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L’Europa ha bisogno di una storia nuova

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Oggi è la festa dell’Europa. È il giorno in cui nel 1950 nacque la Comunità europea del carbone e dell’acciaio: all’epoca c’erano i sogni legati a un Dopoguerra da costruire,. Mezzo secolo dopo l’Europa è diventata poco più che un concetto intangibile, un progetto difficile da difendere. L’editoriale di Cafébabel.

Il 9 maggio celebriamo ancora una volta la Festa dell’Europa. Si tratta dell’occasione per ricordare la Dichiarazione Schuman del 1950, ma, soprattutto, per commemorare il momento in cui gli europei, dopo secoli di conflitti, decisero di mettere un freno alle recriminazioni reciproche. Più nel dettaglio, nei libri di storia, questa data segna la creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA). Il 9 maggio del 1950 l’Europa aveva una bella storia da raccontare: c’erano i sogni legati a un Dopoguerra da costruire, obiettivi da raggiungere, nonché personaggi illustri, sulle spalle dei quali, appoggiarsi per avviarsi su un lungo percorso di crescita.

Il ruolo di Chabod Appena uscita da un conflitto atroce, l’Europa si stava rafforzando, carica di ideali. Il mondo intero guardava alla rinascita del Vecchio Continente, anche se non c’era ancora traccia delle istituzioni comunitarie come le conosciamo oggi. D’altronde, l’Europa è forse, prima di tutto, un romanzo. Nel suo libro del 1961, Storia dell’idea di Europa, l’intellettuale e politico italiano, Federico Chabod, esamina lo sviluppo storico della “coscienza europea”, un sentire che è nato nell’antichità greco-romana e si è trasformato nel corso dei secoli attraverso le idee di grandi intellettuali francesi, italiani, tedeschi, e britannici: nelle pagine di Chabod, Burke, Guizot, Machiavelli, Montesquieu, Rousseau, Voltaire illuminano il senso dell’ “essere europei”. Che fine ha fatto questo anelito, questa ricchezza di intenti?

Debito e futuro Oggi, nel 2018, l’Europa sembra non avere una storia da raccontare. Mezzo secolo dopo Schuman, Monet o Chabod, l’Europa è diventata poco più che un concetto intangibile, un progetto estremamente difficile da difendere. In occasione dei grandi incontri istituzionali, basta accendere la televisione, il pc o prendere in mano lo smartphone, per rendersi conto di quanto l’Europa sia, ormai, contestata. A volte, si ha la sensazione di essere arrivati alla fine di un libro chiuso troppo velocemente, o, forse, troppo tardi. Da qualche parte, nel mezzo degli anni ‘00, l’Europa ha smesso di scrivere il proprio futuro. È allora che la nostra generazione è diventata target di un’altra narrazione, quella della disillusione. Gettati in un mondo che crollava come torri gemelle, siamo cresciuti tra le parole ansiogene di “crisi”, “austerità”, o, ancora, fra gli acronimi di turno: “EFSF”, ”BCE”, “FMI”. A ciò si è aggiunto il nuovo capitolo del debito, quello che dovremo pagare domani. Ci hanno detto che, a 20 anni, siamo già “fregati”. Nei media, la nostra generazione è quella “persa”, “sacrificata”; il giorno dopo siamo “viziati”, o “bamboccioni”. “XYZ” sono le lettere che ci hanno affibiato. Difficile capire cosa venga dopo la fine dell’alfabeto. E da allora? È accaduto un po’ “di tutto” e “niente”, allo stesso tempo. “Di tutto” perché, in quel vuoto, altre narrazioni hanno preso il sopravvento: appassionate, crude, ma anche estreme. “Niente”, perché l’Europa è ormai inscritta in spazi disincarnati dove non si tratta più di “affermarla”, ma di “spiegarla” e “difenderla” con armi che sembrano, a tratti, fatte di cartone.

Il Parlamento europeo Da un libro aperto che tutti devono riempire, l’Europa si è trasformata semplicemente in “UE”, una torre d’avorio che porta fantasie e sermoni. Un bel discorso al Parlamento europeo può davvero cambiare tutto? Siamo seri ... Altrimenti saremmo sempre bloccati in una concezione binaria, manichea, dicotomica, in una storia senza fine sull’essere “pro-UE” o “anti-UE”. L’avrete capito: noi vogliamo cambiare la storia che si racconta a proposito dell’Europa. Vogliamo lasciare i grigi corridoi di Bruxelles per abbandonare il suo gergo bizzarro fatto di sigle e acronimi complicati. L’Europa dovrebbe parlare a chiunque ed essere sulla bocca di tutti, dovrebbe smettere di essere un concetto e diventare realtà.

I «nomadi digitali» Ma come riuscirci? Ancora una volta, è questione di linguaggio. Siamo nel 2018 e, nonostante tutto, ci sono ancora storie da raccontare. Ripartiamo da qui: dalle peripezie dei “nomadi digitali” con il mondo fra le dita alla fine della loro tastiera nei quartieri di Lisbona; dall’avventura di un ribelle siriano venuto a cercare rifugio in Scandinavia; dall’attivismo politico di una giovane whistelblower slovacca sul punto di far cadere il Governo, o di un trentenne italiano che ha contribuito a far eleggere Emmanuel Macron Presidente della Repubblica francese. Ma le storie hanno bisogno di voci e di spazi per dispiegarsi. I nostri futuri intellettuali europei - i nostri prossimi Montesquieu, Mazzini o Burke - dovrebbero avere la possibilità di comunicare fra di loro in diverse lingue.

E ora? E serve anche un ambiente in cui le giovani generazioni possano prendere il loro posto come attori principali. Abbiamo bisogno di un’esperienza nuova, creativa e futuribile, che possa avere un impatto sia sul piano mediatico e politico; un movimento culturale che faccia leva sullo spirito della nostra generazione e che, allo stesso tempo, sfidi i giovani europei a raccontare la loro vita quotidiana e quella degli altri. Dobbiamo ricominciare a raccontare i sogni, le aspirazioni e i personaggi illustri contemporanei del Vecchio Continente, dalle steppe dell’Est fino alle falesie ocra dell’Algarve. La storia dell’Europa non è finita. Tocca a noi scrivere il resto.


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Translated from L'Europe a besoin d'une autre histoire