerti cominciano. I tre gruppi che si succedono sono vari come il pubblico che li ascolta. Il colorato duo Sages comme des Sauvages supera l’idea stessa di territorio, suonando musiche di orizzonti diversi. Guardando le persone libere ballare, bere e mangiare, mi interrogo un po’ di più sui detenuti. Ho sentito che dei visitatori possono entrare nel centro, allora voglio saperne di più. Incontro Francesca, militante al CRER, chi mi porta al riparo dal rumore e mi spiega che sono le persone rinchiuse che fanno la richiesta di ricevere una visita e il CRER si organizza poi con i suoi volontari. Francesca mi dice che i detenuti possono avere un telefono cellulare ma senza videocamera e connessione internet. Mi immagino dunque un luogo di cui non si vogliono rendere pubbliche le condizioni di vita.

Un’altra militante del CRER, visitatrice del centro, mi dà qualche precisione. Mentre mi descrive le conversazioni con i detenuti che si svolgono in una sala comune con tavoli e sedie, le dico che mi vengono in mente le prigioni dei film. «L’unica differenza con la prigione è che le persone non sanno perché sono là». Nel corso del loro lungo viaggio verso l’Europa, i rifugiati senza documenti sentono vaghi discorsi sui centri di accoglienza senza immaginare minimamente che saranno imprigionati. «La prima persona che sono andata a trovare mi ha molto commosso, era un ragazzo sudanese. Mi diceva: “Sa, signora, c’è un problema qui! Non ci lasciano uscire”. Mi sono sentita male e non ho avuto la forza di dirgli: “Siete in prigione”. Allora diciamo "centro chiuso" come i politici».

Una prigione per criminali

Alcuni vivevano in Belgio da dieci anni prima di venire arrestati in situazione irregolare. Altri hanno visto solo l’aeroporto di Bruxelles prima di essere incarcerati. Hervé è arrivato in Belgio dal Camerun nel 2011 con un permesso di lavoro nell’ambito di uno stage. Si è iscritto quindi all’ULB (Université libre de Bruxelles, l’università di Bruxelles N.d.T.) e termina ora il Master in gestione ambientale. Lo scorso 8 aprile, si è fatto fermare durante un controllo stradale ed è stato traferito il giorno dopo al centro. Dopo un mese di detenzione al 127bis, oggi è libero grazie all’appoggio dell’ULB, delle associazioni e all’implicazione del suo avvocato. L’Ufficio stranieri gli concede qualche mese per i suoi esami e la sua tesi. Presente al festival di Steenrock, Hervé prende il microfono per ringraziare ancora e ancora le persone che si sono mobilizzate per lui, prima di raccontare la storia del suo arresto. Solo poche parole a proposito del suo soggiorno al centro: «Non è per niente facile».

Nel pomeriggio, ci saranno molte testimonianze sulla vita al centro. Un telefono cellulare viene collegato agli amplificatori del palco per chiamare i detenuti. Omar ci risponde per primo dall’interno e si lamenta del divieto che gli impedisce di stare con noi dal vivo. Il centro infatti ha eccezionalmente proibito le uscite questo sabato pomeriggio per evitare qualsiasi contatto con i manifestanti. Omar ci parla dei problemi medici di alcuni compagni di detenzione curati tardivamente, in quell’edificio che descrive come «una prigione per criminali». Hajid Mohamed, 35 anni, ci parla anche lui al telefono. La sua regolarizzazione è stata rifiutata nel 2009 ed è rinchiuso da 40 giorni. Ci tiene a precisare comunque che alcune persone sono là da quattro mesi. Dietro di lui sentiamo delle voci gridare «libertà, libertà». Sul palco e tra il pubblico, tutti si zittiscono per lasciar parlare quelli che sono attualmente rinchiusi e che hanno molto poco spazio per esprimersi.

Il 127bis può accogliere 120 persone, ma spesso è in soprannumero. In occasione del festival, dei rappresentanti belgi ed europei sono andati al centro per una visita, prima di uscire e di intervenire sulla scena del Steenrock. Nawal Ben Hamou, deputato federale del Partito socialista, prende la parola per primo per raccontare la storia di una donna detenuta che aveva vissuto fino a quel momento in Belgio con suo marito belga, e che è stata arrestata nel suo letto. «Ho sentito storie, una più drammatica dell’altra», rivela. Interrogato sulla divergenza della sua posizione circa l’esistenza stessa dei centri, Ben Hamou ci risponde che «l’ingresso in un centro chiuso deve essere l’ultima soluzione. Le alternative vanno sviluppate. E se la reclusione è necessaria, allora deve essere per il periodo più breve possibile per le persone che stanno per essere espluse». Invece per Fatoumata Sibidé (DéFI, Démocrate fédéraliste indépendant), Muriel Gerkens (Ecolo), Michaël Verbauwhede (PTB, Parti du travail de Belgique) oltre che per Malin Björk (Gauche unitaire européenne) «i centri chiusi devono chiudere».

« La speranza è enorme »

Mentre i deputati descrivono quello che hanno visto nel corso della loro visita, li sento parlare di celle di isolamento. Dopo gli interventi, incontro Matthieu Thonon, responsabile al servizio comunicazione del CRER e delle animazioni del festival, per saperne di più. A un metro dalle recinzioni, con addosso un T-shirt con su scritto «No one is illegal», mi conferma che ci sono davvero delle celle di isolamento, «senza finestre, senza contatto con nessuno. Ci vengono messi i recalcitranti, quelli che si lamentano». Gli chiedo quindi che impatto spera di avere con questa manifestazione: «I politici non fanno niente, dunque la speranza in questo senso è derisoria, ma allo stesso tempo enorme, perché è attraverso i cittadini e i movimenti che le cose possono cambiare. Ogni anno ci sono sempre più persone: la manifestazione finirà con il farsi sentire e possiamo sperare che capovolga la situazione».

Il CRER e le altre associazioni hanno poche speranze di far cambiare le politiche migratorie in Belgio e in Europa, ma la loro azione non è priva di conseguenze. Grazie ai doni raccolti, i volontari possono comprare delle carte telefoniche prepagate per i detenuti. Le richieste di visite o di contatto si fanno grazie a questa via di comunicazione. Il sostegno morale che offrono i visitatori permette non solo ai clandestini di mantenere un contatto umano con l’esterno, ma anche di avere dei mediatori affidabili tra loro e gli avvocati.

I concerti continuano e superano il tempo concesso senza che nessuno se ne preoccupi. Il cantante del gruppo Scarbone 14, per esempio, canta dei testi politicamente impegnati contro il razzismo, accompagnato da musicisti alla chitarra, al basso, ma anche alla tromba e al trombone. Ancora una volta, la diversità regna. Nel quadrato di erba calpestata del festival, le spalle e i toraci sono arrossati dal sole, ma tutti ballano. Marie, giovane mamma e anche avvocato, è là perché secondo lei bisogna «rimettere questi centri all’ordine del giorno e soprattutto fare in modo che smettano di esistere». Le circa 500 persone venute al festival vogliono esprimere la loro solidarietà soprattutto quando il cantante le incita a fare rumore sbattendo contro le griglie perché le persone dentro ci sentano il più possibile. Sulla recinzione sono affissi messaggi di sostegno e degli scatti di giovani rifugiati presi dal fotografo Christian Fauconnier. A qualche decina di metri, dall’altra parte della frontiera metallica che ci separa, delle mani ci chiamano, tese attraverso le spessa sbarre d’acciaio, È difficile distinguere le facce attraverso le due file di griglie, la distanza e le finestre sbarrate, ma si sentono delle grida che provengono dal centro. E distinguo dei «grazie».

Translated from Belgique: la prison des sans-papiers

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