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Vade Retro: i migranti sul palco con il saio di San Benedetto

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Palermo

Lo spettacolo patrocinato dal Comune di Palermo e voluto strenuamente dall'Associazione Nottedoro, ha incrociato vicissitudini e travagli dei migranti contemporanei con alcuni tratti della biografia del dimenticato co-patrono di Palermo, San Benedetto il Moro. Un bell'esempio di integrazione in cui l'immigrato ha finalmente un ruolo attivo.

La storia dei rifugiati che si intreccia con la vita San Bendetto il Moro, il partrono dimenticato di Palermo, origionario di una famiglia di schiavi etiopi. Un bel successo lo spettacolo teatrale Vade Retro, la riscossa dei poveri diavoli andato in scena giovedì 3 marzo al Teatro Lelio di Palermo. E la risposta della città è stata un tutto esaurito, con il pubblico che si affollava nei corridoi e numerosi ritardatari ricevuti nel foyer e al di fuori del teatro. Martino Lo Cascio (regista), fratello dell’acclamato attore Luigi con cui ha condiviso inizialmente il percorso teatrale per poi lavorare come psicologo e psicoterapeuta con il Ministero della Giustizia, ha ideato una trama che intreccia la storia di alcuni rifugiati con la vita di San Benedetto il Moro, patrono dimenticato di Palermo, nero e schiavo egli stesso.

Proprio a San Benedetto viene dedicato il monologo in siciliano dell’attore Marco Manera che apre Vade Retro. Nato schiavo nel paesino di San Fratello, viene liberato dal suo padrone per una promessa fatta ai genitori, anch’essi neri e schiavi, provenienti dall’Etiopia. Una figura molto importante e da recuperare per la Palermo di oggi, i cui miracoli sono comprovati ed apprezzati in Africa e Sud America. Si apre, dunque, il primo quadro teatrale, con una scenografia spartana, ma funzionale e preparata dagli stessi collaboratori del film Belluscone di Franco Maresco. Ma i protagonisti sono loro, i richiedenti asilo. Sono tutti giovanissimi, hanno un'età compresa tra i 20 i 24 anni e provengono da Nigeria, Senegal, Eritrea, Iran, Mauritius e Romania. Con la loro simpatia, e una dizione duramente allenata con laboratori prima in inglese e francese e poi in italiano, sono la forza vibrante della scena. Ma un mese e mezzo di prove con due appuntamenti settimanali non potevano certo scongiurare vuoti di memoria, défaillance e problemi di emozione. Tanto che gli organizzatori (l’Associazione Nottedoro) avevano messo in conto eventuali sviste sul palco, ed invece si sono dovuti ricredere perché tutto è andato per il verso giusto.

Si tratta del resto, di attori non professionisti che non hanno mai vissuto il teatro neanche da spettatori, e che invece hanno davvero ben figurato, cimentandosi anche con il cinema: oltre ai quadri teatrali in cui i naufragi e le marce dei migranti sono raccontante attraverso vere e proprie danze, lo spettacolo poggia anche su uno schema a patchwork, con quattro video realizzati da Eidon Videocomunicazioni Palermo. In uno si parla di San Benedetto il Moro, in un altro un migrante interpreta Gesù (e da allora si fa chiamare così in ogni occasione dagli altri membri della compagnia). Un nuovo video mostra messaggi scambiati via Wathsapp tra chi ha raggiunto l’Italia e chi è rimasto in Africa, un codice a noi noto e per questo più che mai adatto a restituire l’amarezza di alcuni destini. Infine c’è un video "sorrentiniano", che ben si integra al quadro teatrale in cui la compagnia I Calabroni mette in scena una festa volutamente spregiudicata sulle note di Rumore di Raffaella Carrà, con gli immigrati testimoni increduli, utilizzati come attaccapanni dai festaioli "fighetti".

Il cortocircuito su cui riflette Vade Retro è in effetti il contrasto tra l'italianità e la condizione dei migranti, esaltato dalla canzone di Toto Cutugno Italiano Vero che diventa Italiano Nero, dall’accettazione del migrante esclusivamente come assimilato e soldatino. Poco importa se la cultura dell’italiano medio è quella del calcio in tv ogni sera, del concorso vinto con il trucco e dell’abusivismo edilizio. Aldilà della sua fattura qualitativa - Vade Retro si fregiava comunque di una scheda tecnica curata da professionisti e della bravissima Armida Lo Cascio come vedette sul palco - è davvero lodevole tutta l’operazione messa in piedi dall’Associazione Nottedoro, con una filosofia più che low cost (l’ingresso era libero, ma con contributo).

Gli attori migranti sono stati invitati con una lettera ufficiale a tutti gli Sprar cittadini, che hanno risposto con una manifestazione d’interesse e successive segnalazioni su chi poteva essere interessato. C’è stato anche chi ha ritenuto di non partecipare, ma il workshop teatrale è stato seguitissimo, tanto che la performance è stata poi ristretta a un numero più gestibile.

«L'obiettivo di Nottedoro e della serata stessa è l’integrazione di altre culture all’interno della città» – racconta Martino Lo Cascio. «Penso che abbiamo provato un’accoglienza umana ma inusuale, che fa leva su qualità, ricchezza e potenzialità dei richiedenti asilo non solo nel doversi adattare a noi, ma nell’esprimere loro stessi. La grande fatica è spesso, a fronte di un sistema complessivo che tende a passivizzare e a creare pietismo intorno ai richiedenti asilo, trovare veri spazi di espressione per i migranti. Noi abbiamo richiesto loro responsabilità, tempistiche e il rispetto di alcuni impegni e parametri. Il teatro ha saputo imporre questa disciplina, per questo è bello, e tali formule attive di accoglienza vanno incentivate».

Un video dello spettacolo citava anche il capolavoro del cinema italiano Miracolo a Milano, e visto che in prima fila sedeva anche il Sindaco Orlando, dal palco a fine serata si è evocato un “miracolo a Palermo”, affinché progetti di questo tipo possano creare in città un virtuoso asse tra arte, cultura e società.