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Gabriele Amalfitano dei Joe Victor : “L’Europa? Ha bisogno di immaginazione”

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Dalla Mulino Bianco a Kant, passando per il folk americano e Karl Kraus. Gabriele Amalfitano, frontman dei Joe Victor, “sale in alto come un satellite” per raccontare il mestiere del musicista, oggi. Ma anche l’Europa di domani.

Bicchiere di Chardonnay mezzo vuoto in mano, Gabriele Amalfitano, 30, cantante e volto dei Joe Victor - una delle band più note della scena contemporanea romana - mi conferma subito la sensazione che ho avuto ascoltando il concerto appena terminato al Mare culturale urbano di Milano: “Sì, è stata una serata di merda”. Dapprima è silenzio (in realtà, la musica commerciale in sottofondo è abbastanza forte). Poi segue un sorso di bianco. Le braccia che glissano lungo le sovracosce, il corpo che sembra rotolare in avanti; ma ecco che un guizzo lo fa tornare indietro, tutto d’un pezzo: “E comunque mi sembra di aver fatto un gran bel lavoro”.

Quanta fatica c’è nel lavoro del musicista oggi? O meglio, come si fa a cantare chitarra in mano, davanti a un pubblico che, per usare un eufemismo, non ti fila?

È semplicemente il mestiere del musicista”. E quindi? “Quindi vai dritto come se fossi un rolling stone. Come se stessi a Woodstock. Per fare il musicista, devi avere un’immaginazione attoriale bestiale”. Oppure la ragion pura: “Kantianamente, possiamo dire che, quella di Woodstock, è un’immagine sensazione”. Cerco di svoltare verso la musica; ne esce un compromesso: “Questo mestiere ha assunto una rilevanza puramente estetica, solo da mezzo secolo a questa parte. Fin dalla notte dei tempi, il musicista o lavorava per commissione - per un re, un mecenate, un faraone -, altrimenti … ”. Altrimenti? “Era un saltimbanco buttato in mezzo alla piazza, uno stornellatore. L’idea di portare la comodità al musicista, è un prodotto della cultura umana occidentale moderna”. Pausa sigaretta.

Al liceo “ero una pippa”

In questa Milano moderna, in occasione del festival Europe City Milano 2019, il Gabriele Amalfitano solista - chitarra acustica dall’accordatura labile in spalla -, ha portato i testi del folk americano: più di un secolo di storie di disuguaglianze, migrazioni e mutilati di guerra. Normale provare a cavare un messaggio politico dal frontman. Ma ovviamente, è una “delusione” totale: “Ne parlo in chiave storica, storico-religiosa e, in terzo luogo filosofica”. La politica? Il sociale? “Arrivano solo in terza quarta, quinta e sesta battuta”. Tra le righe: non ci sono proprio. Poi me lo dice senza peli sulla lingua: “La mia musica non sarà mai attivismo politico”. Perché? Sulla scia di Kant: “Mi piace salire in alto, come un satellite. Non sarei la persona adatta a risolvere un problema, ma posso collocarlo in un contesto più ampio”.

Fino agli 11 anni, Gabriele è cresciuto proprio lassù, “in alto”, a Cortina d’Ampezzo, un posto che “fuori dalla stagione Jerry Calà”, e un po’ come tutti i paesi di provincia italiani, “un luogo ruvido e forgiato dalla logica del ‘chi va là’ nei confronti del ‘forestiero’”. Poi un liceo fatto male nella Capitale (“ero una pippa”) e una puntata a Londra, nel Regno Unito, per provare a solcare la tradizione di famiglia: quella degli studi in medicina. Il risultato? Una laurea in filosofia e storia delle religioni alla Sapienza di Roma.

Non esistono geni

L’amore per la musica non è storia di grandi città, bensì di cose “campagnole”. Quelle della Mulino Bianco, per l’esattezza: “Ho capito che la musica sarebbe stata la mia vita, quando ho sentito Freddie Mercury in sottofondo durante la pubblicità” (a questo punto, Gabriele accenna un “Let me live” dei Queen a squarciagola, prima di iniziare una lunga digressione sul ruolo di Dio nelle società del Nord e del Sud d’Europa). Se i Queen sono stati una chiamata “divina”, la consapevolezza di voler diventare un artista nasce, da un lato, con l’ascolto di Cat Stevens, David Bowie e Pink Floyd - “merito della madre” - e, dall’altro, di Bob Dylan - “merito del padre”. Ma entrambi i genitori lo “prendevano per matto” quando, in tempi non sospetti, diceva di voler fare musica.

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© Mark Versus

Chiunque abbia ascoltato la musica dei Joe Victor e letto le interviste al gruppo rilasciate negli ultimi anni, potrebbe sollevare un sopracciglio all’idea che sia tutta una questione di filosofia. Uno dei concetti chiave della band, fino ad oggi, è stato più o meno questo: la musica deve semplicemente “emozionare”. Legittimo chiedersi, dunque, dove e quanto entri la filosofia nei testi di Gabriele. “Molto poco”, o meglio: “Avrei bisogno di un co-autore, qualcuno che possa aiutarmi a esprimere il mio bagaglio. Per parlare di temi sottili, scomodi e complessi, a volte servono due teste”. È la frase che non ti aspetti da un’artista in ascesa, o, forse, è semplicemente onestà intellettuale.

La Brexit è poesia

La stessa che Gabriele vede mancare in un mondo politico fatto di “un buonismo di merda” e dove “non esistono geni”, se non in termini matematici e fisici - l’appunto segue una domanda che cade mezza nel vuoto, relativa ai sui suoi miti; ad essere precisi, lui cita il giornalista Karl Kraus, uno che “odiava tutti i giornalisti” e poi Odisseo e James Brown. Ma quello dell’assenza di geni nel mondo è un concetto che, per Gabriele, diventa centrale quando si discutono le parole della musica, ovvero i testi: “La parte letteraria della musica è fatta di frasi che si ripetono da secoli. Peccato che esista una contro-cultura che va per la maggiore, e che vuole affermare che sia un genio colui che cambia la società, che cambia la storia”, magari proprio attraverso il testo di un brano.

Ascolta anche : Europe City Milano 2019

Frasi “che si ripetono da secoli e secoli”, passate “di mano in mano, lungo chilometri e chilometri”. Sono anche i concetti che Gabriele usa mentre snocciola la storia del folk, davanti al suo pubblico. Gli faccio notare il paradosso di portare la storia della musica d’America in un festival incentrato sull’Europa. Lo incalzo e cerco di capire cosa pensa di questo Vecchio Continente che si ritrova a ridosso delle elezioni: “Per anni sono stato un antieuropeista. Un sentimento legato soprattutto a un forte antiglobalismo”. Dei due sentimenti, oggi, permane soltanto il secondo. Perché? “La mia visione dell’Europa è cambiata radicalmente quando, a livello pratico, ho pensato di voler vivere anche altrove; di lavorare altrove. Allora mi sono detto: beh, l’Europa non è sbagliata”. Ma il cambio di prospettiva è legato anche ad altro: da poco, Gabriele è diventato padre: “Seppure non sia un credente, ho deciso di battezzare mio figlio, perché credo sia giusto che abbia coscienza di dove è nato, ovvero in Europa, in un contesto giudaico-cristiano. In un certo senso, ho battezzato mio figlio per dirgli che è europeo”.

Il peso della storia dunque ... È qualcosa che per Amalfitano distingue anche gli Stati Uniti dal Vecchio Continente. “Gli americani hanno un’immaginazione che noi non possiamo avere”. In che senso? “Ci portiamo dietro troppi strati di storia”. E l’immaginazione, spiega ancora Gabriele, comporta anche che, Oltreoceano, “siano nati dei linguaggi unici, come la Pop Art”. Poi continua: “Musicalmente, lo stesso fattore ha permesso ai cantanti del folk di prendere in giro, con le lore canzoni, addirittura i mutilati di guerra. Qualcosa di impensabile per noi”. Perché, in fin dei conti - lo ammette lui stesso - la storia dell’Europa è un racconto fatto “di guerre continue”. Scontri che, “come scazzottate tra amici”, paradossalmente, ne hanno forgiato l’unità: “A me piace l’Europa unita, non unica”. D’accordo, ma senza immaginazione, qual è il futuro dell’Europa? “Mi piace moltissimo quello che già abbiamo oggi”. Peccato che qualche pezzo si stia staccando, tipo il Regno Unito. Ma in questo incontro storico-filosofico e solo in terza, quarta e quinta battuta musicale, anche la Brexit, ovviamente, non poteva che essere “bella”. In che senso? “È in linea con quello che sono sempre stati gli inglesi. Da sempre, loro ci sono e non ci sono allo stesso tempo. È la loro storia. La loro natura. Non è poetico?”.

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