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«L’opinione polacca sull’Ue è sempre più positiva»

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Politico, giornalista e scrittore, Tadeusz Mazowiecki è una delle personalità polacche più autorevoli, un testimone-protagonista della storia polacca. Dal Dopoguerra ad oggi.

Nato il 18 Aprile 1927 a Plock, entrò nel consiglio del sindacato Solidarnosc nel 1980. Il 24 Agosto 1989, il Parlamento polacco lo elesse a presidente, il primo a non appartenere al Partito Comunista: incarico che lasciò il 14 Dicembre 1990.

Signor Mazowiecki, dove va l’Europa?

Per quanto ci si possa lamentare, l’Unione Europea resta una conquista assai significativa. Per arrivare ad una collaborazione così forte fra gli Stati, sono cambiate molte cose: anzitutto, non ci sono più conflitti fra nazioni, inoltre si è arrivati a rispettare buoni standard in materia di democrazia, diritti umani e diritto dei popoli. Infine, abbiamo raggiunto una soddisfacente integrazione economica.

Naturalmente si può restare delusi dalla lentezza di questo processo e dalle resistenze che incontra, tuttavia si deve anche riconoscere quanto è già stato fatto. È su questo punto che vorrei soffermarmi, per capire quanto l’Ue segni una tappa di progresso rispetto a quel che c’era prima. L’Europa è stata a lungo un focolaio di conflitti fra nazioni, un campo di battaglia per ben due guerre mondiali: oggi tutto questo è alle spalle. L’Europa è cambiata.

A un anno e mezzo dall’ingresso della Polonia: quale ruolo nell’Ue?

Credo che il nostro ruolo sia lo stesso di tutti gli altri Stati membri. Ora si tratta di imparare a “sentirsi a casa” nell’Ue, superando un passo dopo l’altro la distinzione fra vecchi e nuovi membri, un processo, questo, a mio avviso, molto graduale. Non può essere che il gruppo dei “nuovi” e quello dei “vecchi” badino ciascuno alle proprie prerogative, anche se, naturalmente, i “nuovi” membri hanno diversi interessi in comune, anzitutto per via di uno sviluppo economico meno avanzato di quello occidentale.

Ci sono temi di cui oggi, in Europa, si discute molto. Per esempio: che peso deve avere una politica estera comune, in particolare in materia di energia? È da questo versante che oggi si vedono arrivare nuove minacce, finora inattese. Per questo sarebbe un male se ogni Stato si curasse della propria sicurezza energetica, abdicando a una politica comune. Dopo la crisi fra Russia e Ucraina, una tale cooperazione è divenuta necessaria: il nostro ruolo è prendervi parte.

Che reputazione ci spetta presso gli altri europeiSiamo ancora visti come minacciosi idraulici rubalavoro?

Non so se l’idraulico sia così malvisto: dopotutto, a qualcuno fa pure comodo… Credo però che la reputazione dei polacchi cambi di Stato in Stato, quindi si dovrebbe girare la domanda ai cittadini degli altri Paesi. Al contrario, posso dire che l’idea che la Polonia si è fatta dell’Ue è molto migliorata, in campagna, per esempio, con l’arrivo degli aiuti europei. Alla fine si è visto che il timore di chissà quale catastrofe per il Paese era infondato. L’opinione rispetto all’Ue, insomma, è cambiata, in primis fra i giovani, ma ormai anche fra i più anziani; oggi non si può più sventolare lo spettro di presunte catastrofi, scatenate chissà come dal nostro ingresso in Europa.

Che significato hanno le polemiche su bilancio e crisi generale che investono momentaneamente l’Europa?

Nell’Ue, come nelle precedenti alleanze fra Paesi europei, si sono sempre evidenziati interessi nazionali e, contemporaneamente, una qualche solidarietà verso altri Stati, non una solidarietà assoluta e incondizionata, ma pur sempre presente. In questo quadro, le trattative sui bilanci sono sempre state oggetto di disputa fra differenti alleanze interne. Naturalmente anche ora si formano queste fazioni, al momento di discutere del bilancio: chi riteneva che esse fossero ormai superate ha peccato di idealismo e di ingenuità. Nondimeno, è possibile superare le divisioni: il fatto che non si sia arrivati a una vera crisi e si sia trovato un accordo è un vero successo, basato sulla pluriennale esperienza dell’Ue. Proiettata verso il futro l’Ue riesce a superare questi ostacoli.

Crede che Romania, Bulgaria e Turchia siano pronte per un ingresso nell’Ue? E l’Ue sarà pronta ad accoglierle?

Nel caso dell’integrazione in Europa non è mai auspicabile una strategia di avvicinamento generica: bisogna considerare separatamente le specifiche condizioni politiche, economiche e culturali di ciascuno di questi Stati. L’Ue è certamente pronta ad accoglierli, purché soddisfino le condizioni stabilite; nel caso della Turchia, ci vorrà ancora un po’ di tempo. Poi ci si deve anche chiedere dove siano i confini dell’Europa: è difficile dire fino a dove ci si può allargare, non stiamo costruendo un’unione mondiale…

Translated from Droga Polski do Unii Europejskiej