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Migranti: discorsi vs. realtà

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Durante il Consiglio europeo del 14-15 dicembre 2017, i capi di Stato e di governo hanno discusso ancora una volta della politica migratoria dell’Unione. Abbiamo incontrato associazioni di aiuto ai rifugiati per sapere cosa ne pensano di tutti questi discorsi, loro che vivono questa realtà tutti i giorni.

Questa è la storia di un ivoriano di vent’anni. Suo fratello gli aveva detto che in Europa, in Sicilia, cercavano persone per lavorare nei campi di pomodori. In Costa d’Avorio le prospettive di lavoro scarseggiavano; lavorare in Italia, invece, gli avrebbe aperto nuove porte, sarebbe stata la promessa di una vita migliore. Il ragazzo decise allora di partire su un barcone. Faceva parte di quelli che sono riusciti a raggiungere le spiagge italiane. Una volta arrivato, però, si ritrovò in un centro d’accoglienza. Gli annunciarono di essere un “illegale” e, tre mesi dopo, lo rimandarono nel suo Paese.

Qual è il punto? Kadri Soova, advocacy officer a PICUM, la piattaforma internazionale di cooperazione per i migranti irregolari, ci racconta: “Il punto è che ci sono tantissime richieste per venire a lavorare in Europa da parte dei migranti, ma mancano canali regolari per aiutarli a spostarsi”.

Numeri e persone

Se è vero che è difficile seguire tutti gli sviluppi in materia migratoria a livello europeo, il ritmo decisionale è talmente lento che è praticamente impossibile restare disinformato. Le ultime peripezie riguardano la riforma del regolamento di Dublino e le dichiarazioni del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, sulla ripartizione dei migranti in quote obbligatorie, inefficaci secondo Soova. “Abbiamo avuto la reazione di Dimitris Avramopoulos, Commissario europeo per le migrazioni, che ha affermato che le proposte di Tusk erano ‘anti europee’. Per adesso, però, la situazione è bloccata”, testimonia Arnaud Zacharie. Quest’ultimo, presidente di CNCD 11.11.11, una delle ONG organizzatrici della manifestazione per la giustizia migratoria del 13 dicembre scorso a Bruxelles , aggiunge: “Bisognerebbe uscire dalla logica di Dublino e promuovere una ripartizione equa”.

Il gruppo maggiormente bloccato sulle proprie posizioni è stato rappresentato al Consiglio europeo dagli stati del Gruppo di Visegrád (Ungeria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia), ostili fin dall’inizio alla ripartizione dei migranti secondo un sistema di “quote”. “Speriamo che se riusciamo a migliorare la gestione dei flussi irregolari, i Paesi del Gruppo di Visegrád riconsidereranno la loro posizione”, ha affermato a questo proposito Paolo Gentiloni, capo del governo italiano.

Molti numeri sono stati esposti durante questo Consiglio, soprattutto da Federica Mogherini, l’Alta Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. “L’anno scorso 16.000 persone sono rientrate nei propri Paesi d’origine dalla Libia. Il nostro obiettivo è di farne rientrare altre 15.000 nei prossimi due mesi”. Numeri che, secondo Kadri Soova di PICUM, servono in generale più ai responsabili decisionali che a mostrare i risultati: “è una tattica politica: per poter vincere le elezioni devono esporre i risultati delle proprie azioni”. Alla fine del Consiglio, la sensazione generale resta quella che “si sarebbe potuto fare di più e meglio”.

“Donne e uomini in cerca di una vita migliore”

Medhi Kassou, della Piattaforma cittadina di sostegno ai rifugiati in Belgio, impegnato fin dal 2015 ad assistere i rifugiati nel parco Maximilien a Bruxelles, ci spiega: “Oggi assistiamo a flussi di donne e uomini in cerca di una vita migliore. Senza una legge, però, non esiste alcuna soluzione o alcun sostegno per loro”. Arnaud Zacharie aggiunge: “A livello europeo vige ancora una volta una politica migratoria che vede l’immigrazione economica come un problema”. Kadri Soova rincara poi la dose: “C’è bisogno di una visione del problema a lungo termine. Attualmente tutto è pensato per rispondere ai problemi immediati, in modo da avere meno migranti attorno. Si tratta di una politica a breve termine. È una situazione preoccupante che vede i diritti umani in pericolo. Concentrarsi unicamente sul tasso di rimpatriati non risolve il problema. Bisogna essere più pragmatici e non limitarsi ai numeri”. Per Medhi, l’umanesimo sembra inoltre indebolirsi: “L’Europa di oggi appare barricata dietro un diritto che manca di umanità e umanesimo. Spero che i cittadini europei prendano a cuore la questione così come facciamo noi oggi in Belgio”.

Per quanto riguardo i rimpatri, discutiamo insieme a queste associazioni di ciò che è successo lo scorso settembre in Belgio: una delegazione sudanese è stata invitata dal segretario di Stato all’asilo e alla migrazione, Theo Francken, a identificare gli immigrati irregolari in Belgio e a rimpatriarli. Medhi Kassou commenta in questi termini: “Trovo quest’azione particolarmente ingiusta, non solo nella forma, ma anche nella sostanza. So di alcune persone che preferirebbero suicidarsi piuttosto che tornare in Sudan ed essere riconosciute”; Kadri Soova, invece, resta perplesso in quanto alla legittimità dell’azione: “Sorgono domande importanti circa la legittimità e la legalità di tali missioni. Chi ci assicura che la squadra d’identificazione abbia le competenze richieste e sia davvero indipendente? Ci sono molte pressioni per ‘ottenere risultati’ che possono condurre a procedure e risultati ingiusti per gli individui in questione”.

Per concludere, cosa ci si aspetta oggi dall’Unione europea? I rappresentanti di PICUM affermano: “Ci piacerebbe che i leader europei abbiano il coraggio politico di sviluppare una visione olistica a lungo termine della migrazione, basata sulle realtà economiche, i cambiamenti demografici e il rispetto per i diritti di ogni individuo”. Medhi, invece, aggiunge: “Penso che l’unica cosa che mi piacerebbe chiedere sia di fare in modo che tutti – minorenni, maggiorenni, africani, neri, musulmani, buddisti, poco importa –, una volta raggiunto il territorio europeo, abbiano accesso a del cibo, a un tetto per dormire e, soprattutto, a risposte alle loro domande giuridiche, affinché capiscano il mondo nel quale hanno appena messo piede”.

La Commissione ha proposto un accordo sulle riforme del Regolamento di Dublino per giugno 2018, sancendo in particolare la fine delle ricollocazioni obbligatorie. Alcune decisioni del pacchetto di riforme potrebbero essere adottate già da marzo 2018. Appuntamento in primavera per sapere se le promesse fatte dai nostri dirigenti sono state rispettate.

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Hanno contribuito a questo articolo: Alexandre Decoster e Isaure Magnien

Translated from Migration : la réalité du terrain face aux discours