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L’Europa alle prese col dilemma turco

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Default profile picture sergio nava

Il controverso matrimonio tra Ankara e Bruxelles continua a dividere le diplomazie e le stesse istituzioni comunitarie.

“Sul mio sussidiario la Turchia faceva parte dell’Asia”: Helmut Kohl, il cancelliere della riunificazione tedesca, liquidava così ogni possibile ambizione turca. Sulla stessa linea un altro padre dell’Europa, il francese Valery Giscard d’Estaing. Ma –per quanto autorevoli- non saranno le loro opinioni a risultare decisive al Consiglio Europeo del 17 dicembre, lo stesso chiamato a esprimersi sull’avvio di negoziati per l’adesione di Ankara alla Ue. In quell’occasione i 25 Paesi dell’Unione dovranno finalmente scoprire le proprie carte, prendendo posizione pro o contro Ankara.

Stati membri favorevoli ma non entusiasti

Il primo banco di prova per la Turchia – il rapporto finale pubblicato dalla Commissione Europea il 6 ottobre – è destinato ad aprire la discussione. A firmarlo sarà il Commissario responsabile dell’Allargamento, il tedesco Günther Verheugen: lo stesso che a metà settembre si è trovato al centro di un’aspra quanto inattesa polemica col Governo turco, legata al rinvio dell’importante riforma del codice penale. E proprio Verheugen, all’interno della Commissione, rappresenta il cuneo dei socialdemocratici tedeschi che, guidati dal pro-turco Schröder, considerano con favore l’ingresso di Ankara in Europa, a condizione che il gigante anatolico rispetti i cosiddetti criteri di Copenhagen.Ma Ankara deve cominciare a mettere in conto la possibile perdita dell’alleato teutonico: i recenti sbandamenti elettorali del centrosinistra tedesco fanno infatti prevedere una probabile affermazione dei conservatori della Cdu/Csu alle politiche del 2006. L’ostilità dello schieramento di centrodestra all’ingresso turco è dichiarata, ed è stata messa per iscritto poche settimane fa dalla leader Angela Merkel. Tuttavia, per quella data, il processo di adesione potrebbe risultare già irreversibile.

L’asse filoatlantico che sostiene l’ingresso di Ankara nell’Unione, imperniato su Gran Bretagna e Italia (e –più silenziosamente- sulla stessa presidenza di turno olandese), dovrebbe costituire il punto di appoggio decisivo per il via libera alla Turchia. A queste nazioni si aggiunge la Grecia, ormai schierata apertamente a favore dell’ex-nemico, e Cipro – la cui promessa di non opporre veti segna un punto importante per Ankara.

L’asse angloitaliano dovrebbe quindi avere gioco facile nel persuadere il nascente trittico franco-ispano-tedesco: dei tre solo Parigi appare al momento perplessa sull’eventuale ingresso turco. Curiosamente, la vera partita si giocherà in questo caso all’interno dello stesso partito di centrodestra al Governo (l’Ump), con il presidente Jacques Chirac disposto ad assecondare il sì ad Ankara, anche a costo di andare contro i suoi stessi “colonnelli” e di un Raffarin sempre più scettico.

Tre fattori anti-turchi

Quali allora gli ostacoli all’avvio dei negoziati, se i “pesi massimi” dell’Unione non sembrano parteggiare apertamente per un “no” all’adesione? I prossimi mesi saranno cruciali per dirlo. Ma si possono già prevedere tre fattori in grado di capovolgere le previsioni più ottimistiche.

1. L’opinione pubblica europea. I principali leader dell’Unione potrebbero valutare attentamente le conseguenze di una decisione –quella di fissare una data di apertura dei negoziati- che vede favorevoli solo il 16% dei francesi, il 26% dei tedeschi, il 31% dei danesi e il 33% degli inglesi. E’ pur vero che gli indecisi sono ancora molti, ma l’opinione pubblica appare tutt’altro che entusiasta rispetto a un eventuale ingresso turco.

2. L’effetto “valanga”. Che l’adesione della Turchia venga considerata in alcune capitali più una promessa da onorare che una reale convinzione da portare a compimento non è un mistero per nessuno. In Europa, pochi hanno finora avuto finora il coraggio di schierarsi apertamente per il “no”: i casi più recenti, su tutti la lettera del Commissario Ue Franz Fischler, il discorso pesantemente critico del collega Frits Bolkenstein e le ripetute prese di posizione del Governo austriaco, potrebbero svegliare le coscienze più critiche, alimentando anche a Bruxelles un insidioso vento contrario alle ambizioni europee della Turchia. A ciò si aggiunge l’appoggio di alcuni settori del Vaticano: in una recente intervista al quotidiano francese “Le Figaro”, il cardinale Joseph Ratzinger ha definito la Turchia un “altro continente, in permanente contrasto con l’Europa”. Insomma il pur nebuloso schieramento anti-turco c’è e potrebbe aggregarsi sempre più.

3. Né possiamo ignorare le ultime, clamorose gaffes turche. L’inaspettata propensione all’harakiri del Governo guidato da Recep Tayyip Erdogan si è manifestata col progetto di reintrodurre la penalizzazione dell’adulterio. Progetto poi messo da parte per far strada all’approvazione, avvenuta il 26 settembre scorso, di un codice penale in linea con gli standard europei. E non con la charia. Certo è che ulteriori segnali in questo senso potrebbero portare non poche cancellerie a fare un passo indietro.

L'Europarlamento potrebbe votare no

Il ruolo del Parlamento Europeo appare al momento più consultivo che sostanziale: il neopresidente Josep Borrell ha comunque già invitato i colleghi a fornire un’opinione in vista di dicembre. Nell’emiciclo di Strasburgo l’influenza dei conservatori tedeschi, che tirano le fila del maggiore schieramento parlamentare (il Ppe), potrebbe riservare qualche sorpresa negativa per Ankara: il capogruppo Pöttering si è già dichiarato contrario all’adesione.

Sul piano delle forze numeriche, tuttavia, un’eventuale alleanza socialisti-liberali (il cui leader Graham Watson è tra i più decisi fautori dell’ingresso di Ankara) potrebbe garantire il “sì condizionato” all’avvio dei negoziati. Ma resta tutto da vedere: non dimentichiamo che – lo scorso aprile – ben 211 eurodeputati votarono a favore di un rapporto che bocciava l’ingresso turco in Europa. Solo 84 votarono per Ankara.

Il dibattito sull’ingresso della Turchia è destinato ad animare la scena politica continentale nell’ultimo trimestre 2004.

Soppesare i vantaggi per il progetto comunitario di un’eventuale adesione turca rappresenta il compito più difficile, che non può esaurirsi in gretti tornaconti politici di breve periodo. Come cambierebbe l’Europa con l’ingresso di Ankara? Si accentuerebbe la sua dimensione di grande spazio di libero mercato, o potrebbe acquisire una reale strategia di potenza, necessaria ad affrontare le sfide del futuro? Nella risposta a questa, fondamentale domanda, si trova anche la soluzione al dilemma turco.

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