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Tutte le emozioni del festival Off di Avignone

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Translation by:

Annamaria Mirra

Creative

Gli artisti sono pionieri e l’arte è sempre un passo avanti rispetto alla realtà. Siamo stati al festival di teatro Off di Avignone. Ecco quali spettacoli ci hanno colpito di più. Immersione a teatro.

Ho perso il conto del numero di spettacoli a cui ho assistito nel corso degli ultimi anni al festival Off di Avignone. Probabilmente sono prossima ai 200. Ma anche se così fosse, in termini relativi, considerato che ogni anno le messe in scena sono ben 1500, il mio tesoretto vale poco più del 2 per cento. A quel punto è come se un sentimento di angoscia e frustrazione mi ubriacasse: quante "perle" mi sono persa? Quanti attori e attrici ormai famosi avrei potuto vedere agli inizi della loro carriera? Quante ore "sprecate" appresso a monologhi deliranti, mentre opere straordinarie si svolgevano proprio nel teatro a fianco?

Come ogni anno, anche in questo 2019, ho dovuto fare delle scelte tra spettacoli più o meno classici, di danza e recitazione, concerti, monologhi e pantomime (persino quelle cinesi, ovvero la "Nuo drama"). Per farlo, mi sono concentrata sui miei posti preferiti: il Theatre de la Manufacture, l'11-Gilgamesh Belleville e il Theatre des Doms.

La perla del 2019

A mio modo di vedere, "la perla" - è così che la definiscono qui ad Avignone - è uno spettacolo fatto di una bellezza assoluta: un lavoro artistico che ti emoziona in modo unico. Ecco quel che accade quando l'incontro: dapprima c'è la noia - a tratti mi sembra addirittura di notare un difetto nell'illuminazione o nella recitazione -, ma poi, improvvisamente, lo spettacolo è estremamente coinvolgente. È allora che serro la mascella e le lacrime mi imperlano le ciglia. E anche se non c'è niente di buffo o triste ... avviene perché da qualche parte, dentro di me, ha vibrato una corda. Magari perché in scena "parlano di me", del mondo in cui vivo: gli attori mi mettono in discussione senza volerlo. Per tutte queste ragioni, "la perla" è uno spettacolo che, spesso e volentieri, mi porto dentro per anni dopo averlo visto (come, per esempio Demain il fera jour di Vincent Clergironnet, del 2010, o il più recente Phasmes della compagnia Libertivore, del 2018).

Lo spettacolo di teatro-danza Deux rien di Clément Belhance e Caroline Maydat, è stata la mia perla del 2019. Ho trovato questo spettacolo al Lucioles, un teatro che mi aveva già rapito l'anno scorso (a proposito, tenete sempre d'occhio le strutture che hanno programmato messe in scena che vi sono piaciute: è probabile che capiti di nuovo infatti). Deux rien parla del sogno di un affaticato mendicante, invisibile ai nostri sguardi distratti. Pochi minuti di un'umanità meravigliosa in una vita di crudele solitudine. Deux rien è un ritorno alla semplicità, alla dolce ingenuità dell'infanzia, dei giochi a due: litigare, fare la pace, vedersi e toccarsi. Sicuramente sarà il primo spettacolo di cui parlerò quando tornerò a Berlino e mi chiederanno: "Allora, com'è andata ad Avignone?". In quei momenti, ho l'abitudine di passare in rassegna tutti gli spettacoli: prima quelli che mi hanno fatto piangere, poi quelli per cui ho riso, e, se c'è tempo, anche le "catastrofi": i monologhi sgradevoli e i deliri di onnipotenza di compagnie un po', come dire, inesperte.

Oltre la perla

Sebbene sia raro che riesca a riassumere la mia esperienza al festival, quest'anno è diverso. Lascio Avignone con uno strano senso di tranquillità. Mi sento più serena e più forte. Gli spettacoli a cui ho assistito non mi hanno soltanto emozionata, sorpresa o sconvolta: mi hanno dato fede. Mi sento libera dalle mie paure ed è come se viaggiassi indietro nel tempo, in una tragedia greca, e mi godessi la catarsi.

Andando in ordine, il "mio" festival Off 2019 è iniziato con 40° sotto zero, l'ultima creazione della compagnia del Monstrum. Poi, considerato che sono una fan di Louis Arène e Lionel Lingesler dai tempi de Il cane, la notte e il coltello del 2017, desideravo sapere cosa avrebbero riproposto questi artisti in Omosessualità o la difficoltà di esprimersi e Quattro gemelle, due dei testi più astratti di Copi. Ed è andata più o meno così: in questi spettacoli, si cambia sesso liberamente, ci si ricopre di escrementi volontariamente e si uccide per 3 milioni di euro. I personaggi sono folli, volgari, disperati, stupidi. Sono i bambini sperduti di una società violenta e ingiusta. Lungi dalle convenzioni che reclamano un finale salvifico, qui ci si imbatte in un'arte senza scopo, dove il vuoto diventa estetica. Sulla scena, mostri sublimi, creati dal costumista Christian Lacroix, non hanno limiti di alcun tipo: non esistono generi e si rinasce sempre. Tantomeno la scenografia rappresenta una barriera: le immagini della parete di fondo che si sgretola con i quattro mostri che fuggono, scompaiono, per poi tornare, sempre di corsa al centro della scena, rimarranno impresse a lungo nella mia mente.

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Non c'è granché che mi ripugni in questo momento © Alice Piemme AML

Il regalo che mi sono concessa il giorno dopo si intitola Et le coeur fume encore di Alice Carré e Margaux Eskenazi. Si tratta di uno spettacolo sulla Guerra d'Algeria. Durante le brevi scene si intrecciano testimonianze audio, immagini d'archivio e frammenti di testi. Il pubblico viene catapultato in Algeria in mezzo ai soldati e poi di nuovo in Francia. A parlare sono i rappresentanti di una famiglia: padre, figlio e nonna, quest'ultima presidente de L'Association du souvenir. Carré ed Eskenazi non si accontentano di denunciare gli orrori della guerra o risvegliare dolori sopiti. In quest'opera si tessono dei legami: tra generazioni, Paesi, generi e professioni. Le parole dei figli e dei loro antenati, di poeti celebri, editori impegnati o assassini sono tutte messe sullo stesso piano. E non è una questione di opposizioni e nemmeno di riconciliazioni: lo scopo è servire una causa più grande. E proprio per sottolineare questo concetto, in scena, i giovani interpretano anziani, donne, uomini, bianch e neri, senza distnizioni: poco importano l'età, il genere e il colore della pelle degli attori.

L'arte è sempre un passo avanti rispetto alla realtà

Poi c'è stata una sera in cui, inizialmente, ho esitato a proporre alla mia amica uno spettacolo di un cantante sconosciuto (per intenderci: 660 like sulla sua pagina Facebook e nessun riferimento particolare sul web) dal nome Charly Chanteur. Chanteur è un ragazzo ipersensibile che canta canzoni bizzarre sull'adolescenza con indosso delle piume da indiano. Eppure, Chanteur non è qui per infrangere i canoni della virilità, tantomeno per interpretare il ruolo del maschio alfa travestito e simpatico - considerate che il suo obiettivo dichiarato è: «Offrire dei fiori sbocciati direttamente dal giardino del mio cuore». Charly è giusto un ragazzo e, allo stesso tempo, un "ragazzo giusto". A dire il vero, le sue canzoni mi hanno profondamente commossa. Eppure non è stata un'esibizione triste e, sicuramente, non c'era l'intenzione di farci commuovere. Ma ahimé, ero seduta lì davanti a lui e, in quest'epoca in cui gli uomini hanno finalmente il diritto di chiedersi chi sono e soprattutto chi vogliono essere, non c'era una barriera tra le sue emozioni e le mie. Del resto, è raro incontrare un cantante o una cantante che non sembri flirtare nel momento in cui dialoga con ambo i sessi.

Ma l'opera che a mio parere ha riassunto al meglio l'assenza di ruoli di genere e di identità precise nelle nostre società è stata Des caravelles et des batailles. La trama? Può sembrar banale, ma si tratta della storia di una comunità isolata che accoglie un forestiero. La storia dell'incontro rimanda costantemente a tutto ciò da cui la comunità originaria vuol fuggire, ovvero: la città, la noia di un lavoro privo di senso, la corsa contro il tempo di tutti i giorni. Nello spettacolo, il gruppo imperfetto di individui - a loro volta esseri imperfetti - gioca un ruolo centrale. Ma in tutto ciò, le differenze tra i singoli non creano opposizioni. Curiosità, rabbia, amarezza, frustrazione, attrazione reciproca: sono questi i sentimenti che portano il gruppo ad evitare la lotta; tantomeno riesce ad andare oltre se stesso. In questo luogo imprecisato si vive la quotidianità, si affrontano i problemi e si tira avanti. In un certo senso, questo spettacolo mi ha fatto pensare a un'"ode alla convivenza”. O forse, piuttosto, a un sussurro che dice: "Perché no?". E in questa quarta parete si è lentamente aperta una finestra su un mondo che prima mi sembrava lontanissimo. Ma poi è come se la parete avesse ceduto, trasformandosi in un sentiero.

All'Off di Avignone tutto è possibile

All'Off di Avignone tutto è possibile: gli spettacoli dai temi più banali diventano poesia e veicolano una gioia immensa. In Maja, un padre violento e afflitto dalla depressione si riconcilia con il suo demone interiore grazie al magnifico lavoro della burattinaia Cristina Iosif. Mentre in Non c'è granché che mi ripugni in questo momento, due compagnie si trasformano in una confraternita che, contrariamente al titolo dello spettacolo, rifiuta il mondo e le sue menzogne e cerca di costruirne uno nuovo con dolcezza e amore.

Infine, la mia settimana all'Off si è conclusa con Antioche. In un certo senso questo spettacolo ha rappresentato un resoconto perfetto, visto che ha tradotto in parole ciò da cui cercavo di fuggire venendo ad Avignone, ovvero quell’assenza di significato nella vita che affligge la nostra generazione.

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Antioche © Yanick MacDonald

Antioche è il racconto della trafila di una madre che fugge dal suo Paese per il Canada e di sua figlia che compie lo stesso viaggio, in senso contrario, vent’anni dopo. Entrambe sono alla ricerca di un senso nella vita, della libertà. Sarah Berthiaume vince la scommessa di un testo didattico ma mai moralista, impegnato ma mai estremo, semplice ma non ingenuo, affinché tutti possano comprendere senza giudicare. Mentre le testimonianze degli occidentali partiti per la Siria emergono appena dai media, Antioche ci illumina e ci racconta il soffocamento, la ricerca di un senso che vivono le seconde generazioni di immigrati, intrappolate in una vita fatta di consumismo occidentale. Il tutto sotto lo sguardo protettore della figura di Antigone (brillantemente interpretata da Sarah Laurendeau).

Ripenso ad Avignone e mi rendo conto che gli artisti sono pionieri. L’arte è sempre un passo avanti rispetto alla realtà. Quel che ho visto in scena quest’anno, e quel che ho compreso è che, dopo la denuncia, la rabbia e la ribellione, arriva la riconciliazione. E sta arrivando anche per noi. Per questo motivo lascio questa città francese con gli occhi e il cuore spalancati, un telaio tra le mani e l’idea in testa che nessun muro potrà mai resistere ai legami tra esseri umani.


Foto di copertina : 40° sotto zero © Darek Szuster

Translated from Festival d'Avignon : les pépites du off