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Pesca in Europa: l’estinzione di una professione?

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Francesca Garatti

Politica

Il caro petrolio è solo una delle cause della crisi nel settore della pesca europeo, in mobilitazione da mesi. Finalmente l’Ue concede fondi speciali,ma manca una coordinazione a livello transnazionale.

Mentre il prezzo del gasolio sale alle stelle, l'Unione europea fissa nuove quote ancor più restrittive per la pesca. Questa professione si trova oggi in uno stato d’impasse tale da riuscire a malapena a far sentire la sua voce. Dovremo quindi rassegnarci ad una definitiva marginalizzazione del mestiere di pescatore in Europa?

Bruxelles: sì agli aiuti, no alla rimessa in causa delle quote di pesca

Il 17 giugno 2008, di fronte alle continue ingiunzioni di Ministri per la Pesca francesi, spagnoli, italiani, greci, portoghesi, maltesi e sloveni, la Commissione Europea, di norma abbastanza rigida rispetto alle iniziative nazionali che tentano di modificare la Politica Comune della Pesca, alla fine ha ceduto alle richieste dei Governi nazionali per un'erogazione di fondi speciali ai pescatori.

L'ammontare degli aiuti destinati a ciascun’impresa va da 30.000 a 100.000 euro. La colpa è l’aumento dei prezzi dei carburanti: per i pescatori francesi per esempio, il costo del gasolio ha rappresentato il 15% del volume d’affari nel 2004, il 30% alla fine del 2007, quasi il 50% oggi. D’altro canto, però, le misure che prevedevano l’introduzione di strumenti di stabilizzazione dei costi del petrolio sono state per il momento respinte dalla Commissione. Inoltre, malgrado le proteste di Parigi, Madrid e Roma sul blocco, stabilito per il 17 giugno, della pesca del tonno rosso nel Mediterraneo, Joe Borg, il Commissario europeo per la Pesca è categorico: «Non ci si può aspettare che la Commissione esamini le domande di rimessa in causa delle quote». Evidente il sospetto che alcuni non dichiarino tutte le loro catture. Se i Governi hanno un’influenza così limitata, come fare perché la voce dei pescatori venga ascoltata?

Pescatori d’Europa unitevi

Il rifiuto di Bruxelles della maggior parte delle proposte dei Governi nazionali – soprattutto quello francese – di risoluzione della crisi, pone il problema del peso di ciascuno stato in materia di decisioni comunitarie. Infatti, anche se la decisione finale spetta a Bruxelles, i pescatori devono per forza unire le loro voci per far sì che le loro rivendicazioni vengano ascoltate, e porsi in contrapposizione con le istanze europee attraverso organismi sindacali transnazionali.

Disorganizzazione della rappresentanza, prima di tutto. Abbiamo visto i sindacati dei pescatori, come ad esempio la Capesca in Spagna, organizzare operazioni di fermo in diversi paesi, e reclamare aiuti finanziari ai loro governi. Non c’è stata, però, nessuna iniziativa su scala europea che sia riuscita ad inviare un messaggio forte e univoco a Bruxelles. L’unica organizzazione europea di pescatori, Europeche, si è dissociata, a partire dal 4 giugno, dalla protesta.

In aggiunta, il disaccordo sui fondi. Ci sono due principali tendenze nelle proposte per l’uscita dalla crisi. In quella che si definisce l’Europa del Sud, in particolare in Francia e Spagna (che rappresentano da sole più di un terzo della flotta europea in fatto di pesca al tonno), si è deciso di seguire la linea degli aiuti governativi, per limitare l’impatto del prezzo del petrolio sul volume d’affari delle imprese. Misure d’emergenza sicuramente efficaci nell’immediato ma d’impatto decisamente ridotto nel lungo periodo. Nei Paesi del nord Europa, invece, come la Danimarca, si è scelto di far ricadere i costi del petrolio sul consumatore, semplicemente vendendo il pesce ad un prezzo più alto. Questa soluzione offre il vantaggio di lasciare inalterata la politica fiscale adottata da Bruxelles. Nonostante ciò, oltre al fatto che questa politica va contro il programma economico di molti paesi, centrato sul potere d’acquisto dei consumatori, l’innalzamento del prezzo del petrolio è tale che nemmeno questa soluzione può dare buoni risultati nel lungo periodo.

«La soluzione, quella vera, è strutturale, non congiunturale», ha dichiarato Christian Buchet, direttore del centro studi del mare dell’Istituto Cattolico di Parigi. Piuttosto che parlare di sovvenzioni o di aumento dei prezzi, bisognerebbe incominciare a pensare a delle riforme strutturali del settore della pesca in Europa, che soffre, secondo Joe Borg, «di un circolo vizioso di un eccesso di volumi, di pesca e con guadagni al ribasso». In merito a questo, la Commissione pensa di dotare le imbarcazioni di motori più economici dal punto di vista dei consumi. Un’altra misura indispensabile: aiutare i pescatori ad ottenere dei pagamenti più elevati da parte degli intermediari e dei distributori. Ma nonostante le misure, una riduzione della flotta europea è indispensabile.

La pesca è destinata ad essere marginalizzata, fino ad essere ridotta ad un’attrazione folkloristica per turisti come già accade in molte regioni costiere europee, oppure sarà in grado di sopravvivere al grande sconvolgimento a cui la sottopone l’attuale crisi? Per l’Europa si tratterà comunque di trovare una soluzione comune, soprattutto in merito al caro petrolio, prima che la crisi energetica contamini il resto dell’economia. Altre professioni, come ad esempio quella dei camionisti hanno iniziato a mobilitarsi.

Translated from Marin pêcheur, la fin d’une profession en Europe ?