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Agnes Obel, la cantante di ferro e cristallo

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Translation by:

Michela D'Amico

Creative

Nel suo nuovo disco, "Citizens of Glass", la cantante e compositrice danese riunisce suoni ipnotizzanti che tranquillizzano, perturbano e fanno riflettere. L'incontro a Parigi con un'artista che si sente come un cristallo. 

«È  curioso, fare musica mi rende davvero felice, eppure non mi viene così semplice parlarne» spiega a bassa voce Agnes Obel, cantante e compositrice danese che nel suo universo non conosce luoghi comuni. Nonostante le apparenze però nasconde bene la sua timidezza mostrando una discreta felicità, uno stato d'animo che solo chi si sente davvero libero può raggiungere. Seduta nel cortile interno di un hotel di Parigi, indossa un lungo vestito nero. È arrivata da Berlino, dove vive da ormai dieci anni, per promuovere il suo terzo disco, "Citizens of Glass" (Cittadini di cristallo), in cui esplora il modo in cui vediamo la realtà. Nonostante l'attenda un'agenda piena di interviste ed eventi, non sembra avere fretta. Ascolta con attenzione, sorride e riflette qualche secondo prima di lanciarsi a rispondere alle domande. Non è il tipo di persona a cui piace parlare di se stessa, eppure è impossibile non partire parlando dei suoi sentimenti.

Agnes, ti senti come di cristallo? «Mi piace questa domanda, perché in effetti è così. Quando scrivi canzoni finisci per trasformarti nel materiale di cui esse sono fatte. Te stesso, i tuoi amici, la tua famiglia, le crisi personali, i distacchi... Tutto viene costantemente e intenzionalmente esposto dietro a un cristallo, attraverso il quale tutti possono guardare» spiega in maniera pacata e riflessiva. Un cristallo a cui ha pensato da quando ha sentito dai media tedeschi il termine "cittadino di cristallo" (gläserner bürger), che fa riferimento al livello di privacy in cui viviamo ogni giorno, quello che si sa e non si sa di noi. «Mi è sembrato un concetto così bello e poetico che ho pensato che forse avrei potuto relazionarlo alla sensazione di essere fatti proprio di cristallo. Alla fine tutto l'album ruota intorno a questo» spiega.

"Familiar", il singolo più conosciuto di "Citizens of Glass". 

Le dieci canzoni del suo nuovo lavoro, composte e registrate da lei in persona, riuscirebbero a calmare anche un animale inferocito, a recuperare un umano intrappolato dalla tecnologia o svegliare un'intera società che guarda tutto dalla stessa prospettiva. Le sue melodie non si discostano molto dai due dischi precedenti, "Philarmonics" (2010) e "Aventine" (2013), anche se stavolta ha dato più spazio alla sperimentazione sonora. Il risultato è un mix sicuramente intrigante e misterioso, a volte persino tenebroso, di nostalgia e astrazione. Si sente la sua voce, a volte doppia, che si unisce a pianoforti, violini, clarinetti, violoncelli, clavicembali, arpe medievali e persino un trautonium della fine degli anni Venti. Strumenti che richiedono più mani, ma Agnes non è sola. Ad ogni concerto è infatti accompagnata da una band composta per lo più da donne. E insieme creano un'atmosfera evocatrice che sembra esplodere in mille pezzi da un momento all'altro e che, senza dubbio, è più stabile di quel che appare. «Il cristallo è esattamente così. Un materiale forte, ma a volte molto fragile. È meraviglioso. Anch'io mi sento così. È un piacere vedere che questa dicotomia nelle canzoni venga notata, perché era questa la mia intenzione quando le ho scritte».

"Il nostro amore è un fantasma che gli altri non possono vedere"

Ad Agnes è sempre piaciuta la musica. Ne è stata in contatto fin da piccola grazie ai suoi genitori, che pur non essendo professionisti suonavano vari strumenti. Ha imparato a suonare il pianoforte, e ha frequentato una scuola di musica. Tuttavia crescendo si è resa conto che le persone intorno a lei si aspettavano ben altro. «A volte senti perfettamente quando la gente si aspetta qualcosa da te. E la verità è che nessuno pensava che mi sarei dedicata alla musica». Per questo, per fare contenti gli altri, decise di studiare letteratura, cultura e mezzi di comunicazione all'Università. «Un po' di tutto, perché in realtà non avevo nessuna ambizione. La cosa positiva è che il governo danese ti dà tantissimi soldi finché sei uno studente, così diciamo che ho rimandato il divorzio accademico di qualche anno, ma già sapevo che non poteva funzionare» afferma.

E fu allora che ebbe un'illuminazione. Quando a 26 anni si trasferì a Berlino, il suo corpo fu travolto da una sensazione di felicità. «Era così importante per me che avevo paura di dire che volevo dedicarmi alla musica, perché avrei dovuto essere all'altezza delle aspettative. Avevo molta paura di fallire». Continua: «Sapevo che se fossi rimasta in Danimarca avrei seguito i desideri degli altri e non i miei». Agnes sa molto bene quello che fa e perché. O almeno, così sembra. Per questo non le ha creato alcun problema allontanarsi da un Paese che si dice sia il più felice del mondo. «Ho bisogno di tranquillità e spazio per scrivere le mie canzoni, e proprio questo era quello che mi mancava a Copenaghen. Per questo me ne sono andata» racconta serenamente.

Quando si guarda indietro e pensa al primo lavoro "Philarmonics" (2010), ammette che non si sarebbe mai immaginata l'ottima accoglienza che ha in realtà poi ricevuto. «Una cosa fondamentale, quando componi il tuo primo album, è che non hai aspettative. Tutto parte da un luogo che è solo tuo» spiega. Questo luogo così intimo di cui parla, e che solo lei conosce, è ancora un mistero. Come la sua mente. Una mente che non è la stessa dell'adolescente che scriveva canzoni al liceo senza mostrarsi troppo, e che invece dieci anni dopo avrebbe affascinato i critici. Dopo aver ricevuto diversi premi dall'accademia musicale danese, anche la critica europea, nello specifico quella tedesca, francese e inglese, è caduta ai suoi piedi. Nel 2012, Agnes ha ricevuto l'European Border Breakers Awardun premio che la Commissione Europea consegna ai giovani artisti la cui musica ha superato le frontiere. Nella lista ci sono anche AdeleMumford & SonsStromae Damien Rice.  

La semplice "Beast" fa parte del suo primo disco "Philarmonics"

Prima di proseguire con la conversazione, le parole "europeo", "rompere" e "frontiere" ci obbligano a fermarci per parlare del mondo che Agnes osserva attraverso le sue canzoni. «Cosa ne pensi della crisi dei rifugiati?» «Sono molto delusa dall'Europa. Abbiamo avuto l'opportunità perfetta per trovare una soluzione insieme. Era il momento idoneo per dimostrarlo, ma stiamo fallendo. La Germania, e in un certo qual modo anche la Svezia, hanno cercato di essere a capo della faccenda. Ma la Danimarca, il mio Paese, sta dimostrando un modo di far politica sbagliato e mediocre». Resta in silenzio per qualche secondo, poi prosegue: «Mi addolora vedere tutti questi partiti di estrema destra che guadagnano terreno per via di una paura del tutto irrazionale» afferma aggrottando la fronte.

Torna di nuovo il silenzio nella conversazione, così come nelle sue canzoni. Lo usa per dare un senso ad ogni parte, motivo per cui include pezzi interamente strumentali. «Il silenzio è uno degli ingredienti più importanti nella mia musica. Ma non bisogna dimenticare che si tratta di un'illusione. Il silenzio è anch'esso un suono, quello che, comparato ad altri, sembra essere vuoto» spiega. La ripetizione di elementi è un altro segno identificativo della sua musica e dei suoi video, che realizza in collaborazione con il fotografo e il direttore dell'animazione tedesco Alex Brüel Flagstad. «Queste ripetizioni parlano di me. Ma attraverso di esse voglio anche riflettere sul mondo. Su questa paura dello sconosciuto che abbiamo già vissuto in Europa, durante la quale le persone diventano facilmente manipolabili». La storia si ripete, e nei suoi video è simboleggiata da una palla di cristallo che distorce la realtà, da corpi identici che ballano all'unisono o attraverso il suo volto ripetuto nello spazio.

«Agnes, prima di terminare, se potessi esprimere un desiderio, quale sarebbe?» «Mi piacerebbe creare un album che possa trasportarci, capisci cosa intendo? Portarci lontano, in un altro luogo. Questa è una delle mie più grandi ossessioni. Ma per il momento, spero solo di riuscire a fare altri album». «Ti renderebbe felice?» «Sì, molto» conclude. 

E la felicità di Agnes Obel ci fa viaggiare eccome, niente da dire.

Story by

Ana Valiente

Spanish freelance journalist based in Madrid. Currently exploring the boundless world of documentary filmmaking.

Translated from Agnes Obel, de cristal y hierro