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Félicien Bogaerts: a 23 anni, la lotta di classe è uno spettacolo

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Lara Malacarne

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A soli 23 anni, Félicien Bogaerts è un conduttore televisivo e radiofonico e un affermato attivista ambientale in Belgio e Francia. Più di 50mila persone seguono il suo canale Le Biais Vert su Facebook. Nei video che realizza con due amici, o nelle sue apparizioni in altri media partner, denuncia, in uno stile schietto e fortemente politico, l'inazione dei governi di fronte a disastri ecologici o addirittura sociali. Quale sarà il prossimo passo prima di competere con Touche Pas à Mon Poste?

Hai co-fondato Le Biais Vert che ha 52mila iscritti su Facebook, ospiti il programma Plan Cult' sul canale belga RTBF e hai solo 23 anni. Com'è cominciato tutto questo?

Ho iniziato alla radio quando avevo 16 anni sul canale rock Classic 21. Volevo fare radio fin da piccolo, ero appassionato di rock e avevo già in mente di raccontare storie. Classic 21 mi piaceva perché c'era spazio per le competenze musicali, ma anche l'opportunità di collegare la musica alla politica. Sono capitato a Classic 21 semplicemente inviando un'e-mail. Bisognava realizzare una sequenza che inserisse la musica nel suo contesto storico, che si chiamava allora Vinyl vintage. E siccome ero giovane e l'approccio era insolito, ho attirato l'attenzione dell'allora direttore Marc Isaye, il quale mi ha assunto. Pian piano ho continuato il mio cammino felice al canale RTBF. Fino ad arrivare a oggi con Plan Cult'. Allo stesso tempo, ho iniziato a interessarmi al videomaking con un amico in particolare, Elias Sanhaji. E abbiamo sviluppato una coscienza ecologica, che per me è la base.

Pensi che sia ovvio per tutti avere una coscienza ecologica?

Si dice spesso che l'ecologia sia una rapporto sensibile con il mondo. Ma se siamo sensibili al mondo che ci circonda, non vedo come non possiamo essere coinvolti e indignati dall'organizzazione della società che ci viene imposta. E non solo a livello ecologico! È un disordine globale. Ci troviamo in un capitalismo completamente folle con disuguaglianze abissali. Dieci anni fa non potevamo immaginare che Jeff Bezos (presidente e amministratore delegato di Amazon, ndr.) potesse detenere più di 1000 miliardi di dollari, mentre oggi lo teniamo in considerazione. Il disordine è globale. Ci sono disuguaglianze, la colonizzazione dei popoli, il fatto che la moderna società industriale si basi sulla decostruzione dell'ambiente, della natura, ecc.

Quando hai 23 anni nel 2020 e sei abbastanza fortunato da poterti documentare, da poter fare un passo indietro rispetto alla tua situazione, - ho il lusso di avere del tempo libero per la mente, cosa che non tutti hanno - non capisco cosa possiamo fare se non preoccuparci per il futuro del mondo e combattere.

Provieni da un background sensibile a questi problemi?

Non vengo da un background molto politicizzato. Ho avuto accesso a molta cultura. Sono cresciuto in campagna, anche questa è stata un'incredibile fortuna. Siamo il prodotto di un particolare contesto familiare e socio-economico. Ma la politicizzazione è arrivata dopo Le Biais Vert in realtà.

Eppure Le Biais Vert fin dai suoi inizi portava un messaggio politico ...?

In realtà, abbiamo avviato Le Biais Vert con l'idea d'informare la classe dirigente sull'esistenza di un'emergenza climatica. Nonostante ne fossero a conoscenza, due anni fa ci siamo impegnati molto per il lancio delle marce per il clima in Belgio. Con l'idea che fosse necessario allertare i nostri governi rispetto alla disfunzionalità del modello in cui viviamo. Alcuni lo difendono ciecamente e altri lo difendono cinicamente. Questo cinismo dei poteri economici, finanziari e politici è qualcosa che non abbiamo visto all'inizio di Le Biais Vert. Stavamo realizzando dei video per sensibilizzare sull'inquinamento della plastica, parlando di bottiglie e sacchetti lasciati in giro, ma senza avere una visione sistemica della crisi e del disordine sociale. Abbiamo iniziato Le Biais Vert con l'idea di far uscire l'ecologia da una specie di ghetto. Ma per noi l'ecologia era soprattutto azione cittadina e individuale. Mentre ora lo vediamo come un soggetto intrinsecamente politico e collettivo. Non è un hobby o una tendenza. Ora lo vediamo come una relazione con il mondo e necessariamente una messa in discussione globale del mondo nel quale ci evolviamo.

Con Le Biais Vert, su Youtube, utilizzate un formato che parla ai giovani, ma nei video vi servite anche di Homer Simpson o di figure come Amélie Poulain, è questa la vostra tattica per raggiungere un pubblico più ampio?

Lo abbiamo fattto sia perché ci divertiva, sia perché pensavamo che avrebbe funzionato bene. Vorremmo riproporre questo format, ma non è facile parlare di ecologia al grande pubblico senza cadere nel banale. Ci chiedono: "Qual è la soluzione?", ma il punto è che non esiste una risposta bella e pronta. Perché è l'intero sistema che deve essere messo in discussione. E sensibilizzare le nuove generazioni non è facile perché bisognerebbe ricominciare tutto dall'inizio. Non è facile parlare di ecologia in un formato breve, in modo dinamico, senza scontri, senza cadere nel banale. Non possiamo limitarci a dire: "Guarda, le api stanno scomparendo, ma con i fiori sul tuo balcone smetteranno di scomparire". Quindi non è semplice creare formati brevi e dinamici senza prendere le persone per scemi.

«Ci dispiace che, oggigiorno, l'immagine-idea che abbiamo dell'ecologia conduca alla responsabilità individuale»

Allora come facciamo a fare una pedagogia che raggiunga un pubblico più ampio di quello attuale?

Non è affatto facile. Ma dobbiamo fidarci dell'intelligenza del pubblico, anche di quello molto giovane. A giugno avvieremo un laboratorio di scrittura con Elias Sanhaji e Ilyas Sfar - siamo in tre su Le Biais Vert. Per due settimane cercheremo di trovare qualcosa che vada in questa direzione. Non so ancora cosa ne verrà fuori. Non so se questo sarà un'evoluzione di Le Biais vert, ma vorremmo andare verso un formato senza compromessi nella sostanza e accattivante nella forma. Credo sia possibile, ma richiede riflessione e lavoro.

Siamo dispiaciuti del fatto che, oggigiorno, l'immagine-idea che abbiamo dell'ecologia conduca alla responsabilità individuale e che possa essere considerata come compatibile con il capitalismo. Per noi, è ovvio che non ci sarà giustizia sociale ed ecologica all'interno di questo modello vorace, colonizzatore e produttivistico. Ma è quello che stanno cercando di venderci. In questo senso Elon Musk, per esempio, è un pericolo pubblico, perché è molto poco screditato. A volte lo prendiamo per un moderno Da Vinci, o anche per un redentore che ci porterà su Marte. Tesla ci viene presentata come una soluzione, quando invece non lo è. Dobbiamo estrarre milioni di tonnellate di terra per ottenere metalli rari in condizioni di lavoro mortali. E in tutto questo, non mettiamo in discussione il principio di "un auto per ogni individuo". Ci viene semplicemente proposta un'auto che inquina in modo diverso. Prendo l'esempio di Elon Musk per dire che oggi il capitalismo invade anche l'immaginario ecologista. Dobbiamo quindi combattere questa confusione con formati accessibili a tutti senza concessioni sulla sostanza, con esempi chiari.

Quale pensi sia il modo migliore per raggiungere il grande pubblico? La TV, Youtube, Facebook?

Sono più interessato al formato che a come usarli. Quando è ben pensato, ben scritto, ben messo in scena, non importa dove va in onda: funzionerà. C'est pas sorcier, per esempio, è fondamentalmente un programma televisivo, ma molti giovani lo hanno conosciuto grazie alle proiezioni in classe e ancora oggi molte persone lo guardano su Youtube. Con le realtà audiovisive del nostro tempo - comprese quelle che potremmo denigrare, come Netflix per esemprio - possiamo fare cose incredibili. Una serie come Black Mirror che è stata acquistata da Netflix ci rende davvero consapevoli dei pericoli, della frenesia tecnologica, ecc. Quindi si può produrre una serie, dei tutorial, dei video davanti alla telecamera. Facebook è il nostro media principale rispetto a Youtube. Ma non pensiamo tanto al canale. Ci diciamo: "Quale video potrebbe piacere e funzionare per trasmettere il nostro messaggio?".

«Abbiamo visto che un libro poteva ancora rappresentare un terremoto politico»

Del resto, abbiamo visto anche di recente l'esempio del libro di Vanessa Springora (scrittrice e regista francese che ha raccontato nel suo libro Le Consentement la sua relazione con lo scrittore Gabriel Matzneff quando era adolescente, ndr.). Abbiamo visto che un libro potrebbe ancora rappresentare un terremoto politico. Le Consentement ha causato tumulto e molto dibattito. E penso che abbia cambiato un po' la società. Anche se è vero che la gente non legge più.

Ma non pensi che i dibattiti debbano prima trovare un mezzo di risonanza in TV, sui social, alla radio - come ha fatto il libro di Vanessa Springora quando è uscito - prima di colpire nel segno nella società?

Certo, ma nel caso di Vanessa Springora, l'impatto non ci sarebbe stato senza il libro alla base. Un altro esempio è il film Parasite, di Bong Joon Ho. Sta diventando un fenomeno globale e rinnova il tema della lotta di classe. Anche se questo tema è la bestia nera di molti politici, compreso il partito al potere in Francia. Eppure c'è un regista coreano che realizza un film che rappresenta un vero rilancio della lotta di classe fatta per immagini. Anche se non è dichiarato o scritto nero su bianco, il concetto entra in risonanza con il pubblico e fa il giro del mondo. Un'idea, se ben confezionata e qualunque sia il canale di diffusione, può colpire nel segno. Non credo in un formato o in un modo specifico per diffondere un messaggio, ma piuttosto nelle idee e nelle intenzioni profonde di chi è il mittente.

Ti presenti più come attivista, conduttore o giornalista?

Non sono un giornalista e, in ogni caso, non mi sento abbastanza rigido da autoproclamarmi giornalista. Elias probabilmente lo è. Il giornalista è un lavoro molto duro e impegnativo che si può imparare solo sul campo. Militante sì, perché osserviamo cose che ci fanno arrabbiare e vogliamo trasmetterle a chi o non ha avuto il tempo di analizzare, o che ha difficoltà a esprimere le proprie opinioni. Penso che se abbiamo l'opportunità di escrivere ingiustizie o sentimenti a volte difficili da veicolare, dobbiamo farlo fino in fondo.

Al momento sto facendo un lavoro di animazione in TV per guadagnarmi da vivere e, allo stesso tempo, insieme ai miei colleghi, scriviamo e creiamo contenuti. Quindi direi che sono un autore o creatore di contenuti. Ma non giornalista perché ho troppo rispetto e considerazione per questo mestiere. Facciamo più che altro un lavoro di diffusione di idee, ma non abbiamo ancora trovato il formato che ci permetterà di raggiungere un numero ancora più grande di persone.

«Il potere della partitocrazia mi ucciderebbe»

Ti hanno contattato dei partiti politici? Come gestisci la cosa?

Sono stato contattato da diversi partiti in Belgio e anche in Francia. Ti invitano a cene, convegni, ecc. Io non vado, non lo faccio. Per me, quello che facciamo è già politica ma fuori dal sistema tradizionale, che corrompe ed è alienante. Soprattutto in Belgio, il potere della partitocrazia mi ucciderebbe. La pressione della struttura del partito mi ucciderebbe. Già qui, quando siamo in un piccolo gruppo e devo conformarmi alle regole del gruppo, mi capita di voler andare oltre, ecc. Quindi credo che sarebbe terribile militare in un partito.

Ma quello che stiamo facendo è forse ancora più politico che agire in una struttura organizzata. Un esempio: abbiamo sostenuto lo sviluppo della ZAD (acronimo di Zone à défendre, "Zona da difendere", ndr) di Arlon che vogliono cementificare per realizzare una zona industriale. Da quando è stato istituita la ZAD, gli abitanti di Arlon sono diventati molto più impegnati politicamente - che siano d'accordo o meno con il progetto. Questo riporta la politica al livello dei cittadini. Assistono a dibattiti pubblici, il municipio è gremito di gente. Prima non era così. C'è una riappropriazione della politica da parte dei cittadini. È quel che è accaduto anche con i Gilet gialli. Le persone si sono trovate sulle rotonde per vari motivi e improvvisamente tutto questo si è trasformato in assemblee cittadine, dove le persone si sono rese conto di avere interessi comuni e che c'erano delle cose che non andavano. Credo molto nella politica, ma per me è questa dimensione cittadina che conta. Si tratta di eventi dirompenti che interrompono il normale corso della vita politica: è più che una questione di gestione di processi. Inoltre François Bégaudeau cita Jacques Rancière dicendo che: "Il governo non fa politica, ma polizia". Quindi la politica è quando i cittadini rivendicano la questione della loro vita, di cui sono espropriati.

«L'azione politica e il modo di parlarne devono esprimersi in diverse modalità».

Prima hai menzionato le marce per il clima. Come vedi questo movimento nel futuro?

Sono importanti, ma le azioni devono anche variare, in modo che non siano mere marce per il clima. Ci sono anche problemi più specifici attinenti la biodiversità, i perturbatori endocrini, la plastica, le violenze della polizia e molto altro. Il clima è un'emergenza che unisce, ma non dobbiamo fermarci al clima. Detto ciò, creo sia positivo che esistano azioni collettive come questa. È un po' la stessa cosa per vale per i formati della comunicazione: l'azione politica e il modo di parlarne devono esprimersi in diverse modalità.

Hai un nuovo progetto in corso?

In realtà no. Ciò che è particolarmente urgente ora è mettere ordine in tutto quello che abbiamo fatto e stiamo realizzando. Siamo più concentrati sui nostri progetti video che sui progetti d'azione politica, ma qualora dovessero essercene alcuni in preparazione, li sosterremo.


Foto di copertina: Illustrazione di Ilyas Sfar per la sequenza Coup de Gueule, co-prodotta da Le Biais Vert e Mr Mondialisation. Aggiunta del layout da parte di Cafébabel.

Leggi anche: Giornalisti o attivisti? Il ruolo dei media nel dibattito sul cambiamento climatico

Story by

Léa Marchal

Babélienne depuis 2018, je suis éditrice pour le magazine Cafébabel. Je suis également la rédactrice-en-chef du projet Generation Yerevan, co-créatrice du podcast Soupe à l'Union, et journaliste free lance dans les affaires européennes

Translated from Le nouveau monde selon Félicien Bogaerts