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L'universitari@ che ha mollato tutto per lottare a favore della legalizzazione dell'aborto in Irlanda

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Jennifer Keane Molloy è stanc@. Ha impiegato un anno della sua vita nella lotta per la legalizzazione dell'aborto in Irlanda. Nonostante a maggio il Paese abbia eliminato il divieto di aborto, c'è ancora molto lavoro da fare. Ma come è stato essere lì, presente, nel cuore delle mobilitazioni di massa dello scorso maggio?

“Le persone sono spinte dalla rabbia, e vale lo stesso per me”, afferma Jennifer Keane durante la nostra prima intervista. Jennifer studia matematica e fisica alla Maynooth University, in Irlanda. Ma è una descrizione un po' semplicistica di quest@ ragazz@ (Jennifer usa il pronome neutro "they" per fare riferimento a se stess@, n.d.r.). Jennifer si definisce non-binary, apertamente queer, attivista per i diritti umani nel collettivo Radical Queer Resist (RQR) ed è inoltre presidente della Pro Choice Society nella sua università.

Quando ho incontrato Jen per la prima volta lo scorso aprile, era davvero arrabbiata e quasi agitata per l'attesa. Il D-Day si stava avvicinando: mancava solo un mese e mezzo al referendum. Eppure, ciò non ha impedito a Jen di concentrare tutte le emozioni in risposte e azioni concrete.

Nel polo scientifico del campus, che in quell'orario era deserto, riecheggiava il suo entusiasmo. Le sue esclamazioni entusiaste rimbalzavano sulle pareti. “L'aborto è un diritto umano perché lo è l'autonomia fisica”, continua Jen. “Limitare l'accesso a qualsiasi tipo di farmaco o cura medica crea disparità tra chi ha i soldi e chi no, tra chi ha i documenti e chi no, e così via...”.

Jen era anche a conoscenza della campagna per la marriage equality, ma all'epoca non era così attiv@ perché conosceva bene il sistema giuridico e, di conseguenza, non aveva abbastanza fiducia in se stess@ come attivista. Questa volta ha studiato la tematica in lungo e in largo, finché si è sentit@ abbastanza informat@ da diventare portavoce della battaglia all'interno del campus. Jen crede che “solitamente i queer sanno come incanalare al meglio la loro rabbia per produrre un cambiamento, dal momento che siamo abituati a dover combattere per i nostri diritti”.

Una strada in salita

In Irlanda l'aborto è stato vietato per la prima volta nel 1861, ma l'8° emendamento - quello che è stato abolito lo scorso maggio - venne inserito nella Costituzione irlandese solamente nel 1983. In quell'anno il 67% della popolazione votò affinché la vita di un bambino non ancora nato venisse equiparata a quella della madre. Fino al 1992, quando vennero aggiunti il 13° e il 14° emendamento, era inoltre illegale recarsi all'estero per abortire, così come distribuire informazioni sulle strutture estere che offrivano la possibilità di abortire. Nello stesso anno la Corte Suprema decretò che l'aborto era ammissibile nel caso in cui ci fosse rischio di suicidio. Negli anni fallirono diversi tentativi di referendum per impedire che tale rischio venisse invocato come motivo valido per un aborto.

Il sostegno alla legalizzazione dell'aborto cominciò a crescere nel 2012, in seguito alla morte di Savita Halappanavar. Savita era incinta e voleva avere il bambino, ma quando i medici le dissero che stava avendo delle gravi complicanze le fu impedito di abortire. Morì di setticemia. Il caso fece indignare l'intero Paese e nel 2013 venne approvato il Protection of Life During Pregnancy Act, che consentiva l'aborto nei casi in cui la madre fosse in pericolo di vita.

L'Irlanda è uno dei Paesi dell'UE in cui la Chiesa cattolica ha ancora una grande influenza sulla vita pubblica e privata. Ad ogni modo, anche qui il processo della secolarizzazione si sta facendo strada e di recente ci sono stati progressi notevoli nell'ambito dei diritti umani. 3 anni fa l'Irlanda è stata la prima nazione al mondo a legalizzare i matrimoni tra persone dello stesso sesso tramite referendum. Ora, poco più di un mese fa, con uno storico referendum il Paese ha eliminato l'8° emendamento e legalizzato l'aborto fino alle 12 settimane di gravidanza. Ma questa vittoria ha richiesto una grande battaglia, una battaglia che Jennifer conosce bene, malgrado la sua giovane età.

Buttarsi a capofitto

Entrambi i referendum, quello sui matrimoni tra persone dello stesso sesso e per la legalizzazione dell'aborto, devono molto del loro successo all'attività dei giovani, che hanno portato avanti campagne e votato in massa, soprattutto nei campus universitari. Nei mesi che hanno preceduto il referendum del 25 maggio Jennifer ha capito che era giunta l'ora di buttarsi a capofitto in questa battaglia.

abortion protest ireland
Jennifer durante una protesta, per gentile concessione della pagina Facebook Radical Queers Resist (RQR)

Maynooth è una cittadina universitaria dove gli studenti costituiscono la metà dell'intera popolazione. Si trova a ovest della capitale Dublino, ad appena 20 minuti di macchina. Passeggiando, su un palo si scorgeva un cartello “VOTE YES”, sul palo seguente “VOTE NO”. Non era così semplice capire cosa ne pensasse la gente. Entrambe le fazioni sembravano ugualmente determinate: distribuivano volantini per strada, bussavano alle porte e urlavano con i megafoni nelle aree pedonali.

Secondo Jen la Student’s Union universitaria non stava facendo abbastanza per promuovere l'abolizione dell'8° emendamento, perciò decise di lanciare la Pro Choice Society. “La gente percepisce l'aborto come un tema che divide”, spiega, “la maggior parte delle persone dà per scontato che tutti gli studenti siano pro-choice, ma mentre distribuivamo volantini abbiamo incontrato anche dei giovani che non sopportavano l'idea che l'aborto potesse diventare legale”.

Secondo Jen, l'obiettivo primario dietro alla fondazione della Pro Choice Society era quello di raggiungere più persone possibile e organizzare lezioni e dibattiti con ospiti, istituire dei ritrovi informali per rispondere a domande sul tema dell'aborto e organizzare gli spostamenti per partecipare alle proteste nella capitale. Ma fondamentale era anche combattere l'opposizione, specialmente l'ICBR (Irish Centre for Bio-Ethical Reform).

"Alla gente devi mettere il pepe al culo!"

Quelli dell'ICBR venivano al campus della Maynooth University in diversi orari ed esponevano poster raffiguranti aborti effettuati negli ultimi mesi di gravidanza. “[Lo scopo] era quello di sconvolgere e spaventare la gente per indurla a votare contro l'abolizione dell'8° emendamento. Quando gli studenti videro anche i nostri poster, quando videro che cercavamo di metterci davanti a quelli dell'ICBR per nascondere le immagini tremende che mostravano, per rispetto di chi poteva rimanere impressionato, rimasero davvero toccati”.

Lì Jennifer comprese che gli studenti avevano bisogno di agire concretamente. Incontrarsi a discutere davanti a un tè o un caffè era importante, ma non troppo efficace. “Alla gente devi mettere il pepe al culo!” mi dice ridendo. Jennifer fa l'esempio di quando accadde un anno fa. La Strike for Repeal action era mirata all'approvazione di una data certa per il referendum. Non la ottennero subito, ma non si arresero. “Ci siamo presi tutta Dublino...La cosa non poteva essere ignorata” conclude. Jennifer e la sua organizzazione di studenti erano ovunque: sui social media, nelle proteste, nelle zone più frequentate di Dublino, a eventi e conferenze.

La battaglia non è ancora finita

A qualche settimana dall'abolizione dell'8° emendamento sono tornata a trovare Jennifer. Stavolta mi è appars@ più rilassat@, ma nel suo modo di fare mancava stranamente un po' di energia. Il suo fervore se n'era andato, le risposte lunghe, lente e meditate. “Ho combattuto così tanto per questa causa che ora ne risentono la mia salute mentale, fisica, il mio lavoro e i miei studi...Ma non potevo non farlo. È stato l'anno più bello e difficile della mia vita”.

Anche se il referendum è stata una grande vittoria per la Pro Choice Society della Maynooth (e per l'Irlanda in generale), non è stato tutto rose e fiori. Jennifer dice che si è sentit@ sfibrat@, distaccat@ e un po' arrabbiat@ con alcuni politici e personaggi pubblici che non hanno fatto granché per la campagna ma si sono presi comunque i meriti. Avrebbe preferito vedere sul palcoscenico attivisti e attiviste che ammira, come Ailbhe Smyth, femminista e attivista LGBTQ che lotta per i diritti delle donne dal primo referendum degli anni Ottanta. O un'altra attivista irlandese, Eileen Flynn.

Come se non bastasse, la battaglia non è ancora finita. “È frustrante”, dice Jennifer, “perché l'intero Paese pensa: ‘Evviva, abbiamo vinto!’, e a me viene da rispondere: ‘No, ci mancano le leggi!’”. Al momento l'aborto non è più illegale perché l'emendamento è stato rimosso dalla Costituzione; tuttavia, non sono state formulate ancora delle leggi per sostituire quell'emendamento. Di conseguenza, nei prossimi mesi, finché il Parlamento non deciderà il da farsi, sarà ancora proibito abortire sul suolo irlandese.

Per ora il governo ha menzionato l'attuazione del libero accesso all'aborto fino a 12 settimane e l'accesso provvisorio da quel momento fino a quando il feto ha raggiunto la vitalità (lo stadio in cui può sopravvivere fuori dall'utero, n.d.r.) nei casi in cui la salute o la vita della madre siano a rischio o qualora vi siano delle anomalie fetali mortali.

“Dobbiamo assicurarci che le leggi siano inequivocabili, che non vi siano scappatoie legali e che qualcuno si prenda cura delle persone ai margini della società. Ad un prezzo relativamente basso [300 euro] si possono comprare le pillole online per abortire a casa. Ma il ceto operaio, gli immigrati e i rifugiati non possono permettersi una spesa del genere”, fa notare Jennifer, accigliata, con una scintilla di determinazione negli occhi.

Per Jennifer, il prossimo passo da fare è verso l'inclusività. L'attivista sostiene che le persone dovrebbero cominciare a scrivere delle mail ai loro rappresentanti in Parlamento per spingerli a formulare delle leggi alla portata di tutti. Quello che sta accadendo nella Repubblica d'Irlanda sta spingendo anche chi vive in Irlanda del Nord - dove l'aborto è ancora illegale nella maggior parte dei casi - a fare pressione per un cambiamento.

Tutto sommato, il viso di Jennifer mostra la stanchezza di un anno di proteste e azioni dirette. La giusta indignazione per le ingiustizie, tuttavia, resta, e si riaccende di fronte alla domanda: “Che altro bisognerebbe fare?”. Quando le ho posto la mia ultima domanda, se cioè avesse un messaggio per quanti, in Europa, non hanno ancora accesso all'aborto, ha detto con convinzione: “Se non avete accesso all'aborto, significa che stanno violando i vostri diritti. Parlatene apertamente. Conversazione dopo conversazione, potrete cambiare il vostro Paese e i vostri connazionali”.

Jen non ha ancora completato i suoi studi, ma ha di sicuro lasciato un segno come presidente della Pro Choice Society alla Maynooth. Di certo continuerà a farsi sentire - il silenzio è tutto l'opposto della sua essenza.

Translated from The student who dropped everything to fight for legal abortions in Ireland

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