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Ma va La La Land!

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Cultura

Nonostante il musical di Damien Chazelle sia ormai un fenomeno di successo globale, delle sparute voci di dissenso non mancano, e arrivano anzitutto dagli ambienti musicali. Davvero La La Land si merita tutti questi Oscar?

Presentato alla 73esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, La La Land ha riscosso enormi successi di critica. Si è parlato di "musical dei sogni", di "omaggio volutamente romantico ai classici", di un film che "può colpire il pubblico come un dolce sparo al cuore".

Attributi più che positivi, a cui fanno eco i post sui social network di spettatori che hanno ritrovato la vera anima del cinema e hanno visto il film più bello della loro vita. E a cui si aggiungono sette Golden Globe e 14 nomination agli Oscar – per intenderci, quante ne ricevette Titanic nel '98. 

Insomma, La La Land è diventato un fenomeno ed è andato ben oltre le sale cinematografiche. Basti pensare che c'è già chi pianifica tour di Los Angeles in base ai luoghi del film e che la colonna sonora, ascoltatissima sui siti di streaming, è arrivata in cima alla classifica delle vendite di Billboard.

Eppure la prima e più decisa contestazione arriva proprio dagli ambienti musicali, perché, in quanto film sul jazz, La La Land è considerato un mucchio di luoghi comuni. E i luoghi comuni potrebbero non trovarsi solo nella rappresentazione del jazz.

Siamo a Los Angeles. Mia (Emma Stone) lavora in una caffetteria degli Studios, di fronte alla finestra dove negli anni '40 Humphrey Bogart interpretò Rick Blaine in Casablanca. La sua casa è tappezzata di poster della Hollywood d’oro perché ama il cinema e sogna di fare l’attrice, ma non riesce a superare i provini. Presto incontra Sebastian (Ryan Gosling), pianista col sogno di aprire un locale per salvare l'autentico jazz. Tra colori sgargianti, canzoni e tip tap, i due si innamorano e sostengono a vicenda nella realizzazione dei loro sogni. Le parabole di amore e carriera, però, prenderanno direzioni opposte, portando a una rottura con la tradizione del musical americano.

Omaggio o saccheggio?

Forse di "rottura" non si può proprio parlare... I due personaggi sono ritagliati, senza aggiunte modifiche o scavi, da un immaginario prestabilito. La storia d’amore segue un parallelismo di per sé logoro con le stagioni dell’anno, con una litigata autunnale del tenore di "non è quello che hai detto ma come l’hai detto" assai forzata. Il finale, prevedibile grazie all'incedere delle quattro stagioni, è del tutto scontato e segue senza troppi inceppi l'ideale del sogno americano: "Se ci credi, si avvera". Per riprendere Casablanca, niente a che vedere con un finale che ha infranto cuori su cuori e che ancora oggi è citato come esempio di originalità.

È vero, da un musical nessuno si è mai aspettato una trama arzigogolata. Passiamo allora alle esibizioni. Emma Stone è un'attrice promettente, canta bene, balla graziosamente e a Venezia ha vinto la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile: ma pensando a John Travolta e a come interi film si reggano sulle sue movenze, ci si sposta quel tanto che basta per creare un cult. D'altra parte Ryan Gosling, si sa, fa un certo effetto al genere femminile, ma sta decisamente meglio con le magliette strappate più moto di Come un tuono che con le camicie inamidate più diagonali del tip tap. Per esempio, durante la scena di ballo ripresa nella locandina, qualcuno potrebbe notare come quella camicia fatichi a restare agganciata, attillatissima intorno alle spalle da palestrato goffamente riadattate alla leggiadria del tip tap. Per dare un senso a "goffamente", basta dare un'occhiata a questa scena di Cantando sotto la pioggia. Ci mancherebbe, plauso agli intenti: Ryan Gosling si è esercitato a ballare il tip tap (lo ballava da bambino) e ha imparato a suonare il piano appositamente per il film. 

Dicono allora che la forza di La La Land risieda nell’omaggio a un cinema ormai scomparso, vecchi musical in primo luogo. Più che "omaggio" verrebbe da dire "saccheggio": oltre ai rimandi noti ce ne sono di meno noti, o per lo meno di non ancora esplicitati. La prima scena, fonte di un clamoroso applauso durante la proiezione a Venezia, potrebbe richiamare alla memoria Saranno famosi, film del 1980 dove centinaia di studenti dell’istituto di Performing Arts di New York finiscono a cantare e ballare sui tetti delle macchine nell’ora di punta. Film e scena così potenti da dare vita rispettivamente a un telefilm, a un remake del film, al programma di Maria de Filippi, forse al futuro remake del telefilm e al video di It’s raining man di Geri Halliwell, per citare i riferimenti più veloci. Ancora, nel lavoro di Chazelle si vede Emma Stone che, esattamente come Baby in Dirty Dancing dopo aver «portato un cocomero», attraversa urtandole o evitandole smaliziate coppie di ballerini. Siamo qui oltre il musical, oltre i classici, oltre i riguardosi rimandi.

Los Angeles Land

La La Land nel complesso non è un brutto film, non si sta scomodi sulla sedia. Registicamente Damien Chazelle ci sa fare, l’aveva già dimostrato con Whiplash (da cui arriva direttamente J.K. Simmons nei panni del capo di Sebastian). Canzoni e balli partono al momento giusto infilandosi sinuosamente fra i dialoghi senza disturbare chi non ama il genere musical (in effetti La La Land è stato accolto come un musical per chi odia i musical – solo questo potrebbe farci riflettere sullo strano carattere di questo omaggio). Le scenografie sono interessanti e ricordano i colori sgargianti alla Mago di Oz del Technicolor, sebbene visibilmente digitali. In particolare, la scena di ballo fra le stelle del planetario di Gioventù Bruciata e quella fra i lampioni cartacei di Parigi sembrano una sorta di ibrido fra i cartoni animati e i musical di Broadway, con il peso della pellicola in secondo piano ma presente. La scelta poi di girare in formato Cinemascope funziona benissimo con gli spiriti più malinconici.

In ogni caso, va considerato che esiste un aspetto centrale del film di difficile comprensione per la maggior parte del pubblico italiano. «L’idea di questo film», ha detto Chazelle in conferenza stampa «è stata costruita a partire dai cliché ridicoli su LA (Los Angeles, ndr): il traffico, le pessime feste, il divismo, la superficialità. Da qui abbiamo cercato di costruire anche una lettera d’amore, guardando cosa c’è di bello sotto la superficie. C'è qualcosa di molto poetico in questa città fatta di persone con grandi sogni irrealistici». L.A. quindi, l'acronimo del titolo che noi dobbiamo decifrare.

Sul tema dei sogni si è soffermata anche Emma Stone, rivolgendosi indirettamente ai giovani: «Questo non è un film cinico. Parla di sogni, di speranza, di impegno per raggiungere qualcosa. Penso che i giovani d’oggi siano caduti in un grande cinismo: si prendono gioco di tutto e notano solo i difetti».

Ding! L'affermazione di Emma Stone calza a pennello. Intanto perché coglie un sentimento diffuso fra i giovani, a cui sentir parlare di sogni americani, e di sogni in generale, può fare bene. Poi perché arriva alla fine di critiche che potrebbero sembrare, appunto, ciniche. Ma chi può dire, nel nostro mondo delle opinioni, se questa visione sia cinica o se La La Land non sia invece molto sopravvalutato, per quanto non brutto? 

Nessuno. Sicuramente, però, tutti – cinici e non cinici, anzi, voci nel coro e voci fuori dal coro – hanno ben presente certi sentimenti. Come quello di libertà selvaggia e infantile che si prova cantando sotto la pioggia.