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Alea iacta est, o no?

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Sevilla

Negli ultimi dieci giorni sto assistendo a uno spettacolo indegno, una specie di teatro dell’assurdo in cui viene messo in scena un copione sfuggito di mano agli stessi sceneggiatori. Se anche uno fosse stato completamente ignaro della situazione politica contingente, che qualcosa di strano fosse nell’aria era tangibile.

Se anche uno non avesse letto, ascoltato o visto quali erano le premesse al referendum del 1º ottobre, se anche uno fosse stato completamente ignaro della situazione politica contingente, che qualcosa di strano fosse nell’aria era tangibile.

Sono arrivata alla stazione di Sants di Barcellona la sera del 30 settembre e qualcosa a dir la verità non mi quadrava; troppe bandiere per strada e io, sarà per la storia del mio Paese, sono sempre un po’ sospettosa quando sventolano bandiere e non ci sono eventi sportivi in atto.

Forse sensazioni e paranoie personali ma quando alle 22 comincio a sentire uno strano rumore provenire da fuori, mi affaccio e vedo gente che batte con cucchiai su pentole e padelle. Sì, qualcosa di strano c’è. Una sensazione di attesa la potrei definire: tutti in fibrillazione aspettando il giorno seguente, domenica 1º ottobre.

Quel giorno, facendo un giro del quartiere, ho avuto la gran fortuna di non imbattermi nello scempio che è avvenuto in altre scuole e ho solo visto molta gente in fila davanti alle scuole. Anche qui però qualcosa di curioso ha attirato la mia attenzione: nelle due scuole che ho visto i cancelli delle scuole erano chiusi e le persone entravano a coppie o addirittura una alla volta. Alla domanda a uno de los mossos “La scuola è chiusa?” mi si risponde con una domanda scrutatrice seguita prontamente da un’affermazione poco convinta “È chiusa? (pausa con sguardo indagatore) Sì, va bene è chiusa”.

Non mi è chiaro cosa sia successo dopo perché la situazione è rapidamente degenerata come tutti abbiamo visto. Quella gente che ha votato era felice di farlo nonostante sapesse che il suo voto non avesse alcun valore legale e qui la questione si fa spinosa. La carica della polizia è stata vergognosa, assurda e tragica. Persone che gridavano allo Stato oppressore che non ha permesso loro di -cito- “esprimere liberamente il voto”, voto che però non è tutelato, né controllato e che diventa di fatto una violazione all’idea stessa di Stato democratico che si regge o dovrebbe reggersi su determinate leggi.

Dall’altra parte abbiamo uno Stato che, per dimostrare di essere nella legalità e nel giusto, manda la polizia a fermare a qualunque costo una votazione di cui comunque non si sarebbe riconosciuto il risultato.

L’assurdo. E la tragedia. Perché mentre i sostenitori dell’indipendentismo si sono duplicati se non triplicati dopo il 1º ottobre, gli altri, quelli che fino a domenica erano definiti “la maggioranza silenziosa”, si sono sentiti persi, nel limbo.

Le questioni sono tante e delicate perché non toccano solo la sfera politica ed economica ma personale ed emotiva. Ci si fanno domande del tipo: sono un traditore della Catalogna, delle mie radici se penso che il referendum non abbia reali basi democratiche? Sono fascista se non voglio che la Spagna si divida? Sono un radicale indipendentista se penso che il governo abbia agito male nella gestione dell’intera situazione? Sgomento e perplessità non solo in Catalogna ma in tutta la Spagna, di cui la Catalogna che si voglia o no, continua a far parte.

Osservo incredula il signor Puigdemonte i suoi amici e come sono stati capaci di creare una frattura difficilmente sanabile in poco tempo, almeno dal punto di vista sociale. Certo la crepa già c’era ed era abbastanza profonda ma invece di cercare di ripararla il signor Puigdemont ha preso un martello e con tutta la sua forza lo ha scagliato contro quel muro già pericolante. Martello fornito anche dal governo centrale probabilmente anche se a questo punto comincio a chiedermi se sarebbe poi stato così diverso se Madrid avesse cercato un punto d’incontro mesi fa, perché mi sembra che questo incontro il signor Puigdemont non lo voleva.

E qui torniamo all’ultimo atto del nostro teatro: la dichiarazione e pronta sospensione dell’indipendenza. Aree politiche applaudono alla saggezza del President, per aver chiesto un dialogo. Ma qui indipendentisti e non indipendentisti si trovano finalmente d’accordo dopo mesi, forse anni: dialogare su che cosa esattamente, signor Puigdemont? È stato capace in otto secondi di rendere infelici non una parte della Catalogna bensì tutta la Catalogna. Bisogna avere una certa abilità per riuscirci. Lei, ha sollevato gran parte del popolo negli ultimi anni, continua a mantenerlo in suspense neanche fosse un’amante capricciosa ma poi si ferma davanti all’evidente fallimento economico e politico che sarebbe la dichiarazione unilaterale d’indipendenza facendo sentire gli uni delle pedine usate e poi buttate, gli altri dei birilli pronti a cadere, vittime di uno stato di incertezza e pericolo sconosciuto da almeno quarant’anni. Davvero i miei complimenti.